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mercoledì 27 luglio 2022

"Politica" ed elezioni

Ancora una volta, s'assiste allo svogliato risveglio del dibattito pubblico – dopo gli anni dedicati alla pandemia e mesi, ora, ai riposizionamenti geopolitici, alle conseguenti deflagrazioni militari e alle convulsioni per l'accesso alla materie prime – come ideological mainstream che vuole intendere la “politica”, in Italia, alla maniera di un esclusivo e spettacolare evento elettorale.
 
Tutti, come capita ai tifosi delle squadre di calcio, si ringalluzziscono in prossimità della “partita” più importante, quella delle settembrine elezioni politiche per il rinnovo (rinnovo ???) del Parlamento della Repubblica italiana.

Tutti ne parlano, tutti fanno a gara nel fornire la formazione imbattibile, tutti impegnati a scegliere e ad indossare la casacca “stilisticamente” giusta della squadra vincente per favoleggiare nei comizi, nelle convention o in sobrie conventicole. Tutti intenti a scrivere in bella calligrafia (in verità, a riscrivere) programmi ed a confezionare promesse. Dopo l'allenamento delle recenti amministrative, tutti pronti a fare spallucce alle sconfitte subite prevedendo rivincite o quantomeno pareggi. L'importante è giocare, the show must go on.

Addirittura capita che alcuni hanno intrapreso il percorso del cartello elettorale dell’Unione popolare (ma non si era già giunti al “Potere al popolo”?), forse ignari che con la stessa denominazione ha agito un partito politico di orientamento liberal-democratico e nazionalista attivo in Belgio, nella comunità fiamminga, dal 1954 al 2011, ma sicuramente coscienti di operazioni simili effettuate nel passato, di un tristissimo déjà-vu, perché convinti che si possa fare come Jean-Luc Mélenchon in Francia che, con La France Insoumise ha costruito un discreto successo inventandosi all'occorrenza una coalizione di “sinistra” la Nup (Nouvelle Unione Populaire écologiste et sociale) che riunisce momentaneamente coriandoli multicolori estranei al tradizionale establishment economico-politico, subculture politiche eterogenee.

Come tratto unitario delle esperienze in fieri è certamente il rinculo politico-culturale; infatti c'è un evidente smarrimento scientifico-sociale, politico ed organizzativo che porta tutti i contendenti nell'agorà elettorale ad appoggiarsi alla general-generica parola “popolo”.

Il termine, come è noto, fornisce storicamente origine, in campo politico-elettorale, al lemma “populismo” usato per designare tendenze o movimenti politici sviluppatisi in differenti aree e contesti nel corso del 20° secolo. Tali movimenti presentano alcuni tratti comuni, almeno in parte riconducibili a una rappresentazione idealizzata del ‘popolo’ e a un’esaltazione di quest’ultimo, come portatore di istanze e valori positivi (prevalentemente tradizionali), in contrasto con i difetti e la corruzione delle élite. Infatti, Fratelli d'Italia sta costruendo le sue fortune (stando ai sondaggi) proprio sulla reiterata allusione agli “italiani” (quali non è dato sapere), alla Nazione, alla strategia della xenofobia utile a costruirne un'identità che faccia da collante, bypassando le sussistenti oggettive gerarchie sociali e le fondamentali differenziazioni di classe.

Inoltre, tra questi tratti comuni ha spesso assunto particolare rilievo politico la tendenza a svalutare forme e procedure della democrazia rappresentativa (su questo punto, per certi versi, non ci sarebbe nulla di censurabile in una conseguente e radicale critica alla “democrazia reale”, o “incompiuta”, che dir si voglia, a quanto si è palesato dal 1943 al 1948 con la rottura dell'unità antifascista e, successivamente, con i decenni di degrado civile che portano ai nostri giorni), privilegiando modalità di tipo plebiscitario, e la contrapposizione di nuovi leader mediaticamente carismatici a organizzazioni politiche da tempo presenti sulla scena politica ed a esponenti del ceto partitico tradizionale.

Il fenomeno contagia indistintamente ogni attuale “offerta” del mercato politico, indotto da una situazione economico-sociale in rapido mutamento peggiorativo per le masse a causa del passaggio da una economia capitalista incentrata sullo “sviluppo” industriale e tecnico ad una fase economica di perdurante “crisi” e di penuria e da sistemi politici a partecipazione “surrogata” della masse a sistemi che registrano una estesissima estraneità/ostilità civica ed una contestuale sopravvivenza di privilegi che integrano l'astensionismo.

Ecco, dunque, la presentazione di slogan populisti da parte di capipartito che si confezionano addosso l'abito del “portavoce delle esigenze del popolo”, attraverso l’esaltazione dei valori nazionali, senza aver mai reciso i legami con il passato, tanto meno dimostrare di aver intenzione di avviare una autentica revisione (patetiche, a questo proposito, le interviste che vogliono sollecitare il “pentimento” da parte di esponenti di Fratelli d'Italia; quest’ultimi retoricamente affermano non esserci spazio per i “nostalgici del Fascismo” in quanto loro stessi, generazionalmente o no, sono la plastica evidenza che in una democrazia in disfacimento c'è ancor più spazio per la “destra”), di propugnare l’instaurazione con esso popolo di un rapporto diretto, non mediato dalle istituzioni tradizionali; tuttavia, ad elezioni effettuate, “passata la festa, gabbato lo santo”.

La politica non riguarda più da anni il rito folcloristico ed alienante delle elezioni; la mobilitazione coscienziale e pratica delle masse va incentivata ogni giorno, ricostruendo il tessuto comunitario di classe, dotandosi degli strumenti teorico-politici necessari ad agire “contro” il vigente sistema e non per farne parte.

Spesso tale cosiddetta “partecipazione elettorale”, vivacemente incentivata da gruppi e gruppuscoli che fanno campagna promozionale di qualche lista per poi ritirarsi nell'inedia a leccarsi le ulteriori ferite, sollecita il potere, depositario del monopolio delle forza, a consolidare il mantenimento di un elevato, devastante, controllo sociale, anche grazie al "libero voto".

domenica 8 dicembre 2019

Primo scandaglio sul movimento delle "sardine"

Per movimento sociale impegnato nel rinnovamento della “politica” e della “rappresentanza” si può intendere l'insieme dei soggetti – singole persone o associate, gruppi organizzati o spontanei – attraverso cui la “società civile”, a partire dagli ultimi decenni (anni '80) del Novecento, dal momento della crisi irreversibile del sistema dei partiti di massa reduci dell'esperienza politico-istituzionale democratica post-bellica, viene esprimendo frustrazioni, capacità critica, volontà militanti emergenti e un protagonismo comunicativo-sociale (narrazione contrapposta a quella del “potere” costituito) nonché politico competente (allusioni esplicite alla “democrazia diretta”), strutturando la propria azione cosciente, sia a fini di difesa (rivendicazionismo economico-normativo), sia a fini di costruzione identitaria e d'organizzazione politico-culturale.
La storia recente dei movimenti sociali che interpretano diffuse e variegate esigenze di rinnovamento politico è dunque l'evoluzione del continuo processo di ricomposizione politica delle masse, sin dalla radicale espressione di tornare a contare nei riguardi della autoreferenzialità del ceto politico, per giungere – sempre partendo da questa aurorale determinante coscienza -, in alcuni casi efficacemente (le esperienze che datano dal '68 al '77), ad un antagonismo duale, ad una risoluta dialettica con il governo capitalistico dello sviluppo industriale del modo di produzione e della riproduzione delle correlate forme di vita.
Pertanto, due sembrano essere i limiti intrinseci alle insorgenze attuali della società civile nella porzione di mondo occidentale che si riferisce all'Europa.
In Francia una protesta contro il caro carburante, vede la galassia dei gilet gialli continuare dal 17 Novembre 2018 la lotta e guerriglia cittadina, unificando lentamente i soggetti frammentati dello scontento sociale; pur essendosi presentati alle ultime Elezioni europee di fine maggio ottenendo percentuali deludenti, non hanno intenzione di fermarsi neanche dopo i ripensamenti governativi, senza però evolvere positivamente dal “situazionismo” e dalla logica intrinseca alle “rivolte da stakeholders”, privi, come sembrano essere, di una pianificazione politico-organizzativa che agisca da piattaforma necessaria a costruire alleanze e “neutralità” utili ad autentico progetto di irreversibile mutamento sociale, cioè ad una trasformazione prodotta in un dato periodo storico (capitalismo globale) nella struttura della società. A dimostrazione di ciò, infatti, non è per nulla chiara la direzione di tali lotte e guerriglie cittadine oltre il condivisibile discorso trade-unionistico che alimenta.
In questo caso, il lessico è incerto.
Tensioni e processi sociali conflittuali indotti da una cecità strategica – pur avendo caratteristiche tali da poter diventare un'estesa 'rivolta' popolare -, nel lungo periodo, implodono ed autorizzano il potere ad esercitare violente azioni repressive e di controllo conformistico delle nuove leve di “les révolutionnaires, les qualifiant de casseurs et de fauteurs de troubles peu recommandables”, come ebbe a definire i membri di tale movimento francese l'ex Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano.
Per quanto riguarda le manifestazioni delle “sardine” in giro per l’Italia, il movimento nato a Bologna con l’ormai celebre flash mob di 15mila persone in spasmodica replica ed in attesa dell'esito delle Elezioni regionali dell'Emilia Romagna previste a Gennaio 2020, buone quest'ultime per verificarne l'impatto politico-elettorale a sostegno dell'establishment in crisi di fronte alle spallate della destra, il limite principale è di affermare la complessità sociale foriera di alienazione popolare riconducendo però ad un orizzonte intrasistemico il potenziale eversivo delle disuguaglianze sociali.
Il “soggettivismo” delle “sardine” esemplificato dalle pratiche di piazza e dall'ispirazione ecumenica dei promotori autoconfina, purtroppo, il movimento negli angusti ambiti “generazionali” 1 e nella gretta considerazione della «democrazia reale» come luogo esclusivo di retoriche politiche a confronto dal quale potrebbe scaturire un'agognato cambiamento nelle urne.
Ecco, pensare di sconfiggere il liberismo contemporaneo e/o contrastare la pericolosità e le gravi conseguenze, a dir poco apocalittiche, della cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, in altre parole, della disintegrazione dell’economia reale, anche limitatamante alla metropoli italiana, con il ripristino della corretta ritualità partecipativo-elettorale e con l'enfasi narrativa della “rappresentanza”, dalla quale, con l'immissione di forze fresche (le stesse migliori “sardine” ?), spontaneamente si genererebbe una democrazia sostenibile sorretta dal modo d'espressione della volontà popolare, vuol dire illudersi e non aver capito la lezione di storia che scaturisce dai 74 anni intercorrenti dal risultati del Referendum istituzionale di domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946, indetto per determinare la forma di Stato da dare all'Italia dopo la fine del regime fascista e della seconda guerra mondiale.
In quest'altro caso, il lessico è ambiguo.
Altra è la prospettiva della rottura degli ordinamenti statuali e giuridici, sociali ed economici di una società e la riconfigurazione radicale degli stessi attraverso un nuovo potere, strutturatosi nel corso di manifestazioni che inducono – queste si – uno squilibrio fra strutture fondamentali del consenso e del potere.
Giovanni Dursi
Docente M.I.U.R. di Filosofia e Scienze umane


1 A questo proposito, va ricordato che la Resistenza al Fascismo nacque in Italia vent’anni prima che negli altri paesi democratici dell’Europa occidentale; lo studio della Resistenza italiana, propriamente detta, e cioè dei venti mesi dell’occupazione tedesca, dal settembre 1943 all’aprile 1945, non può quindi prescindere dall’opposizione al Fascismo nei vent’anni precedenti, in cui essa affonda le sue radici e ritrova i suoi storici precedenti. Ciò evidenzia, inequivocabilmente, che non furono solo i giovani ad opporsi con le armi ai nazi-fascisti, bensì che molti partigiani, sopravvissuti ai conflitti a fuoco, giunsero all'età della maturità con le armi in pugno dedicando l'adolescenza alla Resistenza.

lunedì 25 marzo 2019

L'essere umano è al centro, con un sole spento che gli gira intorno – Pensieri su Cristo ed i cristiani cattolici

In un intervento pubblico tenuto anni fa ed enfatizzato dalla stampa e dal “circo” mediatico, Karol Wojtyla si è pronunciato sul “silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’agire dell’umanità”. Il terrificante messaggio, per la comunità cristiana cattolica, di un dio silente, pronto alla tempestosa collera che abbandona l’umanità al proprio delirio babelico è stato sbrigativamente liquidato dai media come sermone generalista (prodotto immateriale “buono” per stigmatizzare la guerra, la distruzione dell’habitat, il presunto deficit etico nella sessualità, la clonazione).
Crediamo, invece, che l’inquietante messaggio interroghi profondamente tutti gli aspetti della cristianità, oltre a quella parte di mondo laico che fonda i propri valori culturali e morali trascendendo una prospettiva esclusivamente autoidentitaria e autoreferenziale. Papa Wojtyla, consapevole, e noi con lui, della decadenza (nel linguaggio dell’economia, degenerazione iperliberista) che caratterizza l’occidente capitalista, la denuncia come il male attuale che l’umanità non è più in grado di sanare, al limite di un epocale harahiri.
L’annuncio dell’Apocalisse spirituale, preludio della catastrofe planetaria è, non a caso, accompagnata dai ripetuti e condivisibili ultimi interventi dei due papa attuali, l’emerito
Bendetto XVI e Francesco I, a favore della pace. Chi non li farebbe, anche solo vedendo le immagini del martirio sociale e catastrofe urbana di al-Raqqa dove sono avvenute decapitazioni e crocefissioni contrastate con i bombardamenti. Ma le ultime dichiarazioni appaiono, constatati il silenzio e l’assenza di dio, fautori di una pace costruita in nome proprio, in una prospettiva orizzontale totalmente immanente.
Viene aperto, in questo non più “nuovo” millennio, uno scenario filosofico di tipo tolemaico, dove l’essere umano è al centro con un sole spento che gli gira intorno. Nuove e, fino a poco tempo fa, impensabili alleanze sono possibili nella rappresentazione di un improbabile neo-illuminismo che ora sembra accomunare Chiesa cattolica e sinistra no-global. Entrambe sembrano dimenticare che lo straccetto arcobalenico che va da Gino Strada a Don Ciotti ha sostituito la stretta di mano a Pinochet di ieri, che l’intervento in favore della pace di oggi è in contraddizione con l’interventismo espresso da Giovanni Paolo II nell’omelia in occasione del Giubileo dei militari e delle forze di polizia, nel Novembre del 2000, che vogliamo ricordare: «La pace è un fondamentale diritto di ogni uomo, che va continuamente promosso, tenendo conto che gli uomini in quanto peccatori sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta del Cristo. Talora questo compito, come l’esperienza anche recente ha dimostrato, comporta iniziative concrete per disarmare l’aggressore. Intendo qui riferirmi alla cosiddetta “ingerenza umanitaria”, che rappresenta, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli strumenti di difesa non violenti, l’estremo tentativo a cui ricorrere per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore».
Senza entrare nel merito della variabile, nella storia della Chiesa, dell’opportunità politica dei diversi “expedit” o “non expedit”, emerge il dato terribile che la morte di dio, già profetizzata da Nietzsche, è stata questa volta annunciata dal “megafono vaticano“, che utilizza a pieno titolo e a piene mani il sistema dell’informazione multimediale per amplificarsi. È evidente a tutti che il pugno, evocato e giustificato da Francesco I da dare all'eventuale villano colpevole di aver offeso sua madre, fa pendant con le variegate forme di esasperazione magico-misterica, di esaltazione delirante, di nociva intossicazione delle relazioni sociali ahimè testimoniata dai modi di intendere il cristianesimo da parte dei credenti contemporanei.
Certo è che l'autentico cristiano non avverte la necessità di definirsi tale e/o baciato dalla grazia divina; egli opera da cristiano, emulando Cristo, anche nell'epoca della virtualizzazione identitaria schizofrenica indotta da un uso né consapevole né critico dei social network che, a volte, vengono anacronisticamente demonizzati e ripudiati rifugiandosi nella solipsistica penitenziale preghiera. Tali pratiche devote o delle liturgie ad hoc, quasi personali, à la carte, in preda al vaneggiamento della propria simbolica perfezione, autorizza tali pseudocristiani a stigmatizzare ed ossessionare, con i propri angusti codici interpretativi, i portatori del pensiero critico, della laicità costitutiva dell'etica pubblica, dell'ateismo, della razionalità filosofica e scientifica.
Questo rito mistico dell'irrazionalità – molto simile ai roghi accesi dall'Inquisizione per estirpare le eresie detentrici di verità – sta annichilendo i cristiani cattolici che si rifugiano nell'intimismo della preghiera e del dialogo egolatrico con dio; inoltre, vedrà la parte egemone politicamente (destra neofascista) del mondo cattolico imporre la propria “supremazia spirituale” con la violenza argomentativa e della sua influenza istituzionale, celebrare a Verona (dal 29 al 31 Marzo 2019) il XIII World Congress of Families , evento organizzatore del movimento globale antiabortista, antifemminista, anti-LGBTQI e delle azioni contro la tutela dei diritti delle persone.

A latere, viene spontaneo chiedere che, a questo proposito, ognuno parli per sé. Cos’hanno da dire sul silenzio di dio le migliaia di giovani riunite, con cadenze prossime, per un giubileo festoso e rumoreggiante ? E tutti coloro, e crediamo siano tanti, che, nell’ascolto dell’altro e nel silenzio di sé, lottano per la pace attraverso la costruzione di un punto di vista che trascenda il proprio ? Forse è Iannacci, in una sua vecchia canzone che può inconsapevolmente indicarci la soluzione del paradosso teologico di un Verbo muto, di un Lògos afasico quando ricorda che “bisogna avere orecchio, bisogna averne un sacco, tanto, anzi parecchio…”.
L’esperienza dell’ascolto – impossibile agli integralisti e rubato ai mistici del XXI secolo, sordamente impegnati in via esclusiva nel penitenziàgite - è possibile a partire dal silenzio, non di un eventuale dio, ma nostro, mettendo a tacere le chiacchiere rumoreggianti, individuali e collettive, tipiche dell’alienante sistema dominante dell’informazione. Si presentano sempre più come “rumore dei media” che diviene omologante informazione del dominio che tutto cerca di coprire, anche i pensieri più personali e le più intime convinzioni, secondo il modello del Panoptico, la struttura di un edificio ideato da J. Bentham nel corso della seconda metà del secolo XVIII per rispondere alle nuove esigenze di organizzazione e controllo sociale dettate dallo sviluppo dei centri urbani e dalle mutate condizioni di lavoro, entrambi epifenomeni della cosiddetta prima rivoluzione industriale.
Viene da chiedersi se tale incessante rumore di fondo – ciò che, parafrasando Foucault, possiamo intendere come una sorta di “visibilità” come “trappola” della modernità – non sia uno strumento di persuasione alla conformità, che, garantendo spazi identitari di “buonismo”, purché controllato, eterodiretto e collettivo, cerca di mettere in realtà al bando ogni divergente esperienza di libertà individuale e collettiva. Non è il silenzio di dio che preoccupa, tappa obbligata fra l’altro di ogni autentica esperienza spirituale, ma la chiassosità di proclami invadenti e unilaterali sulla nostra personale identità. Inoltre, nella ricostruzione di “fronti”, siano anche ispirati da valori encomiabili come quello della pace – che, in definitiva, si gioca sul terreno economico piuttosto che prepolitico, morale -, c’è sempre il rischio di inceppare in meccanismi identitari di gruppo che, nella riconferma di sé, escludono l’altro.
Esclusione non solo del nemico guerrafondaio, ma anche di qualsiasi verticalità che, al di fuori di noi, concorra ad ispirare le nostra azioni. Se dio tace, parliamo noi, se ci abbandona alla guerra, qualcuno ha sempre un Papa che lavora per tutti. Il rischio vero è che la secolarizzazione della Chiesa cattolica vada di pari passo con la delirante riconferma di sé di chi si pensa nel giusto. Se l’abbandono dell’umanità al suo destino da parte di dio appare motivato dagli avvenimenti degli ultimi anni (non è mai troppo tardi ...), sorge ancora più stridente l’autoesaltazione dei vari e mutevoli “fronti” per la vita. Come se la guerra fosse sempre e comunque voluta da altri e non riguardasse profondamente ciascuno di noi nella sua più intima essenza, nell’aderire o meno ad una concezione del proprio essere al mondo basata sul profitto. Altro che dimensione eterea, altro che il sentire dell'anima ! Consapevolezza, questa dell'adesione alla materialità dell'esistenza, che solo lo sguardo autocosciente, coltivato nel personale spazio interiore che si sforza di cogliere l'obiettività, può far scaturire: forse, in quello spazio, religioso o laico che sia, “dio”, per chi crede in dio, o l’arma della razionalità critica possono parlare ancora. Di fronte al bivio storico Trump – Kim Jong-un, bisogna immaginare quale strada alternativa scegliere.
Giovanni Dursi

domenica 10 giugno 2012

Piotr (Пётр): Arlechin servidor de do paroni

"Arlechin servidor de do paroni" di Piotr (Пётр)
1. «Davanti a Obama, lite tra Monti, Hollande e Merkel. Eurolandia si spacca sul rischio contagio a Madrid».
Questo un titolo in grande rilievo nella sezione di economia dell’edizione di Venerdì 1° giugno dell’organo italiano del Democratic Party americano, “La Repubblica”.Si riferiva ad una videoconferenza tra Monti, Merkel, Cameron, Hollande e il presidente statunitense.
Obama attacca subito spingendo con insistenza sull’ipotesi di Unione Bancaria europea e per l’intervento diretto del fondo salva-stati (l’EFSF che è sul punto di trasformarsi nel più potente Esm) nel salvataggio delle banche spagnole. Monti e Hollande appoggiano subito il pressing di Obama mentre la Merkel oppone un netto rifiuto: “La Germania è contraria ad un intervento diretto dell’EFSF; non vogliamo che il fondo con i soldi dei governi, spenda milioni in cambio di collaterali di banche già cotte”.
Sembra di sentire gli echi antinterventisti e moralistici della cosiddetta Scuola Austriaca.
Monti la scongiura di rifletterci sopra. In cambio l’Italia respingerà i tentativi di cambiamento dello statuto della BCE (cioè rinuncerà a chiedere che la BCE diventi prestatore di ultima istanza). Ma niente da fare: la partita è rimandata sotto gli auspici-minacce di Monti: “La Germania deve riflettere profondamente e rapidamente”.

2. Penso che il 90% della sinistra a questo punto non sia più in grado di capire cosa stia veramente succedendo (per non parlare della destra il cui più alto punto di riflessione ha sfornato la pseudo-teoria del “signoraggio” purtroppo sposata anche da alcuni settori della sinistra radicale).

Ma come? Non c’era forse la “dittatura della finanza”? Monti non era un servo della Merkel e del suo euro-marco? Hollande non era il simbolo del riscatto della sinistra per la crescita? La Germania non era solo un burattino subimperiale degli USA e l’euro una dependance del dollaro? Il capitalismo non è forse uno e trino?

Sulle pagine di Megachip, ad esempio qui, qui e qui, si è cercato di dimostrare che Monti gioca tenendo bene in mente gli interessi dominanti in Europa, Italia e Stati uniti, ma in fondo è un uomo di Obama. Sulle stesse pagine, ad esempio qui e recentemente qui, si è cercato di far capire che si è da tempo aperto un profondo contrasto tra – schematizzando – l’economia finanziarizzata anglosassone e l’economia materiale tedesca; un contrasto che ricorda quello degli anni Trenta. Se non ci sentono oggi in Occidente tamburi di guerra è perché la Germania è pre-occupata dal suo alleato d’oltreoceano. In molteplici occasioni si è cercato di argomentare che “dittatura della finanza” e “dittatura delle banche” sono titoli ad effetto che vanno bene per lo strillonaggio politico, ma non sono concetti cui affidarsi per capire cosa sta succedendo e mettere a punto una strategia, anche solo di resistenza.

L’alta finanza si allea con uno Stato predominante e questo Stato per rimanere predominante deve mantenere quell’alleanza. Alta finanza e Stato predominante sono come suocera e nuora: non c’è una se non c’è l’altra, anche se litigano perché la logica degli Stati e quella dell’alta finanza sono differenti e seguono obiettivi che tendono a divergere e devono essere periodicamente ricondotti ad un compromesso comune.

Se non si capisce questo non si capisce la storia mondiale per lo meno dal Rinascimento ad oggi. E si finisce nella confusione da commedia dell’arte: ma come, la serva Germania osa rispondere male al suo padrone a stelle e strisce e l’Italia, serva della Germania, prende le parti del padrone della sua padrona, per giunta in combutta con la sempre intrigante Francia? Ma come, il socialista parakeynesiano Hollande difende le banche sacrificando la crescita e la monetarista liberista Merkel difende le fabbriche tedesche contro le banche mentre il suo ministro delle Finanze dichiara addirittura di sostenere le richieste sindacali nell’industria privata e di voler alzare motu proprio del 6% gli stipendi dei dipendenti pubblici? Ma qui non ci si capisce più nulla! Cos’è questo mondo alla rovescia?

Beh, ovviamente basta partire con la mappa sbagliata per perdersi facilmente. E la sinistra lo fa con metodo: anche quando ha la cartina giusta la tiene in mano all’incontrario.


3. Chi vincerà? Possiamo solo avanzare delle ipotesi. La Germania ha dalla sua solo la potenza economica. Ma come, si dirà, la potenza economica è tutto ciò che conta nel capitalismo! Ecco la mappa tenuta in mano al contrario, ad onta di Marx che avvertiva che dietro ogni fenomeno economico c’è in realtà un fenomeno sociale, ci sono rapporti sociali.

La potenza economica se non si allaccia a quella politica, militare, diplomatica e culturale è inservibile, anzi addirittura serve ad altri. Gli esempi non si contano. Alla fine del 1700 la ricchissima India fu conquistata dall’Inghilterra che era una pulce economica al suo confronto. Attorno alla metà del 1800 la straricca Cina fu soggiogata sempre dalla pulce inglese. I Cinesi abituati al commercio, al calcolo economico e ai problemi di politica interna (un po’ come i nostri economicisti), nemmeno pensavano che fosse possibile che agli Inglesi potesse venire in mente un’idea così bislacca e furono colti del tutto impreparati allo scontro.

Dal canto loro il potentissimo Impero Britannico fu sconfitto dal trentennale scontro militare con la Germania – che gli Inglesi nominalmente vinsero – e dall’alleanza militare con gli USA che gli permise quella vittoria.

Non solo, questi ultimi entrarono nella II Guerra Mondiale che ancora si leccavano le ferite della crisi del ’29 (il PIL non era nemmeno ritornato ai livelli pre-crisi) ma dopo quattro anni di carneficina disegnavano le sorti economiche, finanziarie, politiche e militari del mondo del dopoguerra, a Bretton Woods.

Oggi gli USA sono uno dei Paesi messi economicamente peggio: deficit pubblico fuori controllo e deficit commerciale fuori di testa, dove questi due “fuori” sono dei fuori economicistici, ma hanno una precisa valenza politica. La potenza economica sta in Germania, in Cina, nei BRICS. Ma l’alta finanza non sta né a Francoforte né a Shanghai. Risiede a New York, a poche ore di auto da Washington, sede decisionale dell’ancora ineguagliata superpotenza militare, politica e diplomatica degli Stati Uniti d’America. Sono queste le leve competitive degli USA. E le utilizzeranno. In che modo? Anche in questo caso possiamo solo fare delle ipotesi. 4. Innanzitutto con pressioni dirette di ogni tipo sulla Germania coadiuvate dal lavoro ai fianchi di Francia, Italia e Gran Bretagna (e di Paesi della stessa “area d’influenza tedesca”) e tagliando i retroterra alternativi geopolitici e commerciali dell’Europa, impedendole che essa, e in primo luogo la Germania, sposti i suoi interessi economici e politici verso Est.

Questo gli USA lo hanno già iniziato a fare destabilizzando la costa meridionale del Mediterraneo. Con ciò hanno reso difficoltosa sia un’ipotesi di Ostpolitik tedesca sia un’ipotesi di defezione di un’Europa del Sud da una Europa del Nord (se non eventualmente sotto l’egida statunitense), obbligando quindi l’Europa a rimanere unita e in preda alle proprie contraddizioni interne, che i popoli europei pagano salatamene ma che sono sul gobbo della Germania e della sua politica miope di potenza economica solitaria.

La Germania sa benissimo che sul fronte Siria-Iran si giocano gran parte delle sue possibilità di nuova Ostpolitik, e quindi di sganciamento economico dall’Europa del Sud e dagli USA. Ma lo sanno anche gli USA e cercheranno di impedirglielo. La Merkel avendo capito il gioco aveva cercato di boicottarlo, dissociandosi lo scorso anno dall’aggressione alla Libia. Oggi però ripete che sarebbe disposta ad aggredire la Siria. Lo dice soltanto per non entrare in contrasto con gli USA su tutta la linea o perché sta prendendo atto che l’aggressività destabilizzante statunitense in Nord Africa e in Medio Oriente sta pagando e fa buon viso a cattivo gioco? Lo fa perché ha paura o lo fa perché sta ottenendo in cambio qualcosa che ancora non conosciamo? Fatto sta che è stata in prima fila nell’assedio diplomatico antiucraino che ha fatto leva sul caso Julija Tymošenko. In altre parole sembra che sul lato militare e diplomatico gli USA stiano segnando dei punti nel cuore dell’Europa.

Hollande, per non venir meno alla tradizione guerrafondaia filoatlantica inaugurata dal marito di Carla Bruni, ha già fatto sapere che se richiesto sarà il primo a bombardare la Siria. Il socialista Hollande è organicamente (economia e politica estera) nel campo statunitense. La liberista Merkel lo è disorganicamente. Attenzione a questa inversione, perché gli imbonitori politici europei, e quelli italiani per primi e con più sfacciataggine, la utilizzeranno per mascherare di progressismo (antiliberismo, neokeynesismo, ecologismo, eccetera) la scelta di campo a favore degli USA.

Come abbiamo avuto più volte modo di ripetere, la politica estera degli attori in campo chiarirà molte cose. Ci dirà chi sta vincendo tra finanziarizzazione a guida anglosassone ed “economia reale” tedesca, più precisamente e forse prima di quanto ci dirà la querelle sugli eurobond.

Io, se fossi la Segretaria di Stato, darei ordine ai tagliagole ai miei ordini in Siria di fare in modo che il piano Annan salti al più presto. Senza più lo schermo dell’ONU rimetterei quindi all’ordine del giorno l’attacco militare alla Siria, a quel punto con o senza il benestare del Consiglio di Sicurezza. Metterei così in difficoltà Cina e Russia, obiettivo primario, e contemporaneamente ricompatterei l’Europa sotto la politica economica e geostrategica degli USA, obiettivo complementare necessario. Come si è fatto altre volte, ad esempio con l’Iraq, semplicemente facendo l’appello degli alleati. Così obbligherei anche la Germania a prendere posizione proprio mentre è al centro del fuoco incrociato di tutti i grandi Pesi europei e degli USA stessi, costringendola a capitolare su tutti i fronti.


5. La “riscossa” della sinistra in Francia già mostra la sua natura: l’austerità non è in discussione, il keynesismo bancario non è in discussione; gli investimenti per la crescita, le deroghe al fiscal compact e quelle a Maastricht vengono invece subordinate all’accettazione tedesca del keynesismo bancario. D’altra parte, per “crescita” si intende sostanzialmente qualche mega intervento sulle infrastrutture e qualche micro intervento sull’impatto ecologico, oltre all’aiuto al settore delle armi e a quello energetico, vuoi per difenderli vuoi per acquisirli (nel caso patologico dell’Italia invece si svenderanno a spezzatino). Non ci sarà nessun rilancio dell’espansione materiale adeguato al mantenimento del benessere materiale raggiunto nei secoli passati dalle società capitalistiche storiche. E’ quindi “naturale” che questi interventi – che avranno in gran parte un carattere politico – siano considerati secondari rispetto al salvataggio delle banche (chi denuncia il ritrarsi dello Stato dall’economia e perora un suo nuovo interventismo, deve essere molto più preciso, perché a memoria capitalistica gli Stati non sono mai intervenuti così pesantemente come nell’epoca del cosiddetto “pensiero unico neoliberista”, quando trilioni di dollari e centinaia di miliardi di euro sono serviti a salvare le banche).

Al convegno della SPD alla fine dello scorso anno, l’anziano Helmut Schmidt ha fatto un nobile discorso. Con esso ha cercato di far capire alla propria nazione che il suo interesse di medio e lungo periodo è quello di ritornare ad una vocazione europeista, ovvero di anteporre agli immediati interessi tedeschi quelli strategici europei. Il sostrato materialistico del nobile intervento è stato analizzato qui. Non ho nulla da aggiungere a quell’analisi, ad esempio non penso che sia necessario insinuare secondi fini filoamericani diretti. Il problema è che ogni discorso, per quanto nobile possa essere, deve incunearsi in un contesto reale complesso e conflittuale. E deve essere cosciente sia di questa complessità sia della conflittualità che la permea e che deve saper sfruttare altrimenti saranno i nobili intenti ad essere sfruttati. Se non si entra in quest’ottica si pecca d’ingenuità, che è un errore e quindi è peggio di un crimine perché non permette di cogliere le contraddizioni nel fronte avversario. Quelle ad esempio che le recenti “riscosse” di sinistra in Francia e in Germania segnalano e che esse stesse aprono.

L’ingenuità degli intellettuali di sinistra e dei loro seguaci in estasi per la “riscossa” francese e per quella preannunciata dal Länder tedeschi, ricorda invece da vicino una barzelletta scollacciata, che spero venga perdonata. È quella della cosiddetta “masturbazione cinese”: darsi tanti colpi di martello sui testicoli, così che quando si sbaglia il colpo si gode come dei pazzi.

In realtà fenomeni come quelli della succitata “riscossa” sono colpi andati a finire sull’altro testicolo, quello ormai divenuto insensibile per via del trattamento. Ci si continua a far del male ma stavolta godendo come pazzi.
Fonte: http://www.sinistrainrete.info/geopolitica/2120-piotr--arlechin-servidor-de-do-paroni.html

martedì 29 novembre 2011

MURALE di MILWAUKEE HARING a Chieti - Museo archeologico nazionale

«... le immagini create dall'uomo sono sempre state elementi importanti e necessari di questo rituale che noi chiamiamo vita ... L'immaginazione non può essere programmata da un computer. L'immaginazione è la nostra più grande speranza di sopravvivenza». Keith Haring, Diari, 31 maggio 1983 - Uno dei maggiori esponenti della corrente neo-pop, è stato tra gli artisti più rappresentativi della sua generazione. Figlio di Joan e Allen Haring e maggiore di quattro fratelli, nasce il 4 maggio 1958 a Kutztown, in Pennsylvania. Rivela il suo talento artistico già molto giovane e, dopo aver regolarmente frequentato le scuole superiori, entra alla Ivy School of Professional Art di Pittsburgh. Nel 1976, sull'onda della nuova contestazione giovanile e della cultura hippie, gira gli Stati Uniti in autostop, facendo tappa nelle varie città del paese allo scopo di osservare più da vicino i lavori degli artisti della scena americana. Tornato a Pittsburgh lo stesso anno, entra all'Università e tiene la sua prima importante esposizione al Pittsburgh Arts and Crafts Center. Figlio della cultura di strada, parto felice della cosiddetta street art newyorkese, prima della sua consacrazione all'interno del mondo "ufficiale" dell'arte è stato inizialmente un emarginato. Nel 1978 entra alla School of Visual Arts di New York, diventando noto nei primi anni '80 con i murales realizzati nelle metropolitane e, più tardi, con i lavori esposti qua e là, fra Club di vario genere e "vernissage" più o meno improvvisati. Le novità proposte dall'artista americano sono esplosive e non mancano di attirare l'attenzione degli intenditori più smaliziati. Keith Haring trasmette e inventa un nuovo linguaggio urbano, costituito da sagome quasi infantili o primitive, caratterizzate da un continuo segno nero che si rifà palesemente al fumetto. La sua prima vera mostra personale si tiene a Shafrazi nel 1982; gli anni successivi sono densi di successi con mostre in tutto il mondo. Nell'aprile del 1986 Keith Haring apre il Pop Shop, a New York. Ormai è un artista affermato, acclamato in tutto il mondo. Nel 1988 gli viene diagnosticato l'Aids. Con un colpo a sorpresa annuncia lui stesso la sua triste condizione in un'intervista a "Rolling Stone", incrementando così la sua già grande popolarità. Prima della sua morte fonda la Keith Haring Foundation, che si propone tutt'oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei bambini e della lotta all'AIDS. Keith Haring è morto il 16 febbraio 1990, all'età di 32 anni.

martedì 26 luglio 2011

Presentazione pamphlet e pubblico dibattito - 10 Settembre 2011

http://www.tabulaedizioni.com/home.html "Lanciano città libera ? Lavori in corso fino al 2016", Edizioni Tabula, Lanciano (Chieti), Maggio 2011, pagine 48, ISBN 978 88 95639 444, 10€ Abstract Nel pamphlet che affronta la quaestio con approccio storico e socio-antropologico (ovviamente nei limiti del genere letterario privilegiato), si può trovare descritta quella tendenza delle subculture politiche, territorialmente egemoni, ad assomigliarsi. Questa tendenza è in grado di trasformare lo “spirito di servizio” degli amministratori in arroganza del potere ed in “conformismo” operativo. Tali subculture, prive di vision oltreché di competenze, s’affermano grazie alla deculturazione e all’incultura diffuse fra i partiti in lizza e gli stessi “soggetti neocivici”, grazie alla progressiva commistione di interessi privati dei “rappresentanti” politici con l’interesse generale dei cittadini, grazie all’ “ignoranza” televisivamente diretta, diffusa anche tra i giovani ormai prioritaria preda del “mercato”, che si impone nelle menti distorcendone la coscienza etica. Gli autori ritengono che non si possa più tacere ed auspicano un’apertura del dibattito pubblico, con coraggio e speranza, per ora “mettendoci la faccia” ed usando al meglio le loro armi critiche, auspicando d’essere supportati, nel prosieguo della battaglia delle idee, anche da una lungimirante politica ed illuminata, indipendente imprenditoria culturale.
Notizie sugli autori
Graziano D’Angelo, 56enne, è giornalista pubblicista da oltre trent’anni. Ha collaborato con testate quotidiane tra le quali Il Tempo e con numerosi periodici locali tra i quali Il Nuovo. Nel 2002 ha fondato il quindicinale Il Meridiano, periodico quindicinale di politica, cultura e sport che si è distinto per autonomia e per la sua forte presenza critica. Ma l’esperienza de Il Meridiano si è conclusa dopo soli due anni, lasciando una scia di delusione e di rammarico che ha segnato i successivi anni di impegno giornalistico, divenuto sempre più sporadico, ma mai privo di impegno e passione per la comunità locale. E’ autore di alcune specifiche ricerche sulle tradizioni e sul folklore abruzzese con particolare riguardo al contesto sub-provinciale frentano. Coltiva interessi culturali che spaziano dall’antropologia alla storia delle religioni. Vive e Lavora a Lanciano.
Giovanni Dursi, 54enne, è docente M.I.U.R. di Filosofia e Scienze sociali a Bologna. Si occupa di management della formazione nella knowledge society e di “comunicazione pubblica”. Già professore a contratto del corso integrativo di Filosofia dell’educazione presso la Cattedra di Pedagogia dell’Università degli Studi di Urbino, per conto di alcuni Enti pubblici italiani (Regione Emilia Romagna, Centri di formazione professionale, Enti locali) ha realizzato diverse attività tecnico-consulenziali: project work, copywriter, pubbliche relazioni, ricerca e sviluppo, organizzativo-amministrative. Di formazione marxista, partecipa dalla fine degli anni ‘70, al movimento anticapitalista ed alla battaglia delle idee pubblicando saggi ed articoli vari per riviste, periodici e quotidiani, testate locali e nazionali anche on line. È coeditore del periodico bolognese - ora on line http://www.zic.it/ - “Zero in condotta”. Scrive su http://th-rough.eu/. Ha partecipato all’esperienza politica neocivica di “Bologna Città Libera” [http://www.bolognacittalibera.org/profile/GiovanniDursi]. Uno dei suoi blog per comunicare è: http://giovannidursi.blogspot.com/ La Casa editrice TABULA Srl e l'Associazione culturale “Oriente immagnario” organizzano Venerdì 29 Luglio 2011 – Ore 10:45, presso TABULA Srl, Via Villa Martelli n° 221 - una conferenza / stampa (presenti il Sindaco di Lanciano, Dott. Mario PUPILLO e il Prof. Giovanni DURSI, docente MIUR di Scienze sociali) di presentazione del pubblico dibattito.
« LA CITTÀ COME ECOSISTEMA SOCIALE CHE CAMBIA - CITTADINI E ISTITUZIONI: LAVORI IN CORSO » Sabato 10 Settembre 2011 – Ore 18:45 - Sala conferenze del “Palazzo degli studi” Corso Trento e Trieste, Lanciano
in occasione della presentazione alla cittadinanza del pamphlet
“LANCIANO CITTÀ LIBERA ? Lavori in corso fino al 2016” - Casa editrice TABULA Srl, Maggio 2011, pagine 48, € 10 - Saranno presenti gli autori, Dott. Graziano D'ANGELO e Prof. Giovanni DURSI che discuteranno dei contenuti del pamphlet con il Sindaco di Lanciano, Dott. Mario PUPILLO. Invitati a partecipare: l'Assessore Cultura Turismo Commercio di Lanciano, Dott. Giuseppe VALENTE, il Presidente del Consiglio comunale di Lanciano, Dott. Donato DI FONZO, il candidato alla carica di Sindaco per il PdL, Dott. Ermando BOZZA

Abstract pamphlet: "Nel solco tracciato a suo tempo da Pier Paolo Pasolini con Scritti corsari, il pamphlet che viene presentato è un convinto e sofferto compendio sulla “strategia dell'omologazione politico-culturale” che agli autori pare di cogliere in azione nel “presente” lancianese. L'onere della prova, come ha affermato Pasolini, non è di competenza dell'intellettuale, ma la riflessione disinteressata ed appassionata è un dovere per chi crede nella legalità, all'autentica “libertà democratica” ed all'utilità della conoscenza. La comunità dei lancianesi, agli occhi autorali anche oggi, appare ancora subordinata ad un'antica volontà egemonica - prodotto della cultura politica democristiana, prima, e della nuova destra, attualmente – che si esprime nell’ottusità di poteri reali reazionari, ma anche perché incatenata ad una retorica progressista di certo personale politico (o aspirante tale) figlio degli stessi “vertici” della gerarchia sociale che dominano la città. Nello scritto, che affronta la “quaestio” con approccio storico e socio-antropologico (ovviamente nei limiti del genere letterario privilegiato), si può trovare descritta quella tendenza delle subculture politiche ad assomigliarsi ed alla trasformazione dello “spirito di servizio” degli amministratori in arroganza. Inoltre, si può trovare descritta quella tendenza del conformismo operativo, di chi si trova ad amministrare privo di vision oltreché di competenze, ad affermarsi; quella tendenza alla deculturazione e all’incultura diffuse fra gli esponenti dei partiti in lizza e degli stessi “neocivici”; quella tendenza alla progressiva commistione di interessi privati con l'interesse generale dei cittadini; quella tendenza, infine, all’ “ignoranza” televisivamente diretta e diffusa soprattutto tra i giovani che, pur accostandosi alla “politica”, sono ormai preda del “mercato” lasciandosi imporre nelle menti il linguaggio d'una miope competizione egolatrica. Gli autori ritengono che non si possa più tacere ed auspicano un'apertura del dibattito pubblico nel capoluogo frentano – anche in presenza di una “inversione di tendenza” (piuttosto che un vero e proprio “cambiamento”) che si è avverata in termini elettorali e narrata dai media in modo improprio - che faccia emergere il ruolo della “società civile” nel progettare la città, nel ridisegnare autentica partecipazione civica e, perchè no, nuove istituzioni democratiche. Con coraggio e speranza, per ora “mettendoci la faccia” e le armi della critica, gli autori auspicano di poter contribuire alla “liberazione irreversibile di Lanciano” anche supportati da un determinata politica culturale e da lungimirante strategia editoriale".

http://libri.dvd.it/altri-generi/lanciano-citta-libera-lavori-in-corso-fino-al-2016/dettaglio/id-3387081/

http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-dursi_giovanni_.htm

http://www.libreriauniversitaria.it/lanciano-citta-libera-lavori-corso/libro/9788895639444

lunedì 18 luglio 2011

« LA CITTÀ COME ECOSISTEMA SOCIALE CHE CAMBIA - CITTADINI E ISTITUZIONI: LAVORI IN CORSO » - Presentazione pamphlet e pubblico dibattito

Presentazione pamphlet e pubblico dibattito - « LA CITTÀ COME ECOSISTEMA SOCIALE CHE CAMBIA - CITTADINI E ISTITUZIONI: LAVORI IN CORSO » Sabato 10 Settembre 2011 – Ore 18:45 - Sala conferenze del “Palazzo degli studi” Corso Trento e Trieste, Lanciano - Pubblico dibattito in occasione della presentazione del pamphlet “LANCIANO CITTÀ LIBERA ? Lavori in corso fino al 2016” - Casa editrice TABULA Srl, Maggio 2011, pagine 48, € 10 - Saranno presenti gli autori, Dott. Graziano D'ANGELO e prof. Giovanni DURSI che discuteranno dei contenuti del pamphlet con il Sindaco di Lanciano, Dott. Mario PUPILLO, l'Assessore Cultura Turismo Commercio di Lanciano, Dott. Giuseppe VALENTE, il Presidente del Consiglio comunale di Lanciano, Dott. Donato DI FONZO
Abstract: "Nel solco tracciato a suo tempo da Pier Paolo Pasolini con Scritti corsari, il pamphlet che viene presentato è un convinto e sofferto compendio sulla “strategia dell'omologazione politico-culturale” che agli autori pare di cogliere in azione nel “presente” lancianese. L'onere della prova, come ha affermato Pasolini, non è di competenza dell'intellettuale, ma la riflessione disinteressata ed appassionata è un dovere per chi crede nella legalità, all'autentica “libertà democratica” ed all'utilità della conoscenza. La comunità dei lancianesi, agli occhi autorali anche oggi, appare ancora subordinata ad un'antica volontà egemonica - prodotto della cultura politica democristiana, prima, e della nuova destra, attualmente – che si esprime nell’ottusità di poteri reali reazionari, ma anche perché incatenata ad una retorica progressista di certo personale politico (o aspirante tale) figlio degli stessi “vertici” della gerarchia sociale che dominano la città. Nello scritto, che affronta la “quaestio” con approccio storico e socio-antropologico (ovviamente nei limiti del genere letterario privilegiato), si può trovare descritta quella tendenza delle subculture politiche ad assomigliarsi ed alla trasformazione dello “spirito di servizio” degli amministratori in arroganza. Inoltre, si può trovare descritta quella tendenza del conformismo operativo, di chi si trova ad amministrare privo di vision oltreché di competenze, ad affermarsi; quella tendenza alla deculturazione e all’incultura diffuse fra gli esponenti dei partiti in lizza e degli stessi “neocivici”; quella tendenza alla progressiva commistione di interessi privati con l'interesse generale dei cittadini; quella tendenza, infine, all’ “ignoranza” televisivamente diretta e diffusa soprattutto tra i giovani che, pur accostandosi alla “politica”, sono ormai preda del “mercato” lasciandosi imporre nelle menti il linguaggio d'una miope competizione egolatrica. Gli autori ritengono che non si possa più tacere ed auspicano un'apertura del dibattito pubblico nel capoluogo frentano – anche in presenza di una “inversione di tendenza” (piuttosto che un vero e proprio “cambiamento”) che si è avverata in termini elettorali e narrata dai media in modo improprio - che faccia emergere il ruolo della “società civile” nel progettare la città, nel ridisegnare autentica partecipazione civica e, perchè no, nuove istituzioni democratiche. Con coraggio e speranza, per ora “mettendoci la faccia” e le armi della critica, gli autori auspicano di poter contribuire alla “liberazione irreversibile di Lanciano” anche supportati da un determinata politica culturale e da lungimirante strategia editoriale.”

http://www.tabulaedizioni.​com/home.html

http://www.ibs.it/code/978​8895639444/dangelo-grazian​o/lanciano-citta-libera.ht​ml

http://giovannidursi.blogs​pot.com/2011/07/attacco-al​-cuore-vdel-welfare.html

lunedì 7 marzo 2011

Controinformazione sull'informazione: Usa, la nuova propaganda

La consapevoleza dell'importanza dei media, seppur sottovalutata dalle popolazioni, è presente tra chi "governa il mondo". Scritto da Luca Galassi Sabato 05 Marzo 2011 - Hillary Clinton: nuovi finanziamenti per i media che promuovono all'estero gli interessi della nazione - Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra dell'informazione, e di fronte all'emergere di nuovi media in Russia, Cina e Medio Oriente, il monopolio americano è in crisi. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha lanciato l'allarme di fronte alla Commissione Affari Esteri del Senato, evidenziando la necessità di nuovi finanziamenti per 'tornare a giocare la partita'.La partita si gioca in casa, dove Hillary Clinton sta cercando di evitare i tagli del 16 percento al suo ministero, rendendo anche conto ai senatori dei 79 miliardi di dollari del budget 2012 destinati a 'diplomazia e sviluppo'. Dietro questa cifra si celano finanziamenti a vario titolo, compresi quelli per la Bbg (Broadcasting Board of Governors), agenzia responsabile di tutti i media non-militari sponsorizzati dal governo Usa. "C'è una guerra dell'informazione, e noi la stiamo perdendo - ha detto il Segretario di Stato alla Commissione -, mentre al Jazeera la sta vincendo. I cinesi hanno aperto un network televisivo multi-lingue globale, i russi hanno creato un network in inglese. L'ho visto in diversi Paesi, ed è stato molto istruttivo".
Russia Today, canale televisivo russo citato da Hillary Clinton, su YouTube conta 300 milioni di visite, la Cnn solo tre. Dalla caduta del Muro, anche la Bbc ha assistito a un progressivo declino, a spese di canali in lingua araba che diffondono un'immagine degli Stati Uniti che non corrisponde più a quella voluta dalla diplomazia e dalla propaganda. L'esistenza di nuovi punti di vista danneggia profondamente un Paese che crede che il suo punto di vista sia l'unico possibile. Da qui nuovi finanziamenti e un nuovo ruolo per il Bbg, di cui è membro onorario, per legge, la stessa Hillary Clinton.
L'agenzia controlla media come Radio Free Europe, Voice of America e Radio Martì (sede a Miami ma audience prevalentemente cubana), oltre ad altri canali e stazioni in tutto il mondo. Il suo compito è quello di "promuovere e sostenere la libertà e la democrazia diffondendo notizie accurate e obiettive sugli Stati Uniti e sul mondo". Erede dell'Usia (United States Information Agency), l'ente per la 'diplomazia pubblica' concepito per 'comprendere, informare e influenzare il pubblico straniero promuovendo l'interesse nazionale', al Bgg andranno risorse fino ad oggi spese - o spese male - dal Dipartimento di Stato che, a causa delle relazioni ufficiali con i governi stranieri, è stato criticato per le deboli iniziative in tal senso. Informazione e tecnologia dell'informazione sono alla base della sua attività. In un rapporto prodotto dalla Commissione affari esteri del Senato i! l Dipartimento di Stato è criticato per aver gestito in pessimo modo i cinquanta milioni di dollari destinati a software per combattere la censura su internet. Solo venti ne sono stati spesi, e di questi una misera somma è andata a uno dei programmi più ambiziosi, l'Internet Censorship Circumvention Technology (Icct).Proprio la delicatezza delle relazioni con la Cina avrebbe provocato i ritardi nel finanziamento al progetto Icct, sviluppato, tra l'altro, da due compagnie statunitensi fondate da membri del Falungong (movimento spirituale bandito in Cina), per permettere ai suoi seguaci di forzare il firewall della censura. Tali ritardi avrebbero consentito a Pechino di stringere la morsa contro le opposizioni. Il rapporto, citato la scorsa settimana dal Washington Post, riferisce della necessità di investire la Bbg di un ruolo primario, 'lavorando quotidianamente affinché i programmi di radio, internet e televisione del suo network possano essere ricevuti dagli utenti di Paesi che cercano di bloccarli, danneggiarli o metterli fuorilegge'.
Durante la sua audizione di fronte alla Commissione Affari Esteri del Senato, Hillary Clinton ha ricordato di aver incontrato un generale afgano le cui opinioni sugli americani si sono formate interamente guardando show televisivi come Baywatch o il campionato di wrestling. "Le uniche cose che credeva di sapere sugli americani erano che tutti gli uomini fanno wrestling e tutte le donne vanno in giro in bikini".
Da megachip.info - di Luca Galassi
Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/27200/Usa,+la+nuova+propaganda

martedì 16 novembre 2010

“Avatar” di partito e dittatura del proletariato

Abbiamo scritto della nostra partecipazione alla lotta politica [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/lelettore-ha-votato] ultratrentennale, discreta, generosa, mai – consapevolmente – leaderistica [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/manifesto-per-3punto0 - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/inventare-informazione-creare - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/il-dire-e-il-fare - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/sapere-potere-e-semiosfera]; abbiamo fornito contributi d'analisi e “presenza”, nell'ultima, troppo lunga, stagione caratterizzata dalla regressione autoritaria e dall'instaurata egemonia politico-culturale delle “destre”, per certi versi alimentata da sofisticate tumorali modalità, letali per la “democrazia italiana” [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/facebook-e-soluzione-cilena-1]; abbiamo anche – quantomeno dal '77, cioè dal significativo pronunciamento dell'autonomia politico-organizzativa del variegato movimento antagonista – preso le distanze, anzi, non abbiamo mai avuto a che fare con le prassi della sinistra parlamentare e con la storia delle organizzazioni sindacali e partitiche del movimento operaio, con quel mutageno andamento del PCI che diviene PD, secondo la logica della “democrazia progressiva”. Ebbene, forti esclusivamente della “coerenza pensiero-azione” e del conseguente rigore etico e culturale, forti d'una formazione e militanza individuale e/o collettiva che fanno riferimento al marxismo-leninismo, abbiamo – mai verticisticamente, bensì insieme ad altre donne ed altri uomini condividendo con essi entusiasmi e preoccupazioni – pazientato, parlato, scritto, collaborato a tante ipotesi programmatiche e ad azioni politico-rivendicative interne a un'opposizione sociale di massa al dominio capitalistico-borghese; abbiamo ricercato, quando necessario, oneste “alleanze e neutralità” sul piano politico-organizzativo … Ebbene, siamo ancora indubitabilmente convinti che è nel conflitto che va ricercata ed individuata un'identità autenticamente alternativa ai profili di “sinistra” di alcune proposte politico-mediatiche – perché pare che non ci possa essere più comunicazione sociale su contenuti politici che non sia obbligatoriamente banalizzata inserendola nel frullatore televisivo, nello spettacolare palinsesto dell'acquario elettrico-elettronico, nella vetrina che scompone enfatizzandone l'impatto, come un prisma la luce, l'immagine, l'attoriale performance ed addirittura i toni audio dai contenuti da trattate pubblicamente non più così “importanti” - che, in questo scorcio d'epoca [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/cognizione-politica-bottomup - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/io-narrante-e-coscienza - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/a-bologna-come-altrove-in] sembrano affascinare, ipnotizzare e, purtroppo, convincere lavoratori e cittadini appartenenti alle “classi subalterne” [Confrontare “Proletari senza rivoluzione : storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950”, Renzo Del Carria, Roma, Savelli, 1979 - Contents: 1860-1892, dalle insurrezioni in Sicilia alla crisi del partito operaio - 1892-1914, dalla fondazione del PSI alla Settimana rossa - 1914-1922, dalla prima guerra imperialista alle giornate di Parma - 1922-1948, dalla marcia su Roma all'attentato a Togliatti - 1950-1975, dal "miracolo economico" al "compromesso storico" (2. ed.)]. Non possiamo assistere passivamente all'omologante deriva in corso, del resto ispirata ad una reciproca legittimazione tra “partiti” espressione del potere economico-politico e culturale, establishment mai messo in discussione dentro una continuità/stabilità strutturale del dominio e gerarchia sociale imposta dal capitale e sapientemente declinata, dal 1945 ad oggi, dalle “sinistre” come “interclassismo”. Perché non ribellarsi – ora, al tramonto d'una intera “classe dirigente” velleitariamente “riformista”, “democraticista”, autoreferenziale, non più utile al lavoro sporco di “mediazione sociale per il consenso” (elettorale), considerato che è l'Impresa a farsi Stato [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/fabbrica-italiana-di-profitti - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/governo-impresa-conflitto - http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/sergio-marchionne-gli] - ed entusiasticamente resistere e combattere per edificare ex-novo una società libera [http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/dopo-il-16-ottobre-uscire] ? Non è poi impossibile inventarsi soluzioni praticabili per liberarsi dalle pastoie della “politica delle deleghe e del voto” o, più semplicemente, attualizzare l'unica “variabile” che la storia ha prodotto e consegnato alle generazioni a venire, soppressiva del sistema capitalista di produzione e riproduzione sociale: la sperimentazione comunista, nella concreta, breve esperienza degli anni intercorsi dal 1917 al 1924, in Russia. La voglia collettiva di stare realmente sul territorio, di continuare a realizzare iniziative a sostegno delle mobilitazioni di interesse comune è manifesta.Vista anche la possibilità imminente di elezioni ed il rischio di subire ancora, da parte di alcuni, il fascino del “democraticismo partitico” (con decisioni prese come sempre altrove, in primis a Roma), pare opportuno indicare con nettezza l'estraneità ed ostilità verso “giochi” improduttivi quando non dannosi, dotando il “movimento popolare di resistenza e per la cittadinanza attiva” di “luoghi” propri di rappresentanza e di autodifesa democratica. Nelle circostanze date, è possibile la creazione di stabili organismi popolari e di lotta espressi direttamente dai lavoratori e dai cittadini, quali spazi di partecipazione alle decisioni nell'esclusivo interesse delle comunità sociali e territoriali, cellule base della democrazia di massa da cui far generare l'organizzata nuova struttura pubblico-istituzionale che, in tale forme, può costituirsi; nel contingente, tali organismi popolari di lotta possono svilupparsi come strumento rivendicativo e luogo privilegiato d'intervento politico dei soggetti antagonisti. Si può auspicare, in particolare, la fondazione della strategia politica antisistema sull'egemonia socio-territoriale di Comitati popolari di resistenza per la cittadinanza attiva quali strumenti di contropotere alternativo all'apparato statale vigente. Accendere il dibattito su questi temi alla luce del sole – discussione non fra pochi, ma ampio - porterà finalmente all'individuazione d'una linea comune delle pratiche antagoniste, ben riconoscibile ai soggetti delle diffuse rivolte le quali, per questa guisa, potranno trasformarsi in decisioni concrete di respiro duraturo [http://cprca2010.ning.com/profiles/blogs/lt-unaltra-opposizione-e?xg_source=activity]. Pensiamo, senza curarci della disperata ironia di chi è impegnato nei retrobottega dei partiti in agonia ad organizzar “primarie” o a sermonar per accreditarsi un 7-8% del “buon” elettorato, che sia la dittatura del proletariato e nessuna politica “progressista”, “riformista”, “democraticista” a poter emancipare i popoli dal loro inferno in terra. Il “sistema dei partiti”, sedicente democratico, fuoriuscito dalla lotta armata partigiana, non ha prodotto condizioni di vita favorevoli all'uguaglianza ed alla libertà costitutive d'ogni organizzazione sociale non oppressiva. C'è da assumersi la responsabilità d'un cambio di passo, di un mutamento di linguaggio, di un intento antagonista che disegni, progetti ed attivi una rottura del quadro politico strutturale, del putrescente sistema sociale e delinei l'orizzonte di un'effettiva ed agibile rete di contropotere. L'unica azione politicamente utile per le masse popolari non può che essere antisistema, per spezzare l'irritante riproposizione di avatar politici privi di dignità che inutilmente tentano ancora di oscurare la grandezza morale degli uomini sulle gru. Tutte le nostre risorse, intellettuali e fisiche, tutti i nostri modesti sforzi saranno dedicati a questa impresa di rottura sociale e politica. La base delle “democrazia” non è la “libertà d'espressione” - prevalentemente di élite contrapposte -; è la realizzazione “in terra” d'una società ove "l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!".
Giovanni Dursi, Novembre 2010"Quest'ultimo boccone di vita è stato per me finora il più duro da masticare ed è pur sempre possibile che io ne rimanga soffocato [ . . . . . ] Se non riesco ad inventare l'espediente alchimistco di trasformare anche questo fango in oro, sono perduto" - Lettera di Nietzsche a Overbeck, relativa alla rottura con Lou Salomè e con Paul Rèe