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sabato 9 aprile 2016

Generazione carcere: la gioventù egiziana dalle proteste alla prigione ... ed altro

È il titolo forte, quasi lancinante, di un rapporto pubblicato nel giugno 2015 da Amnesty International, per denunciare la repressione del dissenso nel nuovo Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi . Sono le storie di 14 giovani, attivisti per i diritti umani, studenti, blogger, arrestati assieme ad altre migliaia di persone per la loro partecipazione alle proteste, mentre le autorità giustificavano il giro di vite sottolineando la necessità di garantire sicurezza e stabilità al paese. 
Era il 25 gennaio 2011 quando, per la prima volta, l’avanguardia di Tahrir occupava la piazza fino a farla straripare di gente, sognando un Egitto finalmente libero dai trentennali giochi di potere della cricca mubarakiana. Tutto era cominciato nel centro tunisino di Sidi Bouzid, nel dicembre precedente, quando con un gesto estremo di protesta il venditore di frutta Mohamed Bouazizi aveva risposto alle angherie subite dalle autorità dandosi fuoco. Lì avevano iniziato a germogliare i gelsomini della rivoluzione, che avrebbero portato in meno di un mese alla caduta del presidente Ben Ali. I venti delle primavere arabe superarono rapidamente i confini tunisini, prendendo a soffiare impetuosi sulla cruciale regione geopolitica del Grande Medio Oriente. Quella di Mubarak fu la seconda dittatura a capitolare, aprendo la strada a un futuro ricco di incognite ma altrettanto denso delle speranze di tanti egiziani. Nel giugno del 2012, dopo oltre un anno di reggenza del feldmaresciallo Tantawi, la vittoria alle elezioni presidenziali di Mohammed Mursi, esponente del partito Giustizia e libertà, emanazione diretta della Fratellanza musulmana. È una parentesi che dura solo un anno: la piazza si ribella ai decreti dal sapore neofaraonico emanati dal capo dello Stato e la protesta monta, fino all’ultimatum dell’esercito. Il 3 luglio Mursi viene deposto: non un golpe, dicono i militari, ma una risposta alle rivendicazioni popolari. La transizione è affidata al presidente della Corte costituzionale Adly Mansour e nel frattempo comincia a imporsi la figura del generale al-Sisi, che smette la divisa e - come prevedibile - si candida alle elezioni presidenziali del maggio 2014, stravincendole con quasi il 97% dei consensi.
Oggi, a più di 5 anni da quel 25 gennaio 2011, il sogno di un futuro diverso coltivato dai manifestanti d’Egitto al grido di ‘pane, libertà e giustizia sociale’, resta un ricordo sbiadito. E, denuncia Amnesty, la ‘generazione della protesta’ del 2011 è diventata nel 2015 una ‘generazione in galera’. Appartiene a questa gioventù Alaa Abdel Fattah, attivista e blogger, condannato nel febbraio 2015 a 5 anni di reclusione per aver violato la legge che non consente manifestazioni senza autorizzazione; ne fa parte l’avvocatessa per i diritti umani Mahienour el-Masry, arrestata con l’accusa di aver attaccato la stazione di polizia di El-Raml nel marzo del 2013; ne è invece da poco uscita Yara Sallam, impegnata nella difesa dei diritti delle donne, condannata per protesta non autorizzata e poi graziata nel settembre 2015 dal presidente al-Sisi.
Per il quinto anniversario della Rivoluzione, lo scorso 25 gennaio, il governo era stato chiaro, ricorrendo addirittura a motivazioni religiose per spiegare la sua posizione: era necessario non cedere alle sirene della protesta che riecheggiavano sui social media, perché trascinare il paese nel caos e nella violenza ‘va contro i principi della sharia’. Nel frattempo, gli amministratori di alcune pagine Facebook erano già stati arrestati con l’accusa di aizzare contro le istituzioni dello Stato e di far parte della Fratellanza musulmana, tornata nuovamente fuorilegge. Il giorno di quel quinto anniversario ha segnato anche l’Italia, perché al Cairo si perdevano le tracce del giovane ricercatore Giulio Regeni, dottorando all’università di Cambridge e impegnato nello studio dei sindacati indipendenti in Egitto. Il suo corpo senza vita sarebbe stato ritrovato il 3 febbraio, portando con sé mille interrogativi per quegli evidenti segni di tortura che hanno subito fatto affiorare il più terribile dei sospetti, quello di un coinvolgimento dei servizi di sicurezza. Le autorità egiziane hanno promesso di fare piena luce sul caso e assicurato la loro collaborazione agli investigatori italiani, ma le contrastanti versioni sull’accaduto che giorno dopo giorno arrivano dalle rive del Nilo appaiono immediatamente poco credibili, dalla notizia di un incidente stradale, all’ipotesi di un omicidio collegato al mondo della droga, alle voci di un presunto delitto a sfondo sessuale. Poi ricompare la pista della criminalità comune, vengono mostrate le fotografie dei documenti di Giulio, che sarebbe stato assassinato da una banda specializzata nel rapimento di cittadini stranieri i cui membri - ovviamente uccisi - erano soliti travestirsi da poliziotti. Anche questa tesi tuttavia non regge: il borsone rosso mostrato negli scatti non sarebbe infatti del ricercatore italiano; decisamente improbabile poi che dei criminali comuni conservino per mesi i documenti di una loro vittima. Il governo italiano, lasciando trasparire irritazione, mantiene ferma la sua posizione e ribadisce che non accetterà verità di comodo; da parte sua Il Cairo fa sapere che il caso non è chiuso e le indagini proseguono. In attesa dell’incontro a Roma tra gli investigatori italiani e i loro colleghi egiziani – fonti parlano di un dossier di 2000 pagine – il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha rimarcato che, senza un vero cambio di marcia, l’Italia è pronta a reagire con misure tempestive e proporzionate. Parole che, ovviamente, Il Cairo non ha gradito.
L’Egitto continua a essere un attore di grande rilevanza nello scacchiere del Grande Medio Oriente, oggi in particolar modo per la sua prossimità al magmatico fronte libico e per la lotta contro un terrorismo che nell’incontrollato Sinai – con l’attentato all’aereo russo dell’ottobre 2015 – ha dimostrato di poter colpire con drammatica brutalità. Alle dinamiche geopolitiche si affiancano poi importanti interessi economici, che coinvolgono le principali potenze occidentali e anche l’Italia, peraltro non solo attraverso l’ENI.
Per gli eredi dei faraoni il momento è delicato, con una crescita economica in fase di rallentamento e carenti riserve di valuta estera. Le difficoltà hanno determinato un calo della popolarità del presidente, ma secondo gli analisti al-Sisi può per il momento restare tranquillo sia perché – come ha ricordato Eric Trager su Foreign Policy – dopo anni convulsi gli egiziani sembrano poco propensi a nuove sollevazioni, sia perché – hanno evidenziato Marina e David Ottaway per Foreign Affairs – il capo dello Stato controlla saldamente le istituzioni del paese.
Sul caso Regeni sarà necessario fare chiarezza nel più breve tempo possibile, senza dimenticare – riportando le parole di una risoluzione comune votata dal Parlamento europeo nel mese di marzo – che purtroppo non si tratta di un ‘evento isolato, ma si colloca in un contesto di torture, morti in carcere e sparizioni forzate avvenute in tutto l’Egitto negli ultimi anni’.
C’è ancora troppo buio lungo le sponde del Nilo.

03 dicembre 2012

L’Egitto: un potenziale perno diplomatico negli equilibri geopolitici medio orientali

di Vincenzo Piglionica

Le dinamiche socio-economiche e socio-politiche che hanno costituito l’humus fertile per la fioritura della “primavere arabe” (l’uso del plurale vista la profonda eterogeneità dei processi ancora in corso appare opportuno), trovano la loro ragion d’essere nella situazione nazionale dei Paesi coinvolti.  Il costante aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, la corruzione diffusa negli elefantiaci apparati burocratici di regime e lo stridente contrasto fra l’opulenza delle oligarchie al potere e la drammatica povertà di fasce sempre più ampie della popolazione, hanno infiammato gli animi ed innescato le rivoluzioni, producendo in poche settimane il rovesciamento delle pluridecennali dittature monarchico-presidenziali di Tunisia ed Egitto.
I radicali mutamenti interni che hanno interessato la regione nordafricana hanno tuttavia rapidamente superato i confini nazionali per proiettarsi – quanto meno sotto due profili – in una dimensione macrogeopolitica globale. In primo luogo, perché i pollini della rivoluzione hanno travolto la vicina Libia del colonnello Gheddafi (dove c’è stata una vera e propria guerra civile) per poi varcare il Canale di Suez e sprigionarsi in Medio oriente; in seconda istanza perché lo status quo geopolitico di una delle regioni più “calde” del mondo è stato sensibilmente alterato, cogliendo impreparate le diplomazie internazionali.
Particolare attenzione merita in questo articolato scenario l’Egitto, punto di congiunzione fra Maghreb e Medio oriente e storicamente al centro degli equilibri regionali.
Il tardivo ma risoluto invito del presidente statunitense Obama a Mubarak ad “ascoltare il grido del suo popolo e trarne le conseguenze”, lasciava in realtà trasparire tutta la tensione della Casa Bianca, da una parte affascinata dal furor dei manifestanti improvvisamente decisi a riappropriarsi del loro destino, ma dall’altra titubante nello sponsorizzare apertamente la caduta di un regime amico nel cuore del “grande Medio oriente” e per di più alle porte di Israele.
Il carattere marcatamente destrutturato e frammentato dell’offerta politica post-Mubarak, al netto del periodo di transizione presieduto dalla giunta militare (lo Scaf) e durato più di un anno, lasciava presagire che la vera sfida per il controllo del potere si sarebbe circoscritta alle uniche forze con una base di consenso già consolidata: le incrostazioni del regime e il variegato panorama dei soggetti islamisti, in particolare la Fratellanza musulmana. Le elezioni presidenziali di maggio-giugno 2012 hanno confermato questo quadro: al primo turno si è verificata una prevedibile atomizzazione delle preferenze del corpo elettorale, che si sono disperse in rivoli di consenso verso i vari candidati ( in cinque hanno superato il 10% dei voti), ma al ballottaggio sono arrivati l’esponente del partito “Giustizia e Libertà” diretta emanazione dei Fratelli musulmani e l’ultimo Primo ministro dell’era Mubarak. E alla fine, per meno di un milione di voti, la vittoria è andata al candidato della Fratellanza Mohamed Mursi, primo presidente non militare dell’Egitto repubblicano.
In questi ultimi mesi, il nuovo corso politico della terra dei faraoni è stato costantemente monitorato. Non è un mistero che Israele abbia guardato con una certa apprensione alla rivoluzione dei giovani di Piazza Tahrir e ai suoi successivi sviluppi, nella convinzione che le ottimistiche previsioni dei cantori della “primavera egiziana” come alba di una nuova stagione democratica, si sarebbero presto scontrate con una realtà molto diversa e geopoliticamente pericolosa per l’Occidente.
Oggi si può dire che il tanto temuto spostamento dell’asse diplomatico egiziano verso posizioni anti-israeliane e anti-occidentali non si è verificato, per lo meno non in maniera evidente. Se un parziale slittamento c’è stato, si è trattato più di un riposizionamento retorico-strategico che effettivo, dovuto alla necessità di liberarsi della fama di Stato troppo sbilanciato verso Gerusalemme e Washington che accompagna l’Egitto dai tempi degli Accordi di Camp David con Israele nel 1978 e si è rafforzata durante gli anni del regime di Mubarak.
Il presidente Mursi si trova fra due fuochi. Una parte della Fratellanza musulmana è costituita da uomini estremamente pragmatici ed intelligenti, che ben comprendono le ricadute di un eventuale smantellamento dell’architrave diplomatico di Camp David e di un ipotetico allontanamento dagli Stati Uniti. Qualsiasi manovra che si presti ad essere interpretata come ostile verso Israele, porterebbe Washington a chiudere i rubinetti degli aiuti economici destinati al Cairo e soprattutto a finanziare il suo esercito (1,3 miliardi di dollari all’anno), cosa che l’Egitto non può permettersi. Molto difficile sarebbe inoltre per il Cairo beneficiare dei 4,8 miliardi di dollari previsti dal Fondo Monetario Internazionale, istituzione nella quale gli Usa continuano ad avere un certo peso.
Senza contare che, in un eventuale scontro fra gli eserciti egiziano ed israeliano, ci sono pochi dubbi su chi avrebbe la meglio.
Esistono però anche segmenti della Fratellanza decisamente più imbevuti di ideologia, convinti dell’obbligo quasi morale di una rottura con Israele per abbracciare in toto la causa palestinese, in particolare a Gaza dove opera Hamas che proprio dai Fratelli musulmani trae origine.
La nuova classe politica al potere in Egitto ha voluto rassicurare l’Occidente sul pieno rispetto degli accordi internazionali sottoscritti in passato, ma la Fratellanza non di rado ha parlato di una necessaria ridiscussione di alcuni punti dell’Accordo di pace con Israele sottoscritto un anno dopo Camp David, su cui una parte dei delicati equilibri medio orientali si fonda.
Ciò che al momento traspare è una rinnovata voglia dell’Egitto di ricollocarsi sulla scena internazionale come attore pivotale nella partita geopolitica del Medio oriente. Mursi è stato il primo leader egiziano a visitare l’Iran dai tempi della rivoluzione khomeinista del 1979, in occasione del vertice dei “non allineati”, allarmando le petromonarchie della regione del Golfo che sono in prima linea contro Teheran e guardano con sospetto e timore per la stabilità dei loro regimi all’ascesa della Fratellanza in Egitto. Il presidente egiziano ha comunque rassicurato sceicchi ed emiri: il Cairo non ha intenzione di esportare la rivoluzione al di fuori dei suoi confini; anche perché i petrodollari promessi dai sovrani dell’area farebbero molto comodo alle casse egiziane.
L’Egitto partecipa inoltre al gruppo di contatto sulla Siria con Iran (maggiore sostenitore di Assad nella regione), Turchia ed Arabia Saudita (che supportano i ribelli), anche se per ora non sono stati raggiunti risultati degni di sottolineatura per fermare la guerra civile a Damasco.
Positiva è stata invece la mediazione egiziana per la negoziazione del cessate il fuoco fra Israele e Gaza lo scorso novembre. Mursi ha adottato un approccio pragmaticamente realista senza con questo rinunciare a qualche piccolo sconfinamento nel campo della retorica populista, ottenendo un ritorno d’immagine significativo. L’Occidente ha infatti apprezzato gli sforzi profusi dal Capo dello Stato egiziano per la cessazione delle ostilità, come dimostrato dal plauso di Barack Obama; e Mursi è riuscito ad accreditarsi come difensore della causa palestinese nei primi giorni degli scontri, annunciando che l’Egitto non avrebbe mai lasciato Gaza sola e persino richiamando in patria il suo ambasciatore in Israele in risposta ai raid di Tsahal sulla Striscia.
In un contesto sempre più fluido, in cui Turchia ed Iran non negano le loro grandi aspirazioni regionali, l’Arabia Saudita cerca di mantenere il suo status geopolitico e il Qatar si rivela sempre più dinamico, l’Egitto ha dimostrato di potersi proporre come perno diplomatico nei complessi equilibri medio orientali, ma le sue possibilità di successo come attore regionale (fra i tanti) di riferimento sembrano oggi legate a doppio filo alle risposte che il Cairo saprà innanzitutto dare nel processo di stabilizzazione interna.
Le proteste di Tahrir a dicembre del 2012 contro il referendum sulla nuova Costituzione e i decreti dal sapore neofaraonico di Mursi, a cui hanno fatto da contraltare le manifestazioni a sostegno del presidente; sono la fotografia di un Paese ancora diviso e in fermento.
Sono la crisi economica e la stabilità politica i grandi problemi con cui l’Egitto è chiamato oggi a confrontarsi, e sarà il modo in cui il Paese riuscirà a plasmare se stesso che influenzerà profondamente ciò che esso sarà sulla scena internazionale.

28 giugno 2012

La presidenza dell’Egitto ai Fratelli musulmani: una vittoria a metà

di Anthony Santilli

Mohammed Mursi, il candidato dei Fratelli musulmani, è il primo Presidente democraticamente eletto nella storia dell’Egitto post-Mubarak. Questo è quanto comunicato da Faruq Sultan, presidente della Commissione elettorale, che domenica scorsa [24 giugno ndr] ha finalmente diramato i risultati, ad una settimana dalla conclusione del ballottaggio. A detta della stessa Commissione, Mursi ha vinto la corsa alla presidenza aggiudicandosi 13.2 milioni di voti, ovvero il 51% dei consensi. Il suo rivale, Ahmed Shafiq, ne ha invece ottenuti 12.3 milioni. Circa 800 mila schede sono state invalidate.

Una settimana piena di tensioni
A causa dei continui rinvii da parte della Commissione, tutta la settimana è trascorsa in Egitto nell’attesa dei risultati ufficiali, con i due candidati che facevano a gara nel dichiarare, cifre alla mano, di aver ottenuto il maggior numero di voti, accusandosi reciprocamente di brogli.
Parallelamente a questa guerra dei numeri, le piazze egiziane si sono nuovamente riempite dei sostenitori dei due candidati. Durante la settimana la preponderanza delle manifestazioni a sostegno del candidato dei Fratelli musulmani è stata costante, anche grazie all’affluenza di quanti percepivano la possibile vittoria di Shafiq come un ritorno al potere del vecchio regime. L’ultimo evento di questa battaglia a distanza si è svolto sabato scorso [23 giugno ndr], quando migliaia di sostenitori di Ahmed Shafiq hanno manifestato contro i Fratelli musulmani ed il loro candidato, occupando alcune delle più importanti strade di Nasr City, al Cairo. A poche centinaia di metri di distanza, un’imponente manifestazione aveva luogo nella centrale Piazza Tahrir, tradizionale epicentro delle proteste contro il regime, animata principalmente dai sostenitori degli Ikhwan.


Una vittoria a metà
La vittoria di Mursi ribadisce quello che le elezioni parlamentari di qualche mese fa avevano già annunciato, ovvero che i Fratelli musulmani rimangono la forza politica meglio organizzata e maggiormente radicata nel paese.
Non solo. La sua vittoria conferma allo stesso tempo la notevole capacità di negoziazione del movimento con chi detiene il potere. Questa abilità ha permesso alla Fratellanza di sopravvivere politicamente anche nei momenti di più dura repressione, come nel secondo quinquennio di Sadat, o nell’ultimo decennio del regime di Mubarak. Oggi come in passato, accanto alle imponenti manifestazioni di piazza promosse dalla struttura organizzativa dei Fratelli musulmani, i negoziati con le forze militari si sono susseguiti senza soluzione di continuità. Numerosi quotidiani arabi hanno riportato i dettagli degli incontri prodottisi all’indomani della tornata elettorale; tra i più risolutivi l’incontro avvenuto tra i generali del Consiglio Supremo delle Forze armate (SCAF) e il leader della Fratellanza Khairat al-Shatir, per la definizione dei poteri del nuovo Presidente.
A seguito dei provvedimenti presi dalle alte sfere militari negli ultimi giorni, ancora non è chiaro in effetti che ruolo potrà svolgere il nuovo Presidente egiziano nei prossimi mesi. Mursi si trova infatti privo del sostegno del Parlamento, disciolto dopo che lo scorso 14 giugno la Corte costituzionale suprema ha dichiarato incostituzionale alcune parti della legge attraverso la quale si sono regolamentate le elezioni parlamentari. Tre giorni dopo lo SCAF ha inoltre pubblicato sulla Gazzetta ufficiale egiziana una Dichiarazione di modifica del testo costituzionale che gli stessi militari avevano promulgato lo scorso 30 marzo 2011. Con tale dichiarazione sono stati ulteriormente limitati i poteri del Presidente egiziano, a tutto vantaggio del Consiglio Supremo delle forze armate, che deterrà il potere legislativo fino alla formazione di un nuovo Parlamento; secondo questa dichiarazione lo SCAF avrebbe inoltre il potere di nominare una nuova Assembla costituente qualora quella esistente “incontri degli ostacoli che possano impedirne il regolare svolgimento dei lavori”. Come ha affermato Ahmed Raghib dell’Hisham Mubarak Law Center lo scorso 19 giugno sulle pagine del quotidiano al-Shuruq, con questo nuovo emendamento il Consiglio Supremo delle forze armate è oramai “il vero capo dell’Egitto”.
La strategia dello SCAF è sin troppo chiara. Sarà da vedere invece nelle prossime settimane quale atteggiamento adotteranno i Fratelli musulmani e soprattutto se i negoziati degli ultimi giorni abbiano realmente definito i limiti dell’azione che il movimento potrà svolgere sullo scenario politico egiziano.
Un primo indizio delle prossime mosse sarà dato dall’atteggiamento che gli Ikhwan adotteranno nei riguardi dell’avvenuto scioglimento del Parlamento egiziano. Sabato 16 giugno il Partito Libertà e Giustizia (braccio politico dei Fratelli musulmani) aveva infatti rilasciato un comunicato nel quale rifiutava categoricamente la decisione della Corte Suprema di invalidare le elezioni parlamentari. Ancora mercoledì scorso [20 giugno ndr] l’omonimo quotidiano del partito insisteva nel diramare una road map per i prossimi mesi, nel caso di vittoria del proprio candidato. Tra i punti salienti vi era il “ripristino del disciolto Parlamento”.
L’atteggiamento del movimento nelle prossime ore potrà essere quindi rivelatore. Certo è che la vittoria di Mohammed Mursi, per quanto ufficiale, non sembra sancire la fine del tribolato processo di transizione egiziano.

06 giugno 2012

Le complicate elezioni in Egitto

di Bruna Soravia

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Egitto, che si è tenuto il 23 e 24 maggio scorsi, ha condotto a un risultato largamente inatteso da chi pronosticava la vittoria degli esponenti del rinnovamento politico e una fluida transizione verso la normalizzazione. Il testa a testa del candidato islamista conservatore Mohamed Mursi e di Ahmed Shafiq, militare e uomo di Mubarak – insieme al terzo posto di Hamdin
Sabahi, oppositore del regime in nome del ritorno all’ortodossia rivoluzionaria nasserista – ha invece riconfermato la polarizzazione dell’opinione pubblica fra il blocco islamista e la fedeltà al passato regime, pur tenendo conto della debole percentuale di votanti (il 46,42% degli aventi diritto) e delle inevitabili denunzie di brogli a favore di Shafiq, sostenute soprattutto da Sabahi.
La tenuta del partito sommerso dei sostenitori e nostalgici del regime è probabilmente il dato più sorprendente, soprattutto perché ha interessato alcuni dei principali distretti elettorali che avevano garantito la vittoria degli islamisti alle elezioni parlamentari. La stretta disciplina della Fratellanza musulmana e la sua capillare propaganda nel paese hanno comunque garantito la scelta di Mursi (24,3% dei voti), designato dall’organizzazione dopo che la Commissione elettorale aveva, con una decisione assai controversa, estromesso Khairat El-Shater, miliardario islamista e candidato ben più popolare, poche settimane prima della consultazione. Il successo di Shafiq (23,3%) rivela invece la rapida ripresa dell’apparato del partito di regime, il Partito Nazionale Democratico, scomparso dalla ribalta dopo la rivolta del 2011 ma ancora radicato nella struttura economica e nei media nazionali. Shafiq, l’ultimo primo ministro designato da Mubarak prima delle dimissioni, è infatti emerso a sorpresa nelle ultime fasi della campagna, dopo essere stato riammesso alla competizione nonostante la legge appositamente approvata dal nuovo parlamento per impedire ai membri del regime di partecipare. Quasi ignorato dagli analisti occidentali e dai sondaggi pre-elettorali, egli ha rapidamente ricostruito intorno a sé le reti di supporto del regime, proponendo una piattaforma basata sul ripristino della legalità, dell’ordine e della sicurezza – richieste particolarmente sentite nel paese, dove violenze e rapine sono oggi in aumento – e sulla ripresa economica, mentre Mursi fa appello, ma solo oggi, alla riconciliazione con le forze politiche laiche e con la minoranza cristiana copta, arrivando a prospettare la possibilità che il vice-presidente non sia un islamista. Proprio il voto copto (i copti compongono il 12% della popolazione egiziana) ha probabilmente influito sul successo di Shafiq. Inizialmente convergenti su ‘Amr Musa, l’ex-presidente della Lega Araba dato come favorito fra i candidati laici, i voti della comunità hanno infatti premiato Shafiq dopo che Musa era stato accusato, in uno degli ultimi colpi di scena di questa drammatica campagna elettorale, di ricercare un accordo con i partiti islamisti.
La cattura dei voti andati ad altri candidati e la mobilitazione degli astenuti è oggi il principale obiettivo della campagna, prima del voto finale del 16 e 17 giugno, e non appare un obiettivo facile. Tanto Musa che Sabahi hanno dichiarato di non voler sostenere né gli islamisti né i rappresentanti del regime, ma è probabile che i voti del primo finiscano a Shafiq e quelli del secondo – almeno in parte – a Mursi. Il candidato islamista ha intanto ricevuto inaspettato sostegno da Alaa al-Aswany, il più famoso scrittore egiziano contemporaneo, già sostenitore di El-Baradei, il candidato liberale ritiratosi all’inizio della campagna per motivi tuttora poco chiari, ma è prevedibile che il voto liberale conterà poco nel risultato finale. Anche la sentenza che ha condannato all’ergastolo il 2 giugno il ra’is morente Hosni Mubarak avrà sulla campagna in corso effetti che è ancora difficile prevedere. Quanto agli alleati occidentali dell’Egitto, il segretario di stato statunitense Hillary Clinton ha ufficialmente dichiarato che l’amministrazione Obama accetterà qualunque governo eletto democraticamente.
E’ prevedibile che un risultato a favore di Shafiq possa condurre ad una impasse politica capace di paralizzare il paese e di accentuare le divisioni, poiché il parlamento eletto (al 70% islamista) e il presidente dovranno riscrivere la Costituzione del paese, oggi retto, in modo confuso e controverso, da una dichiarazione costituzionale provvisoria emanata dallo SCAF (il Consiglio supremo delle forze armate). L’esercito, che gestisce non solo la difesa, ma anche la politica estera e l’economia nazionale, pretende che la nuova costituzione salvaguardi le sue prerogative, in particolare la segretezza del bilancio militare e l’ultima parola in caso di dichiarazione di guerra. Quest’ultima clausola è indirettamente volta a tutelare il trattato di pace con Israele, condizione degli ingenti aiuti statunitensi all’Egitto, la cui revisione è stata più volte minacciata dal blocco islamista mentre Shafiq si è espresso a favore della sua conservazione.
Il perdurante potere dei militari è oggi il principale ostacolo alla transizione democratica in Egitto e il limite di ogni suo passo in avanti. Appare per questo tanto più incoraggiante la notizia che il 31 maggio è definitivamente decaduta la legislazione di emergenza, ininterrottamente in vigore in Egitto dal 1981, dopo l’assassinio di Sadat, e con essa un importante strumento di repressione e di controllo della popolazione nelle mani dei militari.

04 maggio 2012

Egitto. I risvolti politici della cessazione delle forniture di gas a Israele

di Anthony Santilli

Mentre in Egitto il processo di transizione democratica avanza attraverso un tortuoso percorso ad ostacoli, nuovi scenari si profilano anche in riferimento alla posizione del paese nel più ampio scacchiere mediorientale.
Domenica scorsa [22 aprile NdR] l’esportazione di gas naturale egiziano verso Israele è cessata ufficialmente. Questa si fondava su di un accordo del 2005 quando, attraverso un memorandum d’intesa, l’Egitto dell’allora presidente Mubarak si impegnò a fornire a Tel Aviv circa 1.7 bilioni di metri cubi annui di gas, per una durata variabile tra i quindici e i venti anni. Numerosi analisti evidenziarono all’epoca come il prezzo concordato per l’esportazione del gas egiziano verso Israele fosse nettamente inferiore a quello di mercato. Negli anni successivi, l’Egitto rinegoziò molte forniture di gas, ad eccezione di quella siglata con Israele.
L’impopolarità di questo accordo in Egitto è a tutti nota. La crisi economica che il sistema-paese sta attraversando da anni e il crescente disappunto per l’atteggiamento israeliano verso il popolo palestinese rappresentano, agli occhi dell’opinione pubblica egiziana, delle ragioni più che valide per rivedere un accordo al ribasso, simbolo della complicità egiziana con lo scomodo vicino.
Ecco perché, sin dal 2008, esiste nel paese una campagna popolare contro l’esportazione di gas verso Israele, e perché, dallo scoppio della rivolta del lontano 25 gennaio 2011, si contano ben 14 attacchi contro il gasdotto che dal Sinai arriva fino ai suoi territori.
Sulla stampa egiziana la rottura del contratto - ufficialmente rescisso perché dal 2008 Israele non avrebbe corrisposto l’importo pattuito - ha assunto sin da subito connotazioni politiche.
Quotidiani filo-governativi come al-Jumhuriyya (lett. “La Repubblica”) approfittavano martedì scorso dell’anniversario del ritiro definitivo delle truppe israeliane dal Sinai per istituire un parallelismo, tra la funzione “emancipatrice” esercitata a loro dire dai militari in quel lontano 25 aprile del 1982 e l’attuale rescissione attribuita, a loro dire, al risoluto intervento del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF). Un parallelismo a dir poco forzato, se si pensa alla vera storia di quel lontano episodio, nel quale le alte sfere militari egiziane svolsero un ruolo a dir poco marginale.
Molte testate indipendenti pongono l’accento invece sul carattere propagandistico della decisione assunta nei giorni scorsi. Citando un’anonima “fonte governativa”, il quotidiano al-Shuruq ha sottolineato ad esempio come il provvedimento di cessazione dell’esportazione di gas sia stato adoperato dallo SCAF come uno strumento per invertire quella crisi di consensi verso i militari che da mesi sembra irreversibile. Ecco quindi spiegato, sempre secondo al-Shuruq, perché il provvedimento sia stato adottato proprio alla vigilia del succitato anniversario.
Una considerazione condivisa anche da Ibrahim Eissa che tuttavia, in un lungo editoriale dal titolo “I pericoli di una grande decisione” apparso sul quotidiano indipendente al-Tahrir (lett. “La Liberazione”), si chiede come mai, se davvero trattasi di questione politica, l’esercito o il governo egiziano non lo abbiano rivendicato in maniera più esplicita.
In realtà, alcuni membri del gabinetto ministeriale si sono esposti con dichiarazioni alquanto esplicite, seppur contraddittorie. Già lunedì scorso [23 aprile 2012 NdR] il quotidiano di stato al-Ahram ha dato risalto alle dichiarazioni del Ministro dell’Energia Hassan Yunis, secondo cui il gas sino ad allora esportato verso Israele verrà “destinato agli impianti elettrici egiziani” perché “noi ne abbiamo più diritto di loro”. Sulle pagine di al-Tahrir leggiamo invece le dichiarazioni del Ministro per la cooperazione internazionale Fayza Abu al-Naga, che apre ad una inedita fase di esportazione di gas verso Tel Aviv, seppur secondo nuove (e più alte) tariffe.
Affermazioni discordanti, che rivelano tuttavia come il governo stia tentando di giocare la carta del “patriottismo energetico” per risalire, come i militari, nei sondaggi di gradimento.
Più equilibrata l’analisi proposta da ‘Abd al-Rahman Hussein dalle pagine del quotidiano indipendente al-Masri al-yawm (lett. “L’Egitto oggi”). L’autore, pur riconoscendo che la rescissione del contratto è stata provocata da fattori prettamente commerciali, non nasconde l’esistenza di implicazioni politiche, manifestatesi a suo dire nelle modalità e nella tempistica adottate per affrontare la questione. Citando l’opinione di Nabil ‘Abd al-Fatah, analista del Centro studi politici e strategici del gruppo editoriale al-Ahram, l’autore ricorda come la rescissione dell’accordo “avrà effetti importanti anche in politica interna, poiché si inserisce nello scontro tra lo SCAF e le altre forze politiche egiziane, in particolare quelle islamiste”.
È evidente oramai come la questione dei rapporti israelo-egiziani sia parte integrante della battaglia fra le differenti forze politiche nel paese. Sarà da capire nelle prossime settimane se, al di là della sua attuale strumentalizzazione, si arriverà ad una più generale ridefinizione degli Accordi di Camp David.

09 luglio 2013

Perché al Nour è così importante in Egitto?

di Jean-Marie Rossi

Alle quattro di mattina di lunedì 8 luglio l’esercito egiziano ha sparato sulla folla che stava manifestando di fronte alla sede della Guardia Repubblicana al Cairo, uccidendo 51 persone e ferendone diverse centinaia. Molti manifestanti si erano riuniti per protestare contro il colpo di stato dell'esercito ai danni del deposto presidente Mohammed Mursi, che si crede sia trattenuto proprio presso la sede della Guardia Repubblicana. Non è molto chiara la dinamica di quello che è successo - manifestanti ed esercito hanno diffuso dei video che mostrano diverse fasi della sparatoria, ma che non chiariscono le responsabilità effettive - ma una delle reazioni più significative agli eventi di domenica notte è stata quella del partito salafita egiziano Al Nour: i suoi membri prima hanno comunicato di volersi ritirare dalle consultazioni presidenziali per la formazione del nuovo governo, poi hanno "ammorbidito" le loro posizioni, dicendo al quotidiano del Qatar Al-Jazeera che in realtà la loro era una sospensione, più che un ritiro.
Erano state proprio le riserve di Al Nour, secondo più importante partito islamista dopo i Fratelli Musulmani, a bloccare la nomina di Mohamed El Baradei a primo ministro - e poi a vice primo ministro - del governo ad interim che i militari stanno cercando di formare per guidare il paese nel periodo di transizione fino alle prossime elezioni. Dopo il veto di Al Nour, il nuovo presidente dell'Egitto, Adli Mansour, aveva comunicato alla stampa che non c’era ancora certezza riguardo alle diverse nomine e che i negoziati tra le varie forze politiche sarebbero dovuti continuare.
Il partito Al Nour, visto fino a due anni fa non tanto come una formazione politica quanto come un gruppo di estremisti islamici con poche possibilità di ottenere ampio consenso, è riuscito a crearsi un certo spazio politico dopo avere scaricato Mursi durante il colpo di stato dei militari dei giorni scorsi. Al Nour è stato l’unico partito islamista che ha appoggiato il colpo di stato contro Mursi, sebbene fosse molto legato ai Fratelli Musulmani. Inoltre, la sua presenza a fianco dei militari ha dato il segnale agli elettori egiziani che la mossa dell'esercito non era rivolta contro l’Islam, o i partiti islamisti al potere.
Con il passare dei giorni, Al Nour ha acquisito un ruolo sempre più necessario nelle negoziazioni per la formazione del nuovo governo. Molti esperti hanno scritto che non è possibile, ad oggi, pensare di formare un governo ad interim nel nuovo Egitto post-Mursi senza che questo ottenga l'appoggio e il sostegno dei salafiti di Al Nour. Il problema, stanno dicendo alcuni leader più laici dell'Egitto, è che i salafiti stanno imponendo delle condizioni sempre più stringenti: hanno rifiutato le candidature del primo ministro e del vice primo ministro avanzate dall'esercito e dalle altre opposizioni, e mantengono una posizione di intransigenza rispetto alla presenza della religione islamica nell'assetto politico e istituzionale del paese.
Le fazioni politiche più laiche dell'Egitto si stanno mostrando sempre più preoccupate sulle richieste di Al Nour, soprattutto dopo le dichiarazioni di lunedì della loro sospensione nelle negoziazioni per il nuovo governo. Samer Shehata, politologo all’Università dell’Oklahoma esperto di islamismo, ha detto che gli ultraconservatori di Al Nour stanno sfruttando le fratture che si sono create in questi giorni all'interno del movimento dei Fratelli Musulmani.
Negli ultimi due anni Al Nour ha fatto una grande campagna per rafforzare i princìpi islamici all'interno delle istituzioni dello stato: ad esempio, si è battuto per inserire nella Costituzione egiziana non solo un blando riconoscimento ai princìpi dell’islamismo, ma una vera e propria ristrutturazione della carta costituente in favore della legge islamica. Ora, con il ruolo sempre più decisivo nel futuro dell'Egitto, Al Nour potrebbe volere - e potere - avanzare delle richieste a cui gli alleati potrebbero non poter dire di no. E questo vale sia per la Costituzione, sia per la nomina di personalità non laiche nei posti che contano del nuovo governo ad interim dell'Egitto.


05 marzo 2012

L’Egitto e l’Occidente, un rapporto che muta?

In Egitto la difficile transizione verso la democrazia e verso un governo civile inizia ad avere dei punti fermi, delle date stabilite: le prime elezioni presidenziali del dopo Mubā'rak si terranno il 23 e 24 maggio e il vincitore, che con ogni probabilità avrà un ruolo fondamentale nella definizione della politica estera, sarà annunciato il 21 giugno. Il percorso è sempre quello immaginato un anno fa: elezioni parlamentari, nuova costituzione, elezioni presidenziali, ritorno dei militari nelle caserme e governo civile. Ma ogni nuovo passaggio verso il nuovo assetto si realizza attraverso rotture e conflitti, non gradualmente; le proteste di piazza nel novembre 2011, la frattura tra il movimento democratico e il governo militare, la netta vittoria dei Fratelli Musulmani alle elezioni. L’Occidente segue questo percorso con preoccupazione; la contraddizione è evidente, poiché Mubā'rak era un fedele alleato mentre le prospettive future restano incerte. I segnali non sono tranquillizzanti per i tradizionali alleati dell’Egitto: i Fratelli Musulmani sono critici nei confronti della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e restano istintivamente ostili a uno stile di vita e a un modello di società che sentono estranei. Le recenti polemiche sulle ‘scuse’ per i crimini del colonialismo, rilanciate dall’Università sunnita Al-Azhar, se sono prive di concrete conseguenze, rimangono un indicatore significativo dell’umore della società egiziana. Naturalmente la questione di Israele rimane il nodo cruciale; è probabile che alle radicali dichiarazioni di principio corrisponda il tradizionale pragmatismo dei Fratelli Musulmani. Nondimeno molti osservatori temono passi indietro rispetto alle prospettive di una pace duratura nell’area. Anche la situazione economica sembra instabile; la visita in Egitto nel gennaio 2012 del ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi di Sant'Agata ha messo al centro più i rapporti economici bilaterali che le considerazioni di geopolitica ma anche da questo punto di vista, permangono difficoltà. L’instabilità politica ha danneggiato il turismo e il sabotaggio dei gasdotti, attribuito ai beduini del Sinai, rischia di bloccare una delle più importanti risorse economiche del paese.

18 luglio 2013

Tre possibili scenari per la crisi in Egitto

di Niccolò De Scalzi

In Egitto, dopo il colpo di stato che lo scorso 3 luglio ha deposto il presidente Morsi, continuano i disordini e le proteste di piazza. Lo scorso lunedì ci sono stati altri scontri fuori dalla Moschea di al Adawija e nei pressi dell’Università del Cairo tra sostenitori dei Fratelli Musulmani e l’esercito ora al potere. Secondo fonti del ministero della salute egiziano, riportate dal quotidiano arabo Ahramonline, a seguito di un lancio di lacrimogeni e pietre nella notte tra lunedì e martedì vi sarebbero stati 7 morti e oltre 260 feriti. Le proteste della Fratellanza Musulmana sono iniziate per le dichiarazioni del vicesegretario di stato americano William Burns che, dopo aver incontrato nella giornata il presidente ad interim Adli Mansour, il primo ministro Hazem al-Beblawi e il generale Al Sisi, capo dell’esercito che ha deposto il leader dei Fratelli Musulmani Morsi, ha parlato di una seconda possibilità per la democrazia egiziana.
Domenica 14 luglio il New York Times ha riportato la notizia secondo cui il nuovo governo ha congelato i beni, bloccandone l’accesso, a 14 imprenditori e uomini influenti molto vicini ai Fratelli Musulmani. Tra le vittime delle misure sanzionatorie vi sarebbe anche Khairat el-Shater, un miliardario egiziano considerato la “mente finanziaria” dei Fratelli musulmani. Il governo ha difeso le misure sanzionatorie, parlando di una manovra necessaria per costringere i Fratelli Musulmani a sedersi al tavolo delle trattative con i militari e definire una road map condivisa per far uscire il paese fuori dalla crisi.
Secondo le dichiarazioni ufficiali del nuovo presidente ad interim Mansour entro una settimana circa dovrebbe essere nominata una commissione che si occuperà di preparare le proposte per emendare l’attuale costituzione che è stata sospesa al momento della deposizione di Morsi. Le modifiche dovranno essere ratificate da un successivo referendum che si terrà entro 4 mesi. Solo dopo il referendum si terranno, entro il febbraio 2014 le elezioni parlamentari e subito dopo le nuove elezioni presidenziali.

L’importanza dei militari. Il cammino di transizione è osservato con apprensione dagli Stati Uniti, paese che ogni anno elargisce all’Egitto circa 1,3 miliardi di dollari in aiuti economici in cambio di garanzie di stabilità politica e il rispetto degli accordi di Camp David del 1978. Una parte consistente di questi aiuti economici, dal 1979, finisce nelle mani dei militari tramite il programma statunitense “Foreign Military Financing” (FMF).  Gli aiuti all’Egitto sono ripartiti con Israele (l’altro paese assieme agli Stati Uniti che ha firmato gli accordi del 1978) secondo proporzioni di 3:2. Su 100 milioni erogati dagli Stati Uniti, 60 vanno a Israele e 40 all’Egitto, e ad ogni misura di sostegno a un paese corrispondono precise garanzie. Dal 1979 ad oggi gli aiuti militari sono andati aumentando di due milioni l’anno ogni anno circa. Questi aiuti vengono indirizzati al  ”Supreme Council of the Armed Forces”  egiziano (SCAF), l’organo più importante della catena di comando militare che oggi è tornata al potere.
Nel dicembre 2011, a seguito dell’arresto di 43 operatori di ONG statunitensi attive in Egitto, una grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e Egitto sembrò poter interrompere il flusso monetario. Tra gli arrestati c’era anche Sam LaHood, figlio dell’ex ministro dei trasporti americano e Morsi si era trovato sospeso tra le pressioni dei militari per appianare la crisi con gli Stati Uniti e non interrompere gli aiuti e i conservatori salafiti che spingevano per alzare ancora di più i toni con l’amministrazione americana a costo di interrompere le sovvenzioni americane. La vicenda si è conclusa lo scorso 4 giugno con la condanna da parte di una corte egiziana dei 43 lavoratori alla prigione, anche se i condannati hanno già abbandonato il paese.
Secondo l’analista statunitense Ian Bremmer, il potere dei militari non è stato mai realmente scalfito dai Fratelli Musulamani, se si esclude la rimozione del potentissimo ex capo delle forze armate Mohammed Tantawi da parte di Morsi, nell’agosto del 2012. Mentre molti analisti sul mensile americano Foreign Policy si chiedono se quello del 3 luglio scorso possa considerarsi un colpo di stato, secondo Bremmer è più corretto chiedersi se quella che ha portato al potere Morsi è stata davvero una rivoluzione, dato che il potere della casta militare non è mai stato realmente intaccato.

Tre scenari per il futuro. Secondo Bloomberg il futuro dell’Egitto dipenderà molto dalle prossime mosse dei militari guidati dal generale al Sisi e dalle reazioni che seguiranno soprattutto da parte dei Fratelli Musulmani. Il primo scenario, il più ottimista, prevede che i militari assumano un ruolo più defilato da qui alle prossime elezioni, candidando un politico che non sembri troppo un “fantoccio” nelle loro mani. Le elezioni, secondo questa previsione, dovrebbero concludersi con una sconfitta dei Fratelli Musulmani senza ripercussioni violente. La seconda ipotesi è che l’esercito egiziano decida di ripetere un’esperienza analoga a quella sperimentata in Turchia nel 1997, quando un gruppo di generali inviarono un memorandum al primo ministro Necmettin Erbakan intimandogli le dimissioni. Erbakan fu arrestato e il partito islamista Welfare Party fu chiuso favorendo l’ascesa di Recep Tayyip Erdoğan, attuale primo ministro turco. Non vi fu alcun carro armato nelle strade e gli stessi generali favorirono la transizione dei voti islamisti del Welfare Party verso nuovi soggetti politici come il Partito per la Giuistizia e lo Sviluppo dello stesso Erdogan. Un modello di transizione politica passata alla storia come “colpo di stato post-moderno“. La terza possibilità è che l’esercito egiziano continui a considerare i sostenitori di Morsi e dei Fratelli Musulmani come degli insorti, creando così le condizioni per uno scenario da guerra civile sul modello di quella scoppiata in Algeria dopo il colpo di stato del 1992 con cui i militari deposero il partito islamista che aveva appena vinto le elezioni.

Troppo grande per fallire. La stabilità dell’Egitto non interessa solo gli Stati Uniti per cui Il Cairo rappresenta un paese chiave per la sicurezza in Medio Oriente, ma anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi che hanno recentemente inviato 8 miliardi di aiuti dopo la presa del potere da parte dei militari, una chiara manifestazione di fiducia nei confronti del ruolo assunto dai militari. Barack Obama fin dall’inizio della crisi si è detto “molto turbato” dai disordini, ma allo stesso tempo ha chiesto ai militari un ritorno quanto più rapido a libere elezioni senza l’esclusione di alcuna componente politica dal voto. Il vero argine ad una svolta autoritaria da parte dei militari egiziani è rappresentato, secondo Bremmer, più che dai Fratelli Musulmani, dalla presenza di una componente di popolazione civile attiva, influente, poco disposta a farsi mettere a tacere da un giro di vite degli uomini di al Sisi.

FONTE: Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali
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domenica 10 giugno 2012

Controcorrente

"Controcorrente - Per fare in pezzi il conformismo della sinistra che c'è" di Francesco Raparelli
«Il conformismo, che fin dall'inizio è stato di casa nella socialdemocrazia, non è connesso solo con la sua tattica politica, ma anche con le sue idee economiche. Esso è una causa del suo successivo crollo. Non c'è nulla che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente. Per loro lo sviluppo tecnico era il favore della corrente con cui pensavano di nuotare. Di qui era breve il passo all'illusione che il lavoro di fabbrica, che si troverebbe nel solco del progresso tecnico, rappresenti un risultato politico». (W. Benjamin, Tesi sul concetto di storia). Quando ero liceale, negli anni '90, e leggevo ancora con un po' di fatica le tesi benjaminiane, giunto alla Tesi XI non avevo dubbi: avevo per le mani un testo di formidabile attualità! Come descrivere diversamente le socialdemocrazie europee promotrici del Trattato di Maastricht? Quali parole migliori per dare conto della terza via blairiana che in Italia prendeva le sembianze del Pds prima e dei Ds dopo? Mi sembrava, davvero, che Benjamin nel '39, in fuga dal nazismo, aveva già capito tutto ciò che c'era da capire. Certo lo avevano aiutato il Marx critico del programma di Gotha e il Weber dello spirito del capitalismo, ma queste cose le ho imparate più tardi. Oggi, nell'epoca in cui la tecnica, quella degli economisti neoliberali, si è fatta governamentalità, il conformismo socialdemocratico è ancora più insopportabile. Un conformismo comprensibile, ma mai giustificabile, vent'anni fa, in piena fase espansiva della globalizzazione; un conformismo servile e intollerabile ora che la globalizzazione neoliberale è travolta dalla seconda Grande Contrazione.

Non c'è più alcuna ragione per essere conformisti con le idee economiche! Ma il problema è che la sinistra socialdemocratica ha dismesso completamente la propria capacità di pensare. E la testardaggine della realtà non può nulla contro il vuoto.

Per quanto di queste ultime affermazioni, nel movimento, ne siamo più che consapevoli, succede a volte di pensare, mossi un pochino dall'affetto per Mario Tronti, che in fondo, seppur di segno diverso dal nostro, ci sia un pensiero strategico nella segreteria del Pd o delle sinistre minori. Come dire, noi non siamo d'accordo, ma loro, i partiti, comunque qualcosa la stanno pensando. D'altronde le affermazione hollandiane (revisione del Fiscal Compact, tassazione delle transazione finanziarie, patrimoniale) e il coraggio di Syriza ci danno un briciolo di speranza: non è vero che la sinistra europea può essere solo montiana (anche perché Monti è di destra, un cristiano-democratico molto austero passato per la finanza americana, penso che per lui sia un'offesa sentirsi considerare uomo di sinistra), c'è anche una sinistra che vuole uscire dalla crisi pensando ai salari, al reddito, alla redistribuzione della ricchezza.

Sono le notizie di queste ore, invece, che ci fanno perdere nuovamente speranza, soprattutto quando i nostri occhi si appuntano sulla scena italiana. Nessuno più ne parla, ma lo spread tra i nostri titoli di Stato e i bund tedeschi ieri ha sfiorato i 500 punti per poi attestarsi a 467. Non è più una notizia, così come non è una notizia che il nostro Parlamento sta approvando una riforma costituzionale che introduce il pareggio di bilancio in Costituzione. La disoccupazione in Europa cresce (11%), sono i dati Eurostat ad informarci, e l'Istat ci dice che in Italia la disoccupazione giovanile ha superato il 35%. Anche in America la disoccupazione cresce e Obama se la prende con la Merkel e la crisi dell'Eurozona. Tra l'altro, forse il dato più significativo, non ci sono più locomotive orientali che trainano il mondo fuori dalla crisi, la crescita di Cina e India rallenta e il motivo è semplice: il crollo dei consumi in Europa, oltre che negli Us. Insomma, mentre la catastrofe si abbatte in tutte le sue forme su di noi, dal terremoto che martorizza l'Emilia Romagna alla crisi economica che come una scure colpisce l'occupazione, imponendo nuove e sempre più radicate povertà, il Pd e le sinistre italiane, sono convinte di poter seguire la corrente. Con Monti pensano di tenere a bada la Merkel, con Draghi di salvare l'euro, con la Cgil di comprimere o mettere a tacere il malcontento che serpeggia nella società impoverita, con Manganelli e De Gennaro di sventare il pericolo anarco-insurrezionalista. Tra gli strateghi c'è Re Giorgio che, con i suoi moniti funesti, conferma la «dittatura commissaria», per utilizzare l'espressione schmittiana, che ormai tiene in scacco la nostra sfortunata penisola. Poi c'è Scalfari, un pensatore raffinato, che giustamente pensa di tenere a bada il grillismo con una lista civica giustizialista capeggiata dall'«eroe nazionale» Saviano. Già la immagino, una lista di eroi nazionali, nella quale non mi stupirebbe la presenza di Caselli, di Della Valle, di Benigni, di Fiorello. Che bello, no?

A me sembra così chiara una cosa. Le parole di Obama esprimono preoccupazione, ma anche rabbia. Obama ha capito che le sue pedine europee (avendo in conto che l'interesse americano rimane comunque quello di tenere a bada l'autonomia monetaria ed economica europea), da Monti a Hollande, non riescono a frenare la fuga tedesca. La fuga tedesca dall'euro che abbiamo conosciuto dal 2002 in poi esibisce ulteriormente la fine dell'egemonia americana nella scena globale. Non esistono sostituti, questo è altrettanto evidente, ma in assenza di sostituti nuove combinazioni prendono corpo: l'asse geo-strategico Germania-Russia-Cina è una di queste combinazioni. Se ne creeranno e se ne stanno già creando altre, indubbiamente, ma di tutto questo, la segreteria del Pd, non ha capito nulla. Dimostrazione: il sostegno «senza se e senza ma» al governo Monti. Il governo Monti è un governo americano, pensato per tenere a freno la spinta centrifuga tedesca. Chi non vede questo, semplicemente non legge i giornali la mattina, niente di male, ma evitiamo di perder tempo con discussioni inutili. Se nel Pd esistesse un pensiero, un pensiero riformista, si capirebbe che Monti ha rotto i coglioni, che la Merkel non lo sta a sentire e che la «gabbia d'acciaio» del Fiscal Compact va rotta. Per procedere dove? Verso una nuova Europa, quanto meno keynesiana, con una moneta comune, come dice Marazzi, e non unica, accompagnata dunque da monete nazionali vincolate alla moneta comune ma con un margine di autonomia espansiva, con una banca centrale analoga alla Fed e alla Banca d'Inghilterra, con il debito pubblico mutualizzato, con una durissima tassazione delle transazioni finanziarie e con una legge, di sapore roosveltiano, in grado di separare banche d'investimento e banche commerciali. Obiezione tipica del “democratico”: come la mettiamo con la fuga dei capitali? Bella obiezione. Ma basterebbe leggere Rampini per sapere che la fuga dall'euro non riguarda più solo gli hedge fund, ma che oramai riguarda corporation e multinazionali. A forza di salvaguardare l'interesse del capitale, i nostri grandi strateghi democratici faranno in pezzi l'Europa, e i capitali, che sanno badare da soli ai loro interessi, non hanno bisogno di Bersani o Letta, se ne saranno andati già da un pezzo.

D'altronde, pensandoci bene, e nonostante le parole di Tronti, è almeno dagli anni '60 che i dirigenti della sinistra non sono più le teste migliori che ci sono sulla piazza. Per quanto mi ricordo io, al liceo come all'università, i meno brillanti erano quelli che facevano già politica nei partiti di sinistra. Di certo non è un caso che siamo nella merda.

Allora da dove si riparte? Si riparte dalle costituenti o coalizioni sociali, da questa istanza trasversale e marxiana che mette al centro la tutela del lavoro contro lo sfruttamento, del reddito contro la rendita, della felicità contro la malinconia. Ci vuole una coalizione sociale che chiarisca senza timidezze un programma d'alternativa, un programma semplice, per il momento, ma non per questo meno radicale: farla finita con il Fiscal Compact, con il debito illegittimo (la tematica del default selettivo) e con la dittatura finanziaria! Da qui in poi si discute, il resto sono chiacchiere. Altrettanto: farla finita con l'attacco ai salari e ai diritti delle riforme del lavoro prescritte dalla Deutsche Bank (in Germania anticipate di un decennio dal governo Schröder) e dalla Bce! Prima mettiamo all'angolo Marchionne e Fornero e poi, solo poi, ne riparliamo. Fatte queste premesse programmatiche, la costituente sociale, che da subito deve procedere lungo una linea di sviluppo europea, può discutere e condizionare le forze politiche che, a sinistra, vogliono evitare la catastrofe. Ma l'autonomia programmatica e delle pratiche di lotta, oltre che del metodo organizzativo, per il movimento oggi è tutto, a maggior ragione se la sinistra, soprattutto quella italica, rimane quella descritta dalla XI Tesi di Benjamin.

Occorre ritrovare l'ebrezza di risalire il fiume, controcorrente, nella consapevolezza che il percorso è lungo e che gli orsi non mollano.

Fonte: http://www.sinistrainrete.info/politica/2116-francesco-raparelli-controcorrente.html

venerdì 20 gennaio 2012

Fermenti vivi per un epoca nuova

Sono circa trent'anni che la dittatura politico-culturale del capitale multinazionale ("viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro", K. Marx, "Il capitale", I, sez. VII, cap. 24) governa l'economia-mondo e le moltitudini in rivolta apprezzano sulla propria pelle quel fumus democratico avvolgente ogni tentativo di cambiamento radicale ed ogni dialettica rivendicativa instauratile con i poteri costituiti. S'attende ancora che la “sollevazione” generi un'altra organizzazione sociale, nuove istituzionalità popolari, nuove forme relazionali di vita e che comprenda un semplice assunto: la preistoria del capitale, la premessa, la condizione di possibilità dell’accumulazione capitalistica, cioè l’accumulazione originaria, è la separazione del produttore dai mezzi di produzione. L’accumulazione del capitale presuppone infatti il plusvalore, che a sua volta esige l’esistenza della produzione capitalistica, le cui ineliminabili premesse sono la presenza, da un lato di ingenti masse di capitali, e dall’altro di considerevoli quantità di forza lavoro a disposizione dei produttori di merci. Questo è il processo di produzione capitalistico che si presenta, descritto alla fine del libro I del Capitale di Marx, come un meccanismo che si autoriproduce, capace di autoalimentarsi all'infinito. Vale la pena qui ricordare che l’accumulazione originaria negli U.S.A. s'affermò anche con la prima generazione capitalistica dei “robber baron” letteralmente “grandi rapinatori”; questa storia ha origine a partire dagli anni ’30 dell’Ottocento, nella creazione delle prime banche di investimenti, cioè le prime Banche d’affari private che potevano utilizzare il proprio capitale per le operazioni finanziarie senza alcuna autorizzazione statale; il principio su cui tali banche si svilupparono rapidamente e crebbero fino ai giorni nostri è in fondo semplice oltre che banale, vecchio come il mondo: la truffa. In pratica si vendevano titoli senza la copertura finanziaria dell’acquisto, si vendevano titoli non acquistati. Tutta la storia economica americana è fatta di queste truffe che dettero comunque grande impulso alla nascente economia, con grandi risorse finanziarie messe a disposizioni per nuovi investimenti da cui ebbero origine le attuali Banche d’affari che determinano le sorti economiche del mondo. Inoltre, non dimentichiamo che il termine democrazia deriva dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere. Non c'è “sollevazione” antagonistico-sociale che annunci un'epoca nuova senza che si apra la prospettiva di un “potere altro” rispetto al dominio globale del capitale multinazionale. "… Al tempo stesso, proprio la grande sconfitta è per i partiti rivoluzionari e per la classe rivoluzionaria una lezione effettiva e molto utile, una lezione di dialettica storica, una lezione che fa loro capire ed apprendere l’arte di condurre la lotta politica”. Ad oltre tre decenni dal dilagare del “liberismo”, dalla deregulation delle democrazie occidentali e dallo smantellamento del Welfare residuale, si dà non più solo come necessario ma anche possibile un bilancio autocritico dell'esperienza dell'insubordinazione sociale, anche alla luce delle contraddizioni insite nelle stesse lotte di liberazione dei popoli nordafricani e del variegato “movimento NO debito” occidentale, al fine di rilanciare una teoria-prassi rivoluzionaria che, nel vivo dello scontro, matura grazie anche alla consapevolezza degli errori commessi. Una spietata riflessione su questi errori è richiesta non solo dalla portata della sconfitta ma dalla consapevolezza che una seconda prova d’appello è preclusa, perché non sarebbe altro che la riproposizione farsesca di quelle esperienze che non sanno alludere alla questione del “potere”. Per questo, nel definire i termini dell’autocritica, vanno evitati due errori: 1) riproporre sotto altre forme la sostanza di un impianto già verificatosi fallimentare; 2) ricercare un impianto corretto sotto forma di esercizio di purismo teorico astratto, non vincolato all’adeguatezza di una verifica storica. In questo senso, stanare gli errori e i vizi di ragionamenti antidialettici, antimaterialisti, quindi idealisti, va perseguito col massimo rigore a partire dai principi del marxismo leninismo e dall’esperienza storica teorico-pratica fin qui acquisita dal marxismo applicato alla rivoluzione dei rapporti sociali.
Le forze dirompenti dell'antagonismo sociale rinascono in Italia dopo 30 anni di relativa pace sociale caratterizzati dal ciclo espansivo del capitale dopo il secondo conflitto mondiale e dalla gestione legalista dell’antagonismo proletario da parte delle organizzazioni politico-sindacali “collaborazioniste”, tesa a perpetuare una condizione di conciliabilità tra interessi di classe che permettesse la legittimazione democraticista del “conflitto” e, conseguentemente, della stessa collocazione quali forze politiche “democratiche” - espressione “neutra” del mondo del lavoro - progressivamente inseribili nell’arco delle forze di governo. Al di là di pure enunciazioni propagandistiche, la “via nazionale al socialismo” costituisce l’elaborazione teorica del tentativo storico del revisionismo di smantellare una volta per tutte ogni “velleità” di trasformazione rivoluzionaria della società. La rivoluzione proletaria per i partiti revisionisti che avevano rotto col marxismo rivoluzionario e portato a degenerazione reazionaria le contraddizioni della politica dei “due tempi” della Terza Internazionale, non solo non era più possibile, ma neanche necessaria. Le “acute” riflessioni di Berlinguer all’indomani del colpo di stato in Cile e l’accelerazione della politica di alleanza con la DC, sono degne figlie della rottura operata dal PCI sotto la guida di Togliatti, in cui inizia un processo di sostanziale sproletarizzazione di questo partito che costituisce la base materiale di tutta la successiva maturazione e collocazione in termini filoccidentali e socialdemocratici anche di tutte le successive diaspore e riorganizzazioni legalitario-parlamentari sotto le effigi del “comunismo” variamente declinato e rappresentato. Alla fine degli anni ’60 si vive una situazione politico-sociale di grande trasformazione, una composizione di classe drasticamente mutata, un relativo benessere materiale, una inusitata mobilità socio-culturale ed una ristrutturazione effettiva della tradizionale stratificazione di classe. S'assiste, nel contempo, al coagularsi di diverse contraddizioni: uno scenario internazionale violentemente scosso da conflitti locali che assumevano il carattere di liberazione nazionale antimperialista; il consolidamento della dittatura del proletariato in Cina che assumeva, con l'avvio della “rivoluzione culturale”, una sua peculiare, storicamente inedita, manifestazione; la ricerca conflittuale di un nuovo equilibrio nella spartizione del mondo tra i due blocchi imperialisti principali e l'entrata in crisi della “coesistenza pacifica”; termine ed involuzione dell’ondata espansiva del ciclo capitalistico; il congiungersi di un’ondata di antagonismo operaio e proletario nelle metropoli occidentali con i preesistenti conflitti che caratterizzavano il difficile rapporto centro imperialista – periferia. Nei paesi capitalisti un “modello di sviluppo” evidenzia la correlata, fisiologica “tendenza naturale” ad entrare in “crisi” aprendosi ad una congiuntura favorevole alla lotta di classe alle cui caratteristiche anticapitalistiche si aggiunge un profondo “sentimento” antistatunitense, suscitato soprattutto dall’eroica guerra di liberazione del Vietnam. Nella metropoli italiana, l’estensione, la maturità, la durata e il carattere fortemente proletario espressi in quel ciclo di lotte, costituiscono la condizione per il costituirsi di un movimento autenticamente rivoluzionario. La sostanza politica della mobilitazione del fronte proletario in quegli anni, affermava la profonda consapevolezza della critica al modo di produzione capitalistico e al revisionismo, dando prova concreta di una riaffermata capacità di espressione di autentica autonomia di classe. Tra le avanguardie più coscienti, il dibattito verte intorno alla questione dell’organizzazione rivoluzionaria e di una teoria-prassi della rivoluzione proletaria nei paesi imperialisti. L’antiparlamentarismo ne costituisce il comune denominatore; il marxismo leninismo rivoluzionario la discriminante di fondo. In questa situazione le esperienze dell'antagonismo sociale muovono a configurare oggettivamente prassi organizzate in grado di compiere (emancipandosi definitivamente dal velleitarismo soggettivistico e dall'ambiguità pacifismo “equidistante”) l’effettiva rottura storica del quadro politico strutturale, mettendo in pratica la sostanza dell’alternativa proletaria rivoluzionaria al sistema politico borghese dei partiti sul piano del marxismo leninismo, pur negli evidenti limiti di un’esperienza originale. La proposta non può che essere di natura strategica - la lotta per il comunismo - come unica condizione per fare politica rivoluzionaria in quest’epoca storica e dare prospettiva e sbocco alla lotta delle masse. Le organizzazioni che si muovono su questo terreno propongono quindi uno sviluppo del processo rivoluzionario proletario, necessariamente originale, dato che ritengono possibile e necessario, in una situazione non rivoluzionaria, dare inizio a un processo di “guerra di lunga durata” caratterizzata dal conflitto sociale in tutte le forme che l'ostilità classista nelle metropoli del capitale richiede. Non solo avviene la rottura con la concezione insurrezionale terzointernazionalista, ma è posto all'ordine del giorno l'impossibilità in ogni caso della riproposizione di un lavoro di accumulo di coscienza e di organizzazione rivoluzionaria prima, per impiegarla poi anche in termini dirompenti in un ristretto arco di tempo. L'organizzazione del conflitto sociale per la conquista del potere viene concepita come una strategia rivoluzionaria perché la sola che mette in grado di muoversi sul terreno rivoluzionario, di potere, sfruttando le contraddizioni che apre nei confronti dello Stato, costringendolo a liberarsi di ogni velo di neutralità e a materializzare la sua natura di classe; a rompere il gioco paralizzante (per il proletariato) dell’altalena repressione-riforme, funzionale al rafforzamento del potere della borghesia.
L’agire politico antagonistico-sociale organizzato dei comunisti apre la fase rivoluzionaria a partire da una progettualità rivolta, inizialmente, alle avanguardie in stretta dialettica con i contenuti di potere espressi dalle lotte oggettivamente e dai settori più avanzati della classe anche soggettivamente, per rappresentarne gli interessi generali e dare prospettiva concreta all’interesse storico di alternativa rivoluzionaria di potere. In questo senso, è applicato uno dei presupposti fondamentali del marxismo rivoluzionario, consapevoli che “il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate ma al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione potente, serrata, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario”.
Il problema centrale per dei marxisti non è dunque la propaganda del carattere borghese e di classe dello Stato, bensì l’attrezzarsi teoricamente-organizzativamente e strategicamente a dirigere lo scontro col nemico di classe, in condizioni favorevoli affinché questo scontro possa essere iniziato e sostenuto. Ossia che si dia un livello tale della lotta di classe che generi avanguardie comuniste rivoluzionarie organizzate che si rendano disponibili ad agire come rivoluzionari di professione, come reparti d’avanguardia del proletariato. Per quanto ci è dato constatare dalla stessa esperienza dei decenni trascorsi, l’estensione e il radicamento della lotta antagonistico-sociale per il comunismo sono dati dal livello di coscienza complessiva espressa dal proletariato metropolitano che rende possibile e sostiene una forza organizzata rivoluzionaria, che si contrappone in modo riconoscibile allo Stato. Questo, sia in presenza che in assenza di forti movimenti di massa, perché una strategia rivoluzionaria trova legittimità, non come prolungamento naturale della lotta spontanea, ma come risoluzione teorico-pratica della questione del potere, come sedimentazione organizzativa del livello di coscienza di classe che punta alla trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose presenti. Ovvio è che questo processo richiede uno svolgimento secondo tappe precise, che determinano i compiti congiunturali dei comunisti nel perseguimento del primo obiettivo del processo rivoluzionario: la conquista del potere politico e la dittatura del proletariato. In questo senso il grado d’incidenza dell’agire dell'organizzazione nella dinamica dello scontro di classe vive dentro condizioni oggettive e soggettive molto precise da cui è impossibile sfuggire, pena il cadere nel pantano del soggettivismo e quindi nella sconfitta.
È necessario chiarire che l'impostazione politica adottata non concepisce la lotta antagonistico-sociale come mero “uso delle armi” in termini propagandistici come strumento politico dell’educazione delle masse circa la necessità della rivoluzione violenta, come strumento più efficace di alcuni perché è impossibile che lo si ignori, sia da parte dello Stato che da parte del proletariato. E questo perché se si pensa ad uno scontro cruento ristretto nel tempo in condizioni eccezionali, non ha nessuna legittimità e senso politico iniziare a combattere quando queste condizioni non ci sono. Sia chiaro che qui non si sta parlando dello scontro, ma della strategia politica che può permettere di conquistare rapporti di forza generali favorevoli, tali da mettere il proletariato rivoluzionario in posizione dominante rispetto alla borghesia e allo Stato. L’offensiva finale, presumibilmente, è necessariamente ristretta nel tempo, perché questa può essere sferrata solo in condizioni di particolare debolezza e di crisi economica, politica e militare dello Stato molto acuta, nonché di una congiuntura internazionale favorevole. E tutto questo non si presenta certo tutti i giorni. Ma se la lotta antagonistico-sociale organizzata acquista valore di strumento propagandistico o dobbiamo dire che essa deve essere praticata esclusivamente a “legittima difesa” in particolarissime condizioni o bisogna pensare possibile attaccare lo Stato, facendo finta di non attaccarlo, evitando “furbescamente” ogni rispetto delle leggi che una guerra ha, per quanto “particolare” essa sia. Perché se si ritiene che la conquista del potere politico possa avvenire in una versione, se pur aggiornata, dell’insurrezione, non si tiene conto di condizioni mutate che la rendono oggi improponibile. E questo per una serie di motivi: a) Il sistema democratico borghese giunto a livello maturo di consolidamento (forma istituzionale adeguata alla estensione e penetrazione raggiunta dal modo di produzione capitalistico a livello sociale e mondiale) è in grado di assorbire le spinte più antagoniste della lotta di classe in un ambito complesso e sofisticato di mediazioni politiche-economiche e militari da cui risulta la capacità della classe al potere di “istituzionalizzare” il conflitto di classe, pur tra lacerazioni e sussulti di un equilibrio sempre precario. b) La controrivoluzione preventiva come politica costante, come dato strutturale tesa a impedire ogni convergenza tra interessi proletari e progetto rivoluzionario. Questa non è materializzabile semplicemente nell’agire della magistratura o nella repressione poliziesca, ma è capacità da parte dello Stato di dosare mediazione e annientamento, distruggendo sul nascere, in forma politica-ideologica-militare, la legittimità stessa della rivoluzione proletaria. c) L’integrazione a tutti i livelli, pur nelle reciproche autonomie e interessi che la rendono sempre contraddittoria e sempre alla ricerca di nuovi equilibri, della catena imperialista in cui il nostro paese è collocato ed il carattere stesso dell’imperialismo che considera vitale per la sua sopravvivenza ogni angolo del mondo. Questa integrazione, per le caratteristiche strutturali dello stadio raggiunto dal capitale monopolistico multinazionale, fa sì che ogni Stato-membro ne interiorizza gli interessi comuni, o meglio colloca i suoi all’interno del rafforzamento di tutta la catena; e non ultimi sono quelli della difesa comune contro il proletariato e contro i popoli dei paesi dipendenti.
Queste caratteristiche fanno sì che il problema principale non sia tanto quello di propagandare nelle masse il carattere classista della società ed educarle alla necessità della rivoluzione violenta quanto quello di dimostrare la validità e la praticabilità di un progetto rivoluzionario che punta ad una alternativa di potere, mettendo al centro gli interessi del proletariato metropolitano e di quello internazionale. E questo principalmente perché, nonostante l’uso della mediazione politica, del relativo benessere, e della democraticità delle libertà costituzionali, i contrattacchi dello Stato sono comunque indirizzati all’annientamento di ogni tentativo proletario di trasformare l’antagonismo in movimento rivoluzionario per il potere. Pensare che queste condizioni si possano creare di un colpo, senza uno scontro prolungato nel tempo con lo Stato, contraddistinto da una dinamica “a salti” rispetto al mutare delle condizioni soggettive ed oggettive, significa credere possibile che la borghesia possa convivere con una pratica d’avanguardia sul terreno della politica d’avanguardia che incida sempre più profondamente nella dinamica dello scontro tra le classi, senza che le lacerazioni prodotte da questo stato di cose non la costringa ad attaccare direttamente tutte quelle lotte e quegli organismi organizzati della classe che, volenti o nolenti, coscienti o meno, per essere autenticamente fondati sugli interessi proletari, trovano nella politica rivoluzionaria dei comunisti la sola ed unica direzione e prospettiva. E allora se la lotta antagonistico-sociale dei comunisti non assume la funzione di strategia politica per il processo rivoluzionario del proletariato, le lotte e le mobilitazioni spontanee non possono che arretrare e subire l’inevitabile contrattacco nemico, private della direzione e degli obiettivi necessari. Questo, la classe l’ha già sperimentato tutte le volte che ha conosciuto la faccia vera della dittatura democratica della borghesia, sotto forma di carcere, bombe terroristiche di Stato, repressione violenta di manifestazioni di piazza, licenziamenti politici di massa, smantellamento di intere strutture organizzate “d’opposizione”. Tutte queste cose sono servite a sancire nella pratica le regole del gioco per cui gli interessi dello Stato democratico e le conquiste e i “valori” della civiltà occidentale sono la base di un patto sociale che non può essere messo in discussione e con esso nemmeno la legittimità del potere della borghesia. E questo non è stato determinato da una sorta di imposizione ideologica dello Stato e dei revisionisti che hanno reso il proletariato indisponibile alla comprensione e alla accettazione di un livello di scontro “che vada fino in fondo”, per cui basta propagandare la necessità per liberare forze proletarie dal contenimento coatto che ne fanno la borghesia e il revisionismo. Occorre dimostrare che, nell’aggravarsi della crisi economica e politica della borghesia, esiste un’alternativa rivoluzionaria e proletaria alla crisi dell’imperialismo che può trasformare i progetti antiproletari e guerrafondai del nemico di classe in processi rivoluzionari per la distruzione dello Stato e la conquista del potere politico. Lo stato di pacificazione che la borghesia s’è assicurata nei paesi più forti della catena è la dimostrazione più chiara di come la risoluzione delle ondate antagoniste e cicli di lotte, anche violenti, sul terreno economico sia possibile dentro un quadro di compatibilità con le esigenze capitalistiche e gli interessi borghesi. E questo nonostante fatti concreti che dimostrano quale futuro l’imperialismo offra al proletariato internazionale: una nuova guerra mondiale. In questo quadro la lotta autenticamente orientata far generare il comunismo non è lo strumento propagandistico per poi poterla fare, non è l’ultima forma di lotta propria della fase conclusiva dello scontro, ma la strategia che guida dall’inizio alla fine lo scontro necessariamente prolungato con l’apparato statale borghese. Tale tipologia di lotta si colloca all’interno dell’esperienza del proletariato internazionale e soprattutto del marxismo rivoluzionario che, coll’evolvere delle forme di dominio dello Stato e dell’imperialismo ha trovato e trova all’interno dello scontro di classe le ipotesi rivoluzionarie più adeguate per il raggiungimento dei propri obiettivi. Fermenti vivi per un'epoca nuova.

[Per consultazione: http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_24.htm]