Rete delle "menti critiche"

Atomo reticolare delle "menti critiche", impegnato nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale" - Naked ... nudo, spogliato, svestito; scoperto; sguainato; privo di vegetazione, spoglio; schietto, semplice, disadorno; palese, manifesto; vuoto (???); mancante; indifeso, disarmato ... "Imbarazzi che sollecitano l'animo" . . . "Noi siamo i dirigenti e gli organizzatori della guerra rivoluzionaria e anche i dirigenti e gli organizzatori della vita delle masse. I due nostri compiti sono: organizzare la guerra rivoluzionaria e migliorare le condizioni di vita delle masse" Mao Tsetung



sabato 31 dicembre 2011

"Eternità", via di fuga dalla giustizia terrena ...

Don Luigi Maria Verze, fondatore del San Raffaele, è deceduto questa mattina, 31 dicembre, alle ore 7,30 circa presso l'Unita Coronarica dell'Ospedale. Don Luigi era stato ricoverato durante la notte alle ore 2.30 per l'aggravarsi della sua situazione cardiaca. Lo precisa una nota del S.Raffaele. Dal San Raffaele fanno sapere che don Verzè, 91 anni, era tenuto sempre sotto stretto controllo dopo l'operazione al cuore subita l'anno scorso, ma probabilmente anche a causa della tensione dell'ultimo periodo causata dalle indagini per bancarotta le sue condizioni sono peggiorate negli ultimi giorni. Verzé era finito in bancarotta con debiti da un miliardo e mezzo di euro.proprio oggi si dovevano aprire le buste dell'asta per l'acquisto della struttura ospedaliera fondata nel 1958. La scomparsa di Don Luigi Verzè cade come un macigno sull'inchiesta in corso alla procura di Milano per il crac da 1,5 miliardi dell'ospedale San Raffaele e segue di qualche mese il suicidio del secondo grande protagonista della vicenda, il vicepresidente con le deleghe operative Mario Cal. Il procedimento giudiziario però, che conta una decina di indagati, non dovrebbe subire rallentamenti. Queste le tappe dell'inchiesta.
Giovane violinista talentuosa di r_montalcini - 30 giugno: la Procura di Milano accende un 'farò sulla crisi del San Raffaele. Non ancora una vera e propria indagine ma il Pm Luigi Orsi avvia un 'protocollo civile' sulla ristrutturazione del debito dell'ospedale.
- 18 luglio: Si suicida Mario Cal, storico braccio destro di don Verzè nella gestione del San Raffaele, qualche giorno prima era stato sentito come teste dal pm Orsi.
- 19 luglio: Al vaglio della procura l'ipotesi di avanzare un'istanza di fallimento.
- 21 luglio: Il nuovo Cda del San Raffaele, appena insediatosi, chiede alla procura tre mesi per presentare un concordato preventivo. Il Pm da come 'ultimatum' la scadenza del 15 settembre.
- 22 luglio: Il fascicolo d'inchiesta sul suicidio di Cal passa ai Pm Luigi Orsi e Laura Pedio. Gli stessi che hanno acceso 'il farò sulla crisi finanziaria dell'ospedale.
- 20 settembre: La procura di Milano «prende atto» delle richieste dei rappresentantri del Cda che hanno promesso di presentare la richiesta di concordato preventivo il 10 ottobre.
- 29 settembre: Il Pm avanza la richiesta di fallimento per «arrestare ulteriori dissipazioni patrimoniali» e «perseguire - scrive il procuratore Edmondo Bruti Liberati - l'interesse pubblico nella sfera del quale rientra la posizione dei soggetti a vario titolo coinvolti in questo grave default, quali i creditori, i dipendenti, i collaboratori e gli stessi utenti del servizio sanitario gestito dalla fondazione». I Pm scrivono anche che dalle carte di Cal sono emersi «fatti di reato» e che vi sono degli indagati fra i quali, l'unico in quel momento certo, il direttore finanziario Mario Valsecchi per il quale si ipotizza il falso in bilancio e false scritture.
- 30 settembre: È ufficiale: i Pm Orsi e Pedio hanno avviato l'indagine per bancarotta, ostacolo agli organi di vigilanza e fatture false.
- 12 ottobre: Inizia l'udienza davanti al giudice fallimentare
- 28 ottobre: Il Tribunale fallimentare dichiara «ammissibile» il concordato preventivo presentato dai legali. I creditori vengono convocati per il 23 gennaio 2012.
- 16 novembre: parallelamente alla causa civile va avanti l'inchiesta penale e i Pm dispongono una ventina di perquisizioni; una decina gli indagati fra i quali Don Verzè, Valsecchi, Gianluca Zammarchi e Andrea Bezzicheri, esponenti della società 'Metodo srl'. Arrestato per concorso in bancarotta il 'faccendierè Piero Daccò.
- 17 novembre: Daccò è accusato di aver 'distrattò dalla Fondazione circa 3,3 milioni di euro.
- 18 novembre: nuovi particolari sull'inchiesta: Stefania Galli, segretaria di Cal parla di buste con denaro che passavano dall'ufficio del vicepresidente dal 2005.
- 19 novembre: Il Gip Vincenzo Tuchinelli convalida il fermo di Daccò.
- 13 dicembre: Viene arrestato l'ex direttore amministrativo Valsecchi. A lui e ad altre 9 persone viene contestata anche l'associazione a delinquere. Decisive sarebbero state le dichiarazioni di tre imprenditori, uno dei queli, Pierino Zammarchi, parla di sovraffatturazione di costi a carico dell'ospedale e retrocessione dei soldi al San Raffaele tramite buste di contanti e bonifici per 4 milioni. Fondi neri che sarebbero stati costituiti a partire dal 1983.
- 16 dicembre: Daccò interrogato dal Gip respinge le accuse.
- 31 dicembre: muore don Verzè. Nel Duemila, quando il cattolicesimo trionfava sull’orbe mediatico, negli uffici del Pontificio consiglio per la pastorale della salute tutti erano tristi. L’allora presidente, il messicano Lozano Barragán (diventato cardinale nel 2003), non faceva fatica a spiegare che nei laboratori scientifici del mondo la dottrina cattolica nel campo della bioetica era del tutto irrilevante. Anzi, il sospetto che facesse da corollario a quanto il buon presule aveva constatato nei numerosi viaggi presso le più grandi agenzie scientifiche, induceva a credere che non solo la teoria, ma ai ricercatori cattolici fosse precluso persino l’accesso nei laboratori dove la vita si scrutava e si manipolava. Per comprendere Don Verzè, forse bisogna partire da qui: egli è riuscito a creare un laboratorio diventato un punto di incontro fra ricercatori laici (comunque aperti ai riferimenti etici), e cattolici adulti, capaci cioè di porre seri interrogativi alla Chiesa e alla sua dottrina. Ma il San Raffaele non è solo un centro di ricerche biomediche e di risultati importanti. Dal 1972 è stato riconosciuto come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, divenendo quindi polo universitario a tutti gli effetti. Ed è l’unico luogo in Italia dove scienziati come Edoardo Boncinelli, Giulio Cossu, Luca Cavalli-Sforza, Roberta de Monticelli, Massimo Cacciari insegnano con colleghi cattolici senza temere le solite cacce alle streghe ciclicamente scatenate in altre istituzioni accademiche italiane, sia confessionali sia laiche .Eppure anche per i suoi non pochi nemici (specie nel mondo cattolico: memorabile, e di fuoco, la sua “querelle” contro la cattolica Rosy Bindi, allora ministro della Sanità, rea confessa di aver sbarrato l’espansione dell’opera di Don Verzè a Roma), il fondatore del San Raffaele di Milano ha sempre avuto grandi meriti. Il primo, quello di aver assunto “l’eccellenza” come ideale e dogma del suo agire: «Non voglio curare la gente nei lazzaretti», ha sempre affermato. Di conseguenza, è stato coraggioso ed illuminato nella scelta di collaboratori e medici, nell’aggiornamento dei macchinari e nelle opzioni di ricerca. Nel 2009, Maurizio Crippa e Nicoletta Tiliacos hanno pubblicato un’ampia inchiesta (3 puntate) sulla vita e le opere del prete-imprenditore veronese. Una delle loro annotazioni più interessanti, quella relativa alla «ricaduta» del modello sanraffaeliano sul sistema sanitario italiano. Contrariamente agli «imprenditori cattolici» che a Roma si sono arricchiti con le cliniche dismesse dalle suore e ricomprate (grazie ai “buoni uffici” delle solite tonache venali) per quattro soldi, Don Verzè è stato assai caparbio nell’evitare la trappola dell’equazione «cattolico» uguale «privato», cioè costoso e per pochi. Aprendo così una strada che «oggi è un dato acquisito in molte regioni italiane, a partire dalla formigoniana Lombardia che l’ha a sua volta desunta dal pensiero sociale dei discepoli di don Giussani, a loro volta debitori, sul fronte sanitario, di più di un’idea di don Verzé». Forse proprio per salvare la libertà di ricerca e di cura che il Vaticano (che ha un bilancio annuale inferiore agli incassi di Oprah Winfrey) sta scendendo in campo assumendosi un peso finanziario certamente superiore alle sue forze.

sabato 24 dicembre 2011

PER EVITARE LA CATASTROFE SOCIALE LA VIA MAESTRA E' IL SOCIALISMO


*(Bozza di manifesto del MPL) *Il capitalismo è come una trottola, può tenersi in equilibrio solo se gira vorticosamente attorno al proprio asse. Per ruotare ha bisogno di due fattori: una spinta che gli imprima movimento e una superficie perfettamente piana. Se viene a mancare anche solo uno di questi due
fattori essa smette di ruotare, si accascia al suolo e si arresta.
La trottola del capitalismo occidentale sta schiantando perché la sua forza
di spinta è venuta a mancare proprio mentre avrebbe dovuto accrescere a
causa della superficie diventata accidentata, essendo la spinta il profitto
e la superficie il mercato mondiale.
*Il gioco vale la candela?
La forza motrice che muove lo sviluppo capitalistico non è il bene comune
ma il profitto, il bene privato di chi detiene il capitale. Quando non può
accrescere il profitto il capitale arresta la sua corsa, smette di
investire, blocca la produzione, smantella impianti e dunque licenzia, crea
disoccupazione, getta nella miseria anzitutto chi non ha altre risorse se
non quella di vendere al miglior offerente la propria capacità lavorativa.
Queste recessioni cicliche, connaturate al capitalismo, vengono chiamate
“crisi”. Ogni fase di espansione è seguita da una inevitabile contrazione.
Alcune di queste crisi sono però più profonde, sono sistemiche, investono
la gran parte dei settori economici e possono sfociare in depressioni di
lungo periodo. Le conseguenze sociali e geopolitiche possono essere
devastanti: pauperismo di massa, inasprimento dei conflitti sociali, caduta
di governi e regimi, guerra aperta tra gli stati.
Con simili sconquassi vanno al tappeto i due dogmi che sorreggono
l’ideologia dominante: quello per cui il capitale, facendo i propri
interessi, realizza quelli di tutti, e quello per cui il “libero” mercato è
il luogo che meglio assicura e distribuisce il benessere. La società è
quindi costretta, quando il capitalismo mette in luce i suoi limiti
congeniti, a considerare il rapporto tra i costi e i benefici del sistema,
e ove decidesse che il gioco non vale la candela, a cercare una via
d’uscita e a sperimentare nuovi modelli sociali e di vita.
*Il boomerang
Di portata epocale fu la crisi che il capitalismo occidentale conobbe negli
anni ’70 del secolo scorso. La tenace resistenza proletaria all’interno,
l’avanzata delle lotte di liberazione dei popoli oppressi e l’esistenza del
“blocco socialista” non consentirono al capitalismo di ricorrere alle
vecchie terapie. La risposta alla crisi fu la globalizzazione.
All’interno: smantellamento delle protezioni sociali, privatizzazioni delle
aziende e dei servizi pubblici, frantumazione delle grandi roccaforti
industriali, precarizzazione del lavoro, agevolazione dei flussi migratori,
lento abbassamento dei salari e dei redditi, boom del credito per
sorreggere il consumismo di massa. All’esterno, in classico stile coloniale, rapina sistematica delle risorse dei paesi poveri (non solo di materie prime, appunto, ma pure di forza-lavoro, manuale e intellettuale) e, grazie al ruolo guida imperiale
degli Stati Uniti, aggressioni, guerre e pressioni di ogni tipo per
soggiogare interi paesi e spazzare via i regimi considerati ostili.
L’imperialismo, al prezzo di prosciugare le sue casse, ha vinto la “guerra
fredda” e rovesciato regimi nazionali considerati “canaglia”, ma ciò ha
prodotto nuovi esplosivi squilibri regionali e mondiali.
Il tutto nel quadro di una deregolamentazione sistematica dei mercati,
dell’abbattimento di ogni barriera ai movimenti di capitale, della
competizione selvaggia tra multinazionali e aziende, paesi e aree
economiche. Questa globalizzazione dei mercati, che le potenze occidentali
hanno tenacemente perseguito fino a spazzare via ogni ostacolo, si è
rivelato un boomerang. L’ampia superficie piana per far girare la trottola
si è trasformata in un terreno minato. *Il fallimento - *La globalizzazione ha infatti prodotto alcuni effetti macroscopici. Essa ha fatto emergere nuove potenze economiche, Cina *in primis*, che sfidano oramai apertamente quella supremazia che l'occidente - nel
disperato tentativo di evitare un inesorabile declino - cerca di difendere
in ogni modo, anche a rischio di nuove gravissime tensioni geopolitiche.
Al contempo la globalizzazione ha sprofondato nella recessione una serie di
paesi poveri privi di materie prime, portando centinaia di milioni di
persone alla fame, di qui grandi rivolte sociali, come quelle che hanno
portato alla caduta di regimi totalitari nei paesi arabi.
Ma una delle conseguenze è che anche l’Occidente si è impoverito. I
capitali occidentali, privi di freni, sono fuggiti via per fare razzie nei
nuovi territori di caccia. In virtù dei bassi salari, dei regimi
neoschiavistici di sfruttamento e repressione, dei sistemi fiscali di
vantaggio dei paesi presi di mira, le imprese occidentali hanno accumulato
enormi guadagni.
Questi tornavano sì in Occidente ma per finire nella grande bisca del
capitalismo casinò, per essere gettati nel gioco d’azzardo di una
speculazione finanziaria fondata sul debito. Somme colossali venivano
offerte in prestito ai cittadini per sorreggere domanda interna e consumi
in calo a causa della caduta del potere d’acquisto dei salari, e agli stati
per puntellare i loro bilanci falcidiati da scellerate politiche
privatizzatrici. In questo tritacarne sono quindi finiti gli Stati e le
banche centrali. I primi accettando di gettare i debiti sovrani nei mercati
finanziari internazionali, le seconde o stampando a tutto spiano carta
moneta per sorreggere banche fallite o in procinto di fallire. Questo
sollazzo non poteva durare all’infinito: moneta, obbligazioni e titoli per
quanto simboli astratti sono pur sempre espressione di valori reali, sempre
tenendo conto che il lavoro e la natura sono le due sole fonti da cui
sgorga la ricchezza di una società.
*Mutamenti epocali
La finanziarizzazione liberista dell’economia ha agito come una droga. Per
sopravvivere il capitale aveva bisogno di dosi sempre più massicce di
liquidità, acquistando dalle banche centrali denaro a basso costo per poi
lucrare rivendendolo a tassi usurai. Ma nella bisca, il gioco è sempre a
somma zero: a fronte di chi vince, c’è sempre qualcun altro che perde. Chi
ci ha rimesso le penne è stato anzitutto il lavoro salariato, che in tre
decenni si è visto scippato di buona parte delle sue conquiste ed ha subito
una drastica riduzione della quota di reddito sociale a sua disposizione;
scippo compensato dall’elargizione di crediti che hanno trasformato buona
parte dei lavoratori in debitori permanentemente sotto ricatto.
La globalizzazione ha quindi indotto profonde trasformazioni nel corpo
stesso delle società occidentali, sia in alto che in basso.
In alto: la rendita, ovvero il capitale finanziario speculativo (denaro che
si accresce senza passare per il ciclo produttivo di merci) ha preso il
sopravvento su quello industriale; e in esso il vero *dominus *è diventato
il settore bancario predatorio (banche d’affari); in seno alla classe
capitalista sono diventati prevalenti i ceti parassitari che vivono di
rendita; gli stati nazionali sono stati privati della loro sovranità
politica; parlamenti e governi, espropriati delle loro prerogative, sono
diventati passacarte; i partiti si sono trasformati in meri comitati
d’affari, selettori dei funzionari al servizio dell’oligarchia.
In basso i mutamenti non sono stati meno profondi. Il dato fondamentale è
che al crollo del lavoro produttivo è corrisposta la crescita di quello
improduttivo o direttamente parassitario. Il processo di
deindustrializzazione e di smantellamento dei settori statali ha causato un
vero e proprio sfaldamento del tessuto sociale. Scomparsi o quasi i grandi
poli industriali, gran parte del lavoro è stato appaltato a piccole e medie
aziende, dove i salari sono più bassi ed è molto più difficile per i
lavoratori tutelare i propri interessi. Allo smembramento della vecchia
classe operaia industriale è corrisposta la crescita dei settori
impiegatizi, di mestieri del tutto nuovi, di lavori socialmente necessari
ma spesso improduttivi. Il posto fisso ormai è stato in gran parte
rimpiazzato dal lavoro precario e flessibile. Le conseguenze sono state
devastanti: un disgregazione sociale senza precedenti causa prima
dell’implosione dei tradizionali vincoli comunitari e dei tessuti
aggregativi, e il sopravvento di un’ideologia individualistica pervasiva,
refrattaria ad ogni istanza solidale e collettiva.
*La crisi italiana
Nella crisi globale dell’Occidente imperialistico c’è la specifica crisi
dell’Unione europea e dentro quest’ultima la crisi italiana. Essa si
presenta come un processo che vede coinvolti simultaneamente l’economia, le
istituzioni repubblicane, la società civile. All’evidente incapacità della
classe dominante di governare il paese (il cui sfascio è emblematico), fa
da contraltare la totale inadeguatezza delle classi subalterne a conformare
un’alternativa. L’ingresso nell’Unione europea e l’adozione dell’euro, che
le classi dominanti avevano pervicacemente perorato come la maniera per
porre fine alle strutturali distorsioni italiane, si sono rivelati invece
un fiasco totale. La sostanziale cessione di sovranità, monetaria, politica
e istituzionale —accettata fideisticamente dalla classe dirigente italiana
ma non da quelle tedesche e francesi, né tanto meno dai paesi che come il
Regno Unito hanno rifiutato di accettare l’euro— ha finito per aggravare
tutti gli squilibri, all’esterno come all'interno. In questo contesto, l’inevitabile crollo dell’Unione e dell’euro rischiano di essere un evento catastrofico, le cui conseguenze più pesanti verranno fatte pagare al popolo lavoratore, privato oramai di ogni autodifesa.
L’alternativa secca è tra il subire questa catastrofe sociale —che non è un
singolo evento fatidico, ma un processo già in atto— o sollevarsi per un
vero e proprio cambio di sistema. Se questo rivolgimento non ci sarà
presto, il paese sarà ridotto in macerie, col rischio che la miseria
generale possa causare un devastante conflitto tra poveri ed infine
lasciare spazio ad avventure populiste e reazionarie, animate da una
borghesia che tiene sempre in serbo primigenie pulsioni reazionarie, senza
nemmeno escludere l’eventualità di uno sgretolamento dello Stato-nazione.
Conflitti aspri saranno inevitabili, così come una polarizzazione di forze
contrapposte.
Di sicuro la crisi sprigionerà grandi energie sociali, energie che questo
sistema politico marcio sarà incapace di ammansire e rappresentare. Queste
forze sono la sola leva su cui si possa fare affidamento per cambiare
radicalmente questo paese. Vanno quindi alimentate, aiutate ad emergere.
Bisogna dare loro una consistenza politica, uno sbocco, una prospettiva.
Per farlo non è sufficiente affermare dei no, occorre anche indicare quale
possa essere l’alternativa, il nuovo modello sociale.
Questo è esattamente il compito che ci proponiamo come Movimento Popolare
di Liberazione (MPL). Esso non consiste anzitutto nell’accendere fuochi di
conflitto sociale, poiché essi già esistono come risultato di una
resistenza diffusa che scaturisce da condizioni oggettive. Il compito
nostro è quello di risvegliare le coscienze sopite, di chiamare a raccolta
le migliori intelligenze, di raggruppare e dunque di far scendere in campo
centinaia e migliaia di cittadini che di fronte alla miseria sociale e
politica generale, sono decisi a prendersi ognuno la propria
responsabilità, fino a quella di battersi per rovesciare lo stato di cose
esistenti.
*Fronte ampio e governo popolare**
Parallelamente alla fondazione di una nuova forza politica, il *MPL*, noi
ci battiamo per unire tutte le forze che avvertono la minaccia incombente e
che non solo si limitano ad opporre dei no, ma che vogliono sfidare le
classi dominanti avanzando soluzioni efficaci e realistiche per portare il
paese fuori dal marasma. Si tratta quindi di attivare un Fronte ampio che
sappia candidarsi alla guida del paese per dar vita a un governo popolare
di emergenza. Tanti sono i problemi, numerose le trasformazioni sociali
necessarie, ma esse fanno capo a poche misure sostanziali.
*- Abbandonare l’euro per riprenderci la sovranità monetaria.
*L’euro ci fu presentato come una panacea per curare i mali strutturali
dell’economia italiana (tra cui l’alto debito pubblico e una competitività
fondata solo sui bassi salari) e risolvere gli squilibri tra gli Stati
comunitari. A dieci anni di distanza non solo il debito pubblico è
aumentato, ma l’economia è in stagnazione e la competitività è diminuita.
Le politiche antipopolari di austerità perseguite da tutti i governi,
presentate come necessarie per restare nell’Unione e difendere l’euro si
sono dimostrate del tutto inutili, se non nel fare dell’Italia un paese più
povero. L’euro e i principi di Maastricht hanno accresciuto gli squilibri
in seno all’Unione europea, determinando uno spostamento di risorse
dall’Italia verso i paesi più “virtuosi”, la Germania anzitutto, che non
hai mai messo i suoi propri interessi nazionali dietro a quelli comunitari.
La ricchezza di un paese non dipende certo dalla moneta, ma dal lavoro che
la crea, e poi da come essa viene distribuita. La moneta è tuttavia una
leva per agire sul ciclo economico, un mezzo per decidere come viene
distribuita la ricchezza sociale. Un paese che non disponga della sovranità
monetaria, tanto più se alle prese con la speculazione finanziaria
globalizzata, è come una città assediata priva di mura di cinta. Occorre
ritornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia sotto stretto controllo
pubblico, affinché l’emissione di moneta sia funzionale all’economia e al
benessere collettivo e non alle speculazioni dei biscazzieri dell’alta
finanza. *-Nazionalizzare il sistema bancario e i gruppi industriali strategici.
*Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane, in ossequio
ai dettami neoliberisti, di diventare banche d’affari, di utilizzare i
risparmi dei cittadini per investirli e scommetterli nella bisca del
capitalismo-casinò. Prese avvio una politica di privatizzazione delle
banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi,
gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. Banche e assicurazioni
sono oggi le casseforti che custodiscono gran parte della ricchezza
nazionale. Esse debbono essere nazionalizzate, affinché questa ricchezza,
invece di partecipare al gioco d’azzardo finanziario, sia utilizzata per il
bene del paese. Debbono poi ritornare in mano pubblica le aziende di
rilevanza strategica, sottraendole agli artigli dei mercati finanziari e
borsistici come dalla logica perversa del profitto d’impresa.
Contestualmente andrà rafforzata la gestione pubblica dei beni comuni come
l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute.
*- Per una moratoria sul debito pubblico e la cancellazione di quello estero
*Il debito pubblico accumulato dallo Stato è usato da un decennio come
la *Spada di Damocle* per tagliare le spese sociali, giustificare le misure
d’austerità ed una tra le più alte imposizioni fiscali del mondo. Esso è
diventato fattore distruttivo da quando, agli inizi degli anni ’90, i
governi hanno immesso i titoli di debito nella giostra delle borse e dei
mercati finanziari internazionali. Da allora i creditori divennero i fondi
speculativi, le grandi banche d’affari estere e italiane. Il debito
pubblico, gravato di interessi crescenti, non è niente altro che un
drenaggio di risorse dall’Italia verso la finanza speculativa, banche
italiane comprese.
Per questo riteniamo ingiusto, antipopolare e suicida per il futuro del
paese fare del pagamento del debito un dogma. La rinascita dell’Italia
richiede la protezione dell’economia nazionale dal saccheggio dei predoni
della finanza imperialista. Ciò implica impedire ogni fuga di capitali
verso l’estero, incluso il pagamento del debito estero perché esso non è
altro che una forma di espatrio legalizzato, di rapina autoinflitta. Non
rimborsare gli strozzini della finanza globale non è una opzione, ma una
necessità.
Non solo è ingiusto, ma in base al rapporto costi/benefici è economicamente
irrazionale tentare di rispettare la clausola del Trattato di Maastricht
che impone un rapporto debito/Pil non superiore al 60%. Ciò implica
ripetere per ben 25 anni, e non è detto che sia sufficiente a causa della
depressione economica, manovre d’austerità da 30 miliardi all’anno.
Sbaglia dunque chi si fa spaventare dagli strozzini che evocano lo
spauracchio del “default”. Il male minore per l’Italia è un default
programmato e pianificato, una moratoria e dunque una rinegoziazione del
debito, che i creditori dovranno accettare, pena il ripudio vero e proprio.
Per quanto riguarda il debito con le banche e le assicurazioni italiane,
dal momento che saranno nazionalizzate, esso sarà *de facto* cancellato. Il
solo debito pubblico che lo Stato rimborserà, a tassi e scadenze
compatibili con le esigenze della rinascita economica e sociale del paese,
sarà quello posseduto dalle famiglie italiane.
*- Debellare la disoccupazione con un piano nazionale per il lavoro
*La natura e il lavoro sono le sole fonti da cui sgorgano il benessere e la
ricchezza sociale. Proteggere l’ambiente e assicurare a tutti i cittadini
un lavoro sono le due priorità di un governo popolare. Ciò implica che
esso, liberatosi dal feticcio della cosiddetta “crescita economica”
misurata in Pil, dovrà sottomettere l’economia, pubblica e privata, alla
politica, ovvero ad una visione coerente della società, in cui al centro ci
siano l’uomo e la sua qualità della vita. Non si vive per lavorare ma si
deve lavorare per vivere. Si produrrà il giusto per consumare il
necessario. Solo così si potrà uscire dalla trappola produzione-consumo per
affermare un nuovo paradigma produzione-benessere.
*- Uscire dalla NATO e dall’Unione europea, scegliere la neutralità.
*Attraverso la NATO l’Italia è incatenata ad un patto strategico che oltre
a farla vassalla dell’Impero americano, la obbliga a seguire una politica
estera aggressiva, neocolonialista e guerrafondaia. Uscire dalla NATO e
chiudere le basi e i centri strategici militari americani in Italia è
necessario per riacquisire la piena sovranità nazionale, scegliere una
posizione di neutralità attiva e una politica di pace. L’uscita dall’Unione
europea, inevitabile se si ripudiano, come occorre fare, i Trattati di
Maastricht e di Lisbona, non vuol dire chiudere l’Italia in un guscio
autarchico, al contrario, vuol dire puntare a diversi orizzonti
geopolitici, aprendosi alla cooperazione più stretta con l’area
Mediterranea, stringendo rapporti di collaborazione con l’America latina,
l’Africa e l’Asia.
*- Rafforzare la Costituzione repubblicana per un’effettiva sovranità
popolare
*La cosiddetta “Seconda repubblica” si è fatta avanti calpestando i dettami
della carta costituzionale. L’abolizione delle legge elettorale
proporzionale, il bipolarismo coatto, i poteri crescenti dell’Esecutivo, la
trasformazione del Parlamento in un parlatoio per replicanti spesso
corrotti, erano misure necessarie per assecondare i torbidi affari di
banchieri e pescecani del grande capitale, nonché per sottomettere il paese
e la politica ai *diktat* e agli interessi della finanza globale. La
Costituzione va difesa contro i suoi rottamatori, se necessario dando vita
ad una Assemblea costituente incaricata di rafforzarne i dispositivi
democratici a tutela della piena ed effettiva sovranità popolare.
*Sovranità nazionale e socialismo Non vediamo oggi, in seno alle classi dominanti italiane componenti
disposte a battersi sul serio per uscire dall’Unione europea, sganciare
l’Italia dalla morsa della globalizzazione liberista per ricollocarla
dentro nuovi scenari geopolitici. Ove domani si manifestassero il popolo
lavoratore non dovrebbe esitare a costituire un’alleanza comune.
Compito pressante dell’oggi è costruire un fronte ampio del popolo
lavoratore, un'alleanza solida tra il proletariato e parti consistenti
delle classi medie. Dentro questa alleanza il proletariato non dovrà stare
a rimorchio ma agire da forza motrice. E per questo serve un soggetto
politico rivoluzionario, che aiuti la classe degli sfruttati a diventare
classe dirigente nazionale. Solo un fronte popolare con al centro i
lavoratori può avere la forza e la determinazione per un cambio di sistema
capace di portare l’Italia fuori dal marasma. E' da questo contesto che
discendono i compiti, le funzioni e il profilo del Movimento Popolare di
Liberazione.
Ma essi dipendono anche dalla nostre finalità, dai nostri scopi ultimi.
Vi è ancora chi considera l’uscita dall’Unione europea e l’abbandono
dell’euro come idee velleitarie ed estremistiche. E’ vero esattamente il
contrario. Il disfacimento dell’Unione europea e la fine dell’euro sono
processi oggettivi, oramai irreversibili. Velleitari sono coloro che si
illudono di fermare queste tendenze facendo gli esorcismi, mettendo toppe
che sono peggiori del buco. Estremisti psicotici sono gli oligarchi di
Francoforte e Bruxelles, disposti a dissanguare intere nazioni pur di
tenere in vita una moneta moribonda e ingrassare la rendita parassitaria.
Il problema non è se abbandonare l’euro o meno, il problema è chi guiderà
questo processo. Se al potere resteranno i servi politici del capitalismo
finanziario ne faranno pagare le salate conseguenze alle masse lavoratrici.
Se sarà un governo popolare a pilotare l’uscita, i sacrifici, certo
inevitabili, saranno anzitutto addossati ai parassiti, e i frutti di questi
sacrifici saranno utilizzati per il bene comune della maggioranza e la
rinascita del paese.
E’ in questo quadro che il MPL considera la riconquista della sovranità
nazionale una stella polare. Senza sovranità nazionale non c’è quella
popolare, non c’è democrazia. Solo riconquistando questa sovranità
politica, economica e monetaria il paese può risorgere su nuove basi,
sgangiandosi dalla soffocante morsa dei mercati finanziari internazionali
per proiettarsi verso altri orizzonti regionali e mondiali. Se Un’Europa
dei popoli vedrà un giorno luce essa nascerà sulle macerie di quella di
Maastricht.
Siccome è sotto gli occhi di tutti che non siamo alle prese con una
recessione ciclica ma con una crisi storico-sistemica di un modello di
produzione e di vita, dovere di chi guarda al futuro è immaginare
un’alternativa di società e agire per realizzarla. Sarebbe assurdo fare
grandi sacrifici per poi ritrovarci alle prese con una società esposta a
crisi cicliche devastanti, incapace di assicurare un reale benessere
collettivo, generatrice di diseguaglianze e squilibri, lacerata dai
conflitti sociali.
Il *MPL* scende in campo per contrastare questa crisi e soprattutto per
uscire dal sistema neoliberista globalizzato che ha fatto del capitalismo
un dogma. Per liberare il paese dalla corruzione, dalle ingiustizie, dalla
dittatura delle banche e della finanza internazionale. Per liberarci dalla
dittatura del mercato. Scende in campo per non accettare supinamente la
distruzione sistematica della natura, della nostra vita e del futuro delle
nuove generazioni; per affermare che l'alternativa è una società socialista
che metta l'economia al servizio della collettività e della difesa di tutti
i beni comuni. Sappiamo che questo approdo è ancora lontano, che occorrono tempi lunghi affinché lavoratori e cittadini possano riuscire a prendere in mano i loro destini. Solo allora la società sarà matura per fare a meno del mercato, per togliere ai mezzi di produzione e di scambio la loro forma capitalistica e ai beni la loro forma di merce.
Fino ad allora coesisteranno forme diverse di proprietà, quelle
capitalistiche e quelle statali, quelle pubbliche e quelle autogestite.
Fermo restando che il governo popolare dovrà aiutare il nuovo a crescere e
il vecchio a perire.
L’alternativa di oggi è lottare o soccombere. Quella di domani sarà la
liberazione o il ritorno a forme più brutali di oppressione.

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