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mercoledì 8 marzo 2017

Lotte a Marzo e nei mesi successivi ...

In almeno 40 paesi in tutti i continenti l'8marzo sarà sciopero delle donne. Sciopero contro l'oppressione e la violenza esercitata sulle donne dai maschi. Sciopero contro le discriminazioni e lo sfruttamento che il capitalismo liberista impone in particolare alle lavoratrici, nel nome della flessibilità e della produttività a tutti i costi.
Sciopero contro le discriminazioni salariali e gli orari assurdi che costringono le donne a un doppio carico di fatica sul lavoro produttivo e su quello riproduttivo e di cura. Sciopero contro i tagli allo stato sociale che sulle donne si scaricano il doppio come danni alla vita e come fatica in più per accudire di più chi meno viene accudito. Sciopero contro la cancellazione dei diritti conquistati con tanta sofferenza, come quello alla tutela pubblica dell'aborto.
Sciopero contro la mercificazione del corpo delle donne, dove il peggio del dominio del maschio si unisce al peggio del dominio del mercato.

giovedì 29 dicembre 2016

Il regime del salario


Prefazione Il regime del salario 
Pubblicato Il regime del salario, l’ebook del collettivo Lavoro insubordinato (casa editrice Asterios di Trieste) che raccoglie tutti gli interventi pubblicati sul Jobs Act e le trasformazioni che esso produrrà sull’organizzazione del lavoro in Italia. Pubblichiamo oggi la prefazione di Ferruccio Gambino.
***
Questa premessa intende rilevare alcuni effetti della politica del lavoro nell’Eurozona (19 paesi nel 2015) e in particolare in Italia, in considerazione del processo di mercificazione del lavoro vivo in corso. Seguono poi undici articoli che esaminano in modo circostanziato aspetti cruciali del regime del salario e delle sue tendenze in Italia. Questa premessa vuole limitarsi a offrire qualche coordinata per rammentare che il fenomeno di frammentazione della forza-lavoro è in realtà una serie di tentativi che procedono da tempo e che vanno di pari passo con più aggressivi esperimenti in altri continenti e in particolare nell’Asia orientale. Dunque, nell’Eurozona vanno sostenute quelle forze che si oppongono ai disegni dell’odierno capitale industriale e dei servizi e che sono motivate a non cedere terreno.
Le politiche adottate negli scorsi 35 anni nell’UE hanno mirato e mirano a deteriorare i salari e di conseguenza le condizioni di lavoro. L’onda lunga della casualizzazione del lavoro salariato si era sollevata già alla fine degli anni 1970 negli Stati Uniti con la politica antinflazionistica di Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (agosto 1979) e il conseguente aumento della disoccupazione oltre il 10% nel 1981. L’onda è ben lontana dal placarsi. Di solito, l’abbassamento dei livelli di occupazione prepara l’attacco alla busta-paga. Nell’Eurozona la crisi dell’occupazione ha comportato una continua pressione sulla massa salariale che poi si è aggravata con il rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro. Nell’ultimo quadriennio (2008-2011) degli otto anni di direzione di Jean-Claude Trichet alla Banca centrale europea (BCE) il numero dei disoccupati è schizzato nell’Eurozona, fino a raggiungere la cifra da primato di 19 milioni nel 2012 (più dell’11% delle forze di lavoro), poco dopo l’uscita di scena del banchiere francese; né si vedono segni di significativa flessione del fenomeno nello scorso triennio.
Molti commentatori sono del parere che la BCE sia stata mal consigliata dalla Bundesbank e che abbia commesso «errori» madornali di gestione. A loro dire, il principale errore sarebbe consistito nel rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro a causa di una cieca adesione della Bundesbank al dogma della lotta all’inflazione. Tuttavia può darsi che il dogma della lotta all’inflazione abbia un peso non superiore al doveroso aiuto congiunturale offerto dall’UE al sofferente capitale statunitense. Una delle forme più importanti di tale aiuto è consistita nel rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro e nella conseguente grave crisi delle esportazioni di alcuni paesi dell’Eurozona, in particolare di quelli dell’Europa meridionale. Qui basta rammentare che nella fase di massima onda sismica del sistema finanziario statunitense (tra l’aprile e il luglio del 2008) il dollaro veniva scambiato a più di 1,50 contro l’euro, nel tripudio dei telegiornali e dei gazzettieri euro-continentali che inneggiavano all’«Europa forte» e alla «locomotiva Germania». In altri termini, l’euro forte costituiva un forte balzello prelevato sul monte-salari dell’Eurozona e, al tempo stesso, una dose di ossigeno per le grandi banche e assicurazioni dopo la crisi scatenata dai crolli bancari negli Usa. Al brusco prelievo dall’Eurozona in nome dell’atlantismo si aggiungeva la beffa della grande stampa finanziaria anglosassone, secondo la quale occorreva mettere in riga non le grandi istituzioni finanziarie salvate con la socializzazione internazionale delle loro perdite, bensì i salari dell’Europa meridionale. Inoltre, gli investimenti diretti all’estero dei capitali industriali dell’Eurozona ci mettevano del loro nella decurtazione del monte-salari, approdando in gran numero – e mai in ordine sparso – nell’Asia orientale e nell’Europa orientale.
Si può constatare che in primo luogo la lotta all’inflazione porta regolarmente acqua al mulino dei detentori dei capitali e delle rendite e che a parità di altre condizioni si avvale di misure che generalmente intaccano l’occupazione, in particolare quando alla capacità di mobilitazione in difesa delle condizioni di vita e di lavoro si contrappongono tutte le leve del potere statale e mediatico, mentre quello che resta di larga parte delle organizzazioni sindacali generalmente si accoda. In secondo luogo, le misure che contrastano l’inflazione finiscono poi per comprimere i salari, in particolare i salari bassi e precari. Persino il salario minimo orario è destinato a significare ben poco per chi lavora in modo intermittente.
Nel regolare l’occupazione e i salari nell’Europa continentale eccelleva il Partito socialdemocratico tedesco. Con la sua cosiddetta Agenda 2010 il primo governo (1998-2002) del socialdemocratico Schröder (cancelliere dal 1998 al 2005) compiva un duro lavoro: tagli alla previdenza sociale, ossia al sistema sanitario, all’assegno di disoccupazione, alle pensioni, irrigidimento delle regole nei confronti di quanti cercano lavoro: salari passabili nei settori ad alta produttività, pochi euro all’ora per gli altri, in parte stranieri e straniere e in parte pure tedeschi e tedesche. Anche se il Partito socialdemocratico ha pagato tale operazione con le sconfitte elettorali a partire dal 2005, di fatto l’erculeo Schröder ha acquisito benemerenze imperiture presso i partiti conservatori di Germania ai quali, una volta arrivati al governo, è poi rimasto il più facile compito di passare con lo strofinaccio sul «mercato del lavoro». A Schröder il padronato internazionale ha poi mostrato la sua gratitudine perdonando in men che non si dica i giri di valzer con Putin e i lauti proventi lucrati grazie all’operazione Northstream, che porta il gas dalla Russia alla Germania attraverso il mare del Nord, evitando la Polonia.
In realtà i socialdemocratici tedeschi hanno fatto scuola, dimostrando agli altri governi delle più svariate gradazioni nell’Eurozona, compresi i governi italiani, che la compressione salariale è possibile a condizione di procedere con cautela e di cominciare a operare i tagli dagli strati più deboli. Questa è vecchia e sordida politica europea. Quando nel 1931 Pierre Laval, allora primo ministro francese (e futuro primo ministro filonazista del regime di Vichy), andava dicendo che la Grande Depressione non toccava la Francia sottintendeva che, con il benevolo concorso dei poteri pubblici e privati, la crisi stava già ricadendo sulle spalle degli immigrati e di quei francesi che non disponevano di strumenti politici per contrastare il deterioramento sociale. Oggi non c’è più il Laval del 1931 ma ci sono i disoccupatori e i precarizzatori dell’Eurozona su commissariamento di Bruxelles. In breve, pare che sia diventato decente che quanti siedono al comando nell’Eurozona si mostrino affranti dalla disoccupazione e dalla precarizzazione, molto meno affranti dai profughi.
http://www.asterios.it/
 La cifra cruciale di questa «preoccupazione» ha un nome e si chiama NAWRU (Non-Accelerating Wage Rate of Unemployment), il tasso di disoccupazione (e precarizzazione) tale da non generare pressioni salariali. Questo potere di contenimento delle cosiddette spinte inflative attraverso la disoccupazione e la precarizzazione è in realtà l’imbrigliamento dei salari, con il loro spostamento progressivo nell’area del lavoro precario. Annualmente la Commissione europea appioppa a ogni Paese un suo NAWRU, ossia un tasso di disoccupazione tale da non generare aumenti salariali: per il 2015 il NAWRU ha varcato la soglia del 10% per l’Italia, è salito al 25% per la Spagna, all’11% per la Francia ed è sceso al 5% per la Germania. Al fine di assicurare una certa tranquillità ai poteri finanziari, la Commissione fissa il NAWRU sempre più in alto per i Paesi «a rischio», arrogandosi un potere predittivo che nessuna istituzione le ha concesso. Nell’ovattato, generale riserbo sull’argomento spicca il ritegno della BCE, un’elegante autocensura nei confronti dei massimi sostenitori del NAWRU che si annidano tra le aquile del cancellierato e della Bundesbank.
Fin dagli anni 1990 la struttura di potere in Italia ha cercato con alterne vicende di seguire la ricetta praticata prima da Reagan e Thatcher e poi applicata più prudentemente dai socialdemocratici tedeschi. Il ritmo di applicazione della ricetta è venuto accelerando negli anni recenti. In realtà, le grandi manovre italiane erano cominciate già nel 1992, erano proseguite sia con il piano di riduzione delle pensioni attraverso la conversione del sistema retributivo nel sistema contributivo (governo Dini, 1995) sia con una prima prova sul mercato del lavoro (governo Prodi, 1996). Sulla scia del governo Schröder, in Italia le grandi manovre avevano ripreso vigore con la vittoria della destra al governo (governo Berlusconi, 2001-2006). La destra si era esposta nel 2002 decidendo di aggredire lo Statuto dei lavoratori e in particolare di abrogare l’articolo 18 che vietava il licenziamento senza giusta causa. Seguivano gli inevitabili sorrisi dei socialdemocratici tedeschi che sanno fare più cautamente e meglio. Le manifestazioni di milioni di oppositori in tutta Italia nel marzo 2002 mettevano in quarantena l’attacco frontale all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma non mettevano fine alle macchinazioni revansciste del padronato. In altri termini, la strategia della famosa «cauta prudenza» che l’Uomo di Arcore aveva adottato per sventare i controlli contro l’evasione fiscale del suo elettorato (primo governo Berlusconi, 1994-95) non valeva nei confronti dello Statuto dei lavoratori. La sconfitta del 2002 è risultata bruciante ma non definitiva. Prima sono stati rimessi insieme i cocci e poi sono stati chiamati a raccolta i poteri economici, politici e mediatici, i quali nell’arco di una dozzina d’anni hanno ridotto l’articolo 18 a un guscio vuoto fino alla sua abolizione (2014).
Lo stillicidio di misure e ancor più di pratiche quotidiane contro la forza-lavoro ha deteriorato non soltanto le condizioni ma anche i rapporti di lavoro tra compagni/e di lavoro, desocializzando ambienti dove in precedenza la solidarietà aveva a lungo prevalso, nonostante il clima di crisi. Inoltre, la frustrazione che ne è seguita si è ritorta ulteriormente contro il sindacato, dissolvendo diffusamente i legami che si erano già indeboliti fin dagli anni 1980, ossia da quando il sindacato aveva cercato di pilotare a favore dei suoi fedelissimi le liste degli ammessi e degli esclusi dalla cassaintegrazione. La posta in gioco diventava dunque il monopolio delle decisioni riguardanti le maestranze. Il datore di lavoro andava riprendendosi il diritto assoluto di assumere e licenziare. La parentesi della più che quarantennale limitazione all’arbitrio del licenziamento grazie all’articolo 18 volgeva al termine, cancellata dalla insindacabilità del licenziamento. Esclusa così di fatto la magistratura da gran parte delle decisioni in materia, rimane la monetizzazione del licenziamento a mezzo di una semplice indennità pecuniaria. Per un’azienda in Italia un normale licenziamento può essere trattato poco più che come una questione di voucher.
Domandiamoci: qual è il modello verso il quale il capitale odierno, in Europa come altrove, intende avviarsi? Semplificando, il modello è quello del lavoro migrante: in breve, scarsi diritti civili, precarietà lavorativa e abitativa, difficoltà e addirittura impossibilità di trasmettere la vita per chi percepisce i salari da lavoro migrante. L’esercizio di quel che resta dei diritti politici e sindacali è messo in naftalina, la perdita del posto di lavoro è deciso su di un pezzo di carta padronale, e – contrariamente a gran parte della schiavitù moderna – il diritto di trasmettere la vita è rimandato a tempi migliori – e di fatto negato ai molti che hanno perso la speranza di ottenere un salario adeguato a mantenere la prole.
Oggi in Italia i grandi mezzi di comunicazione nazionali gongolano per la previsione della produzione di 650mila auto all’anno. Pochi notano che le nascite sono scese ben al di sotto di tale cifra: 509mila nel 2014, la più bassa natalità dall’unità d’Italia. Il saldo naturale della popolazione del 2014 è negativo (meno 100mila unità), cifra del biennio di guerra 1917-18. Si tratta di una tendenza internazionale che trova il suo centro in Cina e nel suo regime di fabbrica-dormitorio ma che va estendendosi per varie cause – tra cui le forme della precarietà del lavoro e dei regimi lavorativi – in molti paesi industrializzati e in via d’industrializzazione. Al fondo della compressione della forza-lavoro e della sua precarietà è in gioco il diritto alla generatività, il diritto alla vita e alla trasmissione della vita.

PREFAZIONE DI FERRUCCIO GAMBINO



lunedì 11 giugno 2012

Assediare i palazzi, non entrarci !

A difesa dell’art.18 la Fiom proclami sciopero generale!
Assediare i palazzi, non entrarci! di Sergio Bellavita, Segretario Nazionale FIOM - Sarà necessario aprire una riflessione profonda su quanto sta accadendo in questi ultimi mesi sul terreno sociale. Sarà necessario e impellente farlo per chi si pone il problema di verificare, fuori dalla retorica di piazza o mediatica, l’adeguatezza o meno della risposta che è in campo rispetto alla inaudita gravità dell'attacco che viene portato da padroni governo e dai loro complici. Dobbiamo purtroppo constatare che stiamo procedendo a passo spedito verso la sconfitta sociale più cocente dal dopoguerra ad oggi e senza nessuna vera resistenza organizzata.
Al di là dei tempi della dinamica parlamentare, da qui a poche settimane lo screditato e mai cosi poco amato parlamento italiano approverà la sostanziale cancellazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, rendendo praticamente libero il licenziamento per instaurare, grazie al drammatico combinato disposto con la crisi e i suoi effetti, la paura nelle fabbriche, negli uffici.
Prima della necessaria riflessione vorrei però si facesse di tutto per tentare di bloccare il Parlamento.
L’agenda dell'opposizione sociale è clamorosamente scarna di impegni. Sono programmati presidi davanti al parlamento venerdì 8, la Fiom sostiene iniziative il 13 e il 14.
Il 22 giugno il variegato mondo del sindacalismo di base ha proclamato sciopero ed è un fatto positivo sebbene non sia lo sciopero generale di cui abbiamo un disperato bisogno.
Oggi solo la Fiom, grazie allo straordinario consenso che in questi due anni si è accumulato, potrebbe rappresentare il perno su cui costruire un vasto fronte sociale. La proclamazione dello sciopero generale dei metalmeccanici avrebbe il pregio di aggregare tutte le soggettività resistenti. Produrrebbe nuove pressioni verso un gruppo dirigente Cgil appagato dalla finta modifica sull’art. 18.
Lo sciopero Fiom rimetterebbe al centro della discussione del paese l’art. 18, mentre oggi è del tutto evidente che in campo ci sono solo le pressioni di segno opposto, da Confindustria a settori politici. Lo sciopero Fiom potrebbe essere il volano per quella mobilitazione generale, prolungata che è resa necessaria dalla dimensione dello scontro.
Ma il segretario generale Landini ha detto no, prima in segreteria poi all’assemblea dei delegati Fiom, ad una nuova proclamazione di sciopero della sola Fiom dopo quello dello scorso 9 marzo. Capisco la necessità di chiedere conto ad una Cgil che proclama 16 ore di sciopero per non farle, ma se non lottiamo ora, prima che il parlamento cancelli l’art. 18, quando lo faremo? Se non ora quando? Dobbiamo proclamare sciopero generale e da subito organizzare il presidio permanente dei palazzi, evitando di interloquire, come nell'iniziativa di sabato 9, con partiti di governo come il PD, al cospetto del quale il moderato Hollande è un temibile sovversivo. I palazzi vanno presidiati, non bisogna entrarci.
Ci avviamo sempre più rapidamente verso la stagione politica più paradossale nella storia repubblicana dell'Italia. Il governo dei tecnici, per bocca del suo più alto rappresentante, il primo ministro Monti, ha perduto il consenso dei "poteri forti" e di Confindustria nonostante gli enormi servigi a questi forniti. Manco a dirlo, Monti cita le due riforme più dolorose in assoluto per la stragrande maggioranza dei lavoratori e dei pensionati, ovvero la riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro. Sono questi i trofei che rivendica e che, sottolinea, nemmeno il governo precedente (benché, ricordiamo noi, ci avesse già messo non poco di suo...) era riuscito a fare. Monti non nasconde il suo essere di parte, anzi, di Classe. Lui appartiene e difende i padroni, i finanzieri e le banche. Lui appariene a Goldman Sachs e all'oligarchia mondiale del Gruppo Bildeberg. Da lui, e dai suoi ministri, si sa cosa c'è da aspettarsi. E allora, poveretto, perché non piace più ...? C'è da dire, intanto, che anche i tonti che non volevano credere alle parole delle solite "cassandre" come gli scriventi, e che magari hanno cantato persino "Bella Ciao" (!!!) nel giorno del suo insediamento, hanno dovuto prendere atto della propria dabbenaggine, (e tra questi molti docenti universitari, innamorati e forse rassicurati della comune appartenenza di casta) e denunciare il carattere antipopolare del "salvatore" Monti e depennarlo dalla lista dei loro "preferiti". Ma i tonti, si sa, si possono ingannare innumerevoli volte, e non mancheranno certo le occasioni a venire. Si pensi a Grillo ... Ad ogni modo, Monti ha preso atto del suo calo di popolarità e, soprattutto, che gli è ora negato anche il sostegno di Corsera, Confindustria, e dei "poteri forti". Ovvero, gli viene a mancare l'appoggio dei suoi soggetti di riferimento in loco. Ma chi lo sostiene, allora ...? C'è da domandarselo ...? Suvvia, la domanda è più che retorica. E' la risposta che invece è paradossale: il sostegno di Monti oggi si chiama PD e CGIL !!! Nel momento in cui si rende più che mai necessaria - e possibile! - la caduta del governo più antisociale di tutto il dopoguerra, il PD e la CGIL di Camusso sono il suo puntello più stabile. Un masochismo da harakiri! Non sprechiamo altri commenti e rimandiamo all'intervento di Sergio Bellavita, Segretario Nazionale FIOM, riprodotto qui di seguito. Riassume tutto ciò che anche noi condividiamo. Piuttosto, consigliamo una visita più attenta ai vari report pubblicati questa settimana sul blog, soprattutto a quelli relativi al terremoto ed ai ricatti che intorno a quella tragedia si stanno sviluppando ...
Fonte: PROLETARIA VOX Giugno 2012

venerdì 24 febbraio 2012

25 Febbraio 2012: Prima Conferenza annuale della Rete dei Comunisti

Dando seguito alle decisioni della terza assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, sabato 25 febbraio a Roma si terrà la prima Conferenza annuale che introduce un passaggio nella discussione e nell’elaborazione del percorso politico dell’organizzazione. Alcuni passaggi del documento politico di convocazione della Conferenza nazionale. La Conferenza annuale dei militanti e degli attivisti della Rete dei Comunisti ha l’obiettivo di mettere a bilancio critico il lavoro svolto da aprile dello scorso anno ad oggi e di impostare gli assi strategici del lavoro dei prossimi mesi fino al nuovo appuntamento annuale. “Alla nostra organizzazione serve ormai una discussione profonda e capillare che consenta a tutti i militanti e gli attivisti di avere il quadro generale del funzionamento dell’organizzazione e di come questa agisce concretamente nel conflitto di classe sul piano politico, sindacale, sociale, comunicativo, culturale nella ricostruzione di una soggettività comunista organizzata e attiva” recita il documento politico di convocazione della Conferenza. “Non possiamo nasconderci che il nodo della soggettività, del come una organizzazione comunista agisce effettivamente nella realtà, di come intende far crescere la propria influenza politica e teorica, di come aggrega nuovi militanti e attivisti, di come svolge un ruolo dinamico nel conflitto sociale e nella vita politica del paese (per quanto esso possa essere limitato), rimane il punto da cui far derivare il confronto e la crescita dei compagni e delle compagne che hanno costruito in questi anni la Rete dei Comunisti”. Relativamente al nodo della soggettività, viene annunciato il secondo Forum su “Partito e Organizzazione” in cantiere per primavera, che – secondo la Rete dei Comunisti - consentirà di riprendere e approfondire l’elaborazione politica e teorica avviata e di mettere a confronto con altre tesi la concezione della “funzione di massa” a cui dovrebbe aspirare una organizzazione di quadri comunisti che agisce nella realtà italiana ed europea del XXI Secolo”. Nel documento si riafferma la concezione di un progetto politico che, come è noto, è stato delineato sulla base di tre fronti distinti: strategico, politico e sociale e che “sembra ancora reggere alla verifica della realtà, ma, spesso, non possiamo negare che le accelerazioni della realtà stessa e la accentuata politicizzazione di tutti i processi sociali in corso, costringono a mettere a verifica" "In questo stretta connessione tra teoria e prassi, sta ancora il punto di forza di una esperienza, originale ed inedita anche se confrontata alle stesse modalità classiche del movimento comunista internazionale, come la Rete dei Comunisti”.
La prima Conferenza nazionale del 25 febbraio si appresta dunque a discutere molto dell’organizzazione, di come si è strutturata, di come funzionano politicamente le varie strutture e di come hanno agito nei vari settori di lavoro: Il ruolo dei compagni della RdC nel lavoro di massa sociale, sindacale e politico, gli strumenti di comunicazione (giornale, rivista, radio), l’attività internazionalista, la formazione teorica, l’ambiente, l’intervento nel settore giovanile e studentesco ovvero i settori di lavoro decisi alla terza assemblea nazionale della Rete dei Comunisti svoltasi nell'aprile dello scorso anno. Sulla fase politica la Rete dei Comunisti, centra la attenzione soprattutto sulla dimensione europea dei processi incorso ritenendo che sia ormai evidente come “le classi dominanti in Europa stiano utilizzando la crisi in corso per rafforzare tutti gli apparati economici, finanziari, politici e militari per affrontare l’accentuarsi della competizione globale con le altre aree monetarie ed economiche intorno alle quali si vanno ri/definendo i vari poli imperialisti in competizione. L’accelerazione dei processi di concentrazione e centralizzazione politica e finanziaria nell’Unione Europea sono funzionali a questo obiettivo. E’ indubbio che in tale processo un ruolo di punta venga svolto dal grande capitale tedesco che fa convergere intorno a sé i maggiori gruppi capitalisti francesi, italiani e di altri paesi minori, assumendo tendenzialmente le caratteristiche di un capitalismo europeo integrato all’interno e quindi adeguato per “internazionalizzarsi”, anche in forme più aggressive, sul piano globale”. La vicenda greca, secondo la RdC, è indicativa della relazione che il rafforzamento del “centro” imperialista europeo intende stabilire verso i paesi più deboli dell'area. “Come tutti i processi anche questo non avviene linearmente ma attraverso scontri e contraddizioni che dislocano, comunque, in avanti gli obiettivi da raggiungere. L’unica certezza è che persistono aree economicamente più deboli dell’Europa che verranno sacrificate a tutto tondo da questo processo di gerarchizzazione e verticalizzazione dell’Unione Europea. I paesi dell’area dei Piigs sono destinati a diventare una periferia interna con un sistema di salari, condizioni lavorative, welfare state e prezzi ridotti con le liberalizzazioni e la concorrenza selvaggia funzionale alla competizione globale. L’innalzamento relativo degli standard sociali nei paesi dell’Europa dell’Est (anche qui oggi rimesso in discussione dalla crisi) e l’abbassamento di quelli dei Piigs, devono trovare un loro punto di equilibrio al ribasso che consenta al “nucleo duro” europeo di poter disporre di tutti gli strumenti per cercare di ricostruire i margini di accumulazione necessari alla tenuta dell’assetto imperialistico. La destrutturazione delle economie dei Piigs, dei residui della presenza dello Stato nell’economia, ha la necessità di procedere sulla strada delle privatizzazioni e della rottura di ogni rigidità salariale o contrattuale del lavoro”. Netto è il giudizio sul governo Monti, al quale le classi dominante hanno affidato il lavoro sporco. “Occorre segnalare – sostiene il documento politico della RdC - come Monti disponga di un margine di manovra migliore di quello della Merkel e di Sarkozy che devono fare i conti con le elezioni alle porte, mentre Monti – al momento – non ha di questi problemi e non deve rendere conto, almeno immediatamente, a nessun elettorato. Tale “punto di forza” di Monti, è stato sottolineato di recente dal Financial Times ed è alla base della “speciale attenzione” che la stessa amministrazione Usa riserva al primo ministro italiano, il che spiega anche la speciale relazione tra Monti e la Gran Bretagna dentro le storiche e crescenti divaricazioni che questa sta accentuando nel suo rapporto con Francia e Germania sui nuovi Trattati Europei. Se queste osservazioni sono realistiche, significa che lo scenario politico più probabile con cui dovremo fare i conti in Italia nei prossimi mesi, sarà quello di un governo che andrà avanti fino alla fine della legislatura (2013) e che utilizzerà questa condizione di sospensione della democrazia rappresentativa (pienamente legittimata da Napolitano) per avanzare nel “lavoro sporco” sul piano economico e sociale. Il segnale inviato ai sindacati Cgil Cisl Uil sul versante attinente il metodo della concertazione la quale non sarà più interpretata come un passaggio obbligato per i governi, è indicativo”. Una attenzione particolare viene rivolta ai conflitti sociali esplosi di recente in settori diversi da quelli tradizionali del lavoro salariato o organizzati contrattualmente, conflitti che sono la risultante del “processo di destrutturazione delle classi medie, una parte delle quali vengono proiettate verso una condizione di “proletarizzazione” dalle misure fiscali e dalle liberalizzazioni imposte dal governo (taxisti, autotrasportatori, coltivatori diretti, piccoli imprenditori etc.) ma anche dalla brusca restrizione delle politiche del credito da parte del sistema bancario”. Il documento sottolinea anche delle preoccupazioni, perchè “in questi settori investiti dalla crisi e dalle misure imposte dall’Unione Europea, può radicalizzarsi un movimento reazionario di massa che fino a ieri agiva solo sul piano ideologico ed elettorale (questi soggetti erano infatti gran parte del blocco sociale berlusconiano e sono da sempre bacino elettorale della destra), ma che oggi può diventare anche “movimento” nel senso delle piazze, delle strade, del territorio e del “territorio politico e sociale” in cui siamo chiamati ad agire” ragione per cui “senza una analisi chiara e una azione conseguente sul piano politico, sociale e sindacale, tale situazione non può che peggiorare. I ceti medi sono stati “proletarizzati” loro malgrado e sul piano ideologico si rifiuteranno fino all’ultimo minuto di percepirsi come tali e di guardare quindi a possibili alleanze sociali con i lavoratori salariati o con istanze collettive non corporative” soprattutto se a questa “identità spuria e bastarda”, anche sul piano ideologico, non si palesano alternative forti sul profilo identitario, ideologico, organizzato e conflittuale. Secondo la Rete dei Comunisti “La ricostruzione, , un blocco sociale anticapitalista dopo una infernale spirale di competizione al ribasso, dovrà fare i conti con un passato recente di scontri e divaricazioni di interessi, il quale potrà essere superato in avanti solo attraverso una nuova connessione politica e sociale contro i comuni avversari ben oltre ogni nicchia corporativa e/o territoriale”. Sui movimenti come i Forconi la RdC ritiene che “è stato un errore, come ha fatto gran parte della sinistra, esorcizzare i movimenti sociali “spuri” messi in campo in Sicilia o in altre aree dai ceti medi proletarizzati dentro i quali è forte una ideologia reazionaria e individualista. Negli anni ’70 si poteva giocare e si è giocata la carta del movimento operaio organizzato e della sua egemonia nella società. Ma nel XXI Secolo, dopo i decenni delle grandi ristrutturazioni a scala globale, questa carta – e soprattutto la sua egemonia – è stata profondamente destrutturata dalla frammentazione di classe e dal disarmo ideologico introdotto dai partiti della sinistra e da Cgil Cisl Uil”. Nel percorso sul quale la prima Conferenza nazionale della Rete dei Comunisti è chiamata a discutere per delineare l'azione politica dei prossimi mesi, viene ribadito che “non dovremmo discostarci dalla linea di condotta seguita in questi anni e cioè l’eventuale sostegno solo a candidati o liste chiaramente alternative e indipendenti da ogni forma di alleanza e di subalternità con il Pd. La funzione della RdC non può che essere quella di favorire la polarizzazione politica piuttosto che la sua ricomposizione dentro alleanze che hanno corrotto politicamente e culturalmente le esperienze della sinistra alternativa spezzando in più punti la relazione con il blocco sociale anticapitalista”. Sul piano strategico riteniamo che sia ancora del tutto inadeguato il dibattito e il confronto sulla riunificazione delle forze comuniste nel nostro paese. Da un lato si consolida la frammentazione dentro e fuori Prc e PdCI, sia tra correnti sia tra le nuove formazioni che sono nate. Dall’altro questa discussione continua a prescindere da qualsiasi confronto di merito sui nodi strategici, sulle novità intervenute e prescinde da qualsiasi bilancio autocritico. Il fronte della rappresentanza politica continua a offrire spazi reali, accentuati dalla crisi e da come questa scompone, distrugge e ricompone la rappresentanza politica dei settori sociali in lotta per sopravvivere o per affermarsi come egemoni. Da un lato serve accumulare le forze in alleanza con altre soggettività; dall’altro non possiamo che agire affinché un pezzo della sinistra e dei movimenti rompano con il politicismo e sintonizzino la loro azione con i settori popolari sulla base dell’autonomia e dell’indipendenza. Il documento entra poi nel merito delle proposte di lavoro a tutto campo – da quello sindacale a quello metropolitano, dall'attività internazionalista all'informazione. Ma questo attiene al dibattito interno al quale tutti i militanti e gli attivisti vengono chiamati a dare un contributo concreto nella Conferenza nazionale del 25 febbraio.

martedì 6 settembre 2011

Sull'emancipazione sociale

Prospettive dell'emancipazione sociale a partire dal sollevazioni e mobilitazioni di massa nell'area euro-meditterranea - "Quelli che in vengono denominati "movimenti sociali", sono anzitutto azioni collettive improvvise e intermittenti di insubordinazione sociale contro il capitale e le specifiche modalità neoliberiste di dominazione. Volendo distinguere i tratti emancipativi, i limiti e le difficoltà della mobilitazione e delle sollevazioni indigene e popolari nell'area euro-meditteranea nell'ultimo decennio, vanno indagate le potenzialità e difficoltà di fronte alle quali le attuali modalità collettive di intervento e partecipazione antagonistica e/o autogestita nei temi politici e, in generale, nella vita pubblica dei diversi paesi, si trovano di fronte. L'obiettivo è presentare in maniera ordinata una serie di categorie e distinzioni basilari, al fine di rendere intelligibile il conflitto sociale contemporaneo, e affrontare la questione della emancipazione sociale. Questa tematica, sotto la prospettiva dei molteplici movimenti sociali di disobbedienza all'ordine capitalistico nel nostro continente, si caratterizza per due difficoltà principali: 1. il problema della relazione tra la costruzione dell'autonomia locale e l'autogestione di certi ambiti della vita sociale, e il confronto con lo sfruttamento e il dominio del capitale a livello generale -- in ogni singolo paese e nel mondo globalizzato. Cioè, la questione di trovare una soluzione al problema dell'articolazione delle lotte a partire dalla loro autonomia. 2. Il problema del potere, cioè, la questione dei modi più pertinenti di costruire nuove forme di autoregolazione della vita sociale che non si cristallizzino in nuove modalità di dominazione. È possibile presentarecc sette tesi sulla resistenza e la emancipazione possibile e una ipotesi per pensare il cambiamento.

Tesi 1

Quelli che vengono denominati "movimenti sociali", sono anzitutto azioni collettive improvvise e intermittenti di insubordinazione sociale contro il capitale e le specifiche modalità neoliberiste di dominazione consolidatesi in

■modificazioni nell'uso della forza lavoro che apre la porta a nuove e più acute forme di sfruttamento

■il saccheggio e l'espoliazione di beni comuni (acqua, gas, biodiversità, etc.), e lo smantellamento generale di ciò che fu ricchezza e spazio pubblico

■la privatizzazione istituzionalizzata che regolamenta e sanziona i modi di partecipazione alla vita pubblica, criminalizzando qualunque altra forma di intervento sui temi comuni.

Tesi 2

Una determinata forma di insubordinazione sociale sorge quando un eterogeneo conglomerato di persone, collettivi e gruppi si dota di un obiettivo negativo che attacchi aspetti precisi di qualcuna delle tre fondamenta dell'offensiva neoliberista menzionate, e produce una vasta lotta di resistenza che, in genere, straripa oltre l'intreccio istituzionale e normativo dominante e accettato come legittimo in ognuno dei paesi dove ha luogo (il caso delle lotte per l'acqua in Bolivia è paradigmatco di questo tipo di movimenti). Un altro tipo di movimenti ha tratti più stabili, il grado di coesione interna tra i suoi membri è più denso e si propone obiettivi non meramente definiti dalla negatività e l'antagonismo, e può stabilire "idee forza" positive per riconfigurare ambiti più ampi dello spazio sociale (la ribellione delle frammentate comunità metropolitane, è un esempio paradigmatico di questo tipo di movimenti).

Questo tipo di tipologia dei movimenti contemporanei di insubordinazione può costruirsi precisando alcuni tratti che li differenziano, come per esempio la loro "volatilità", cioè, il loro grado di coesione e condensazione interna; se privilegiano o no azioni di confronto con l'ordine del capitale, o la costruzione di autonome relazioni sociali distinte su un determinato territorio, i loro modi di confluenza e interconnessione con altri movimenti, cioè se privilegiano una sintonia temporanea delle proprie azioni collettive o se piuttosto si concentrano sullo stabilire-inventare certe forme di occupazione territoriale definita, etc. Il compito di costruire una tipologia non è una mera oziosità accademica se contribuisce alla comprensione delle diverse meccaniche -- non lineari, in alcun caso -- della resistenza e dell'insubordinazione. Il primo tipo di movimenti, dunque, sono le azioni collettive a più alto grado di volatilità: dense aggregazioni di uomini e donne che dispiegano sullo spazio pubblico -- la strada, i media, le strutture e istituzioni pubbliche -- la loro azione penetrante, simultanea nel tempo sebbene scarsamente coordinata, esibendo una specifica e stridente "capacità di veto" contro determinati aspetti puntuali, locali, nazionali o globali dei progetti capitalistici.

Questo tipo di movimenti consiste anzitutto nel dispiegarsi collettivo di una enorme carica di energia sociale che destruttura le decisioni e le istituzioni dell'ordine neoliberista: Cochabamba contro la privatizzazione dell'acqua nel 2000 e El Alto nel 2003-2005, l'Argentina nel 2001 contro le misure finanziarie di espoliazione massiccia della popolazione, tra le altre; la rivolta civile di Arequipa contro la privatizzazione dell'energia elettrica nel 2001; e inoltre l'opposizione degli abitanti e vicini di Atenco, ai bordi di Città del Messico, per la privatizzazione delle loro terre da destinare alla costruzione di un aeroporto, la lotta degli studenti nel CGH della UNAM contro lo smantellamento dell'educazione pubblica in Messico, la resistenza contro l'esproprio di terre in Tepoztlán, Morelos, Messico, attuata da comuneros e abitanti delle vicinanze, etc., sono esempi di movimenti di insubordinazione di questo tipo.

Tutti essi sono movimenti di insubordinazione improvvisi e, solo a volte, cumulativi, quasi sempre intermittenti e parziali, che contribuiscono soprattutto a modificare la correlazione di forze esistente in ogni paese dove hanno luogo, arrivando occasionalmente a mettere sotto scacco l'andamento normativo e istituzionale del capitale, e quindi il suo ordine.

In certa misura, è in questo tipo di movimenti che affiora in maniera lacerante la contraddizione dell'epoca: quella tra i popoli poveri, sfruttati, disprezzati e derubati delle proprie risorse, presenti nelle diverse nazioni, e il potere delle imprese multinazionali organizzate intorno ai protetti da parte dello stato nordamericano, i cui interessi e visioni del mondo sono veicolati dai distinti governi dei paesi. Questi movimenti delineano una nuova grammatica, cioè nuove regole per i linguaggi della lotta sociale, che non sono facilmente compresi per il loro carattere fondamentalmente destrutturante dell'ordine dominante, oltre che produttori di socialità positiva. In queso senso, sono movimenti di insubordinazione che modificano profondamente e sostanzialmente la correlazione delle forze in un luogo o in una nazione, sebbene lo facciano in genere durante corti intervalli di tempo. D'altro lato, per il modo come tali movimenti privilegiano l'unione orizzontale delle molteplicità sociali, aprendo la via alla cooperazione per la lotta, e in tanto che rendono più complessa la vita politica di ogni paese creando spazi per la partecipazione politica di strutture sociali prima limitate all'ambito della vita privata -- le famiglie, i vicinati, i gruppi sociali, e una gran diversità di collettivi e comunità --, sono movimenti anche gravidi di possibilità emancipative in germe che, a lunga scadenza, possono modificare in maniera decisiva la correlazione delle forze.

Il secondo tipo di movimento di insubordinazione è meno volatile, cioè, più denso, coeso, e stabile; privilegia la lotta di resistenza e la costruzione di autonomia locale, scava in maniera lenta e persistente nelle relazioni di dominio e solo occasionalmente irrompe in maniera dirompente nello spazio pubblico, presentandosi come soggetto critico che sfida i principali supporti dell'ordine del capitale: la struttura della proprietà, le forme liberali -- privatizzate -- della politica, le stratificazioni razziali della società che sostiene il "colonialismo interno". Esempi di questo tipo di movimento sono i MST brasiliani, l'EZLN messicano e, in certa misura, il movimento rurale aymara in Bolivia, il tessuto sindacale-comunitario dei produttori di coca nel Chapare, e l'organizzazione di resistenza, principalmente quechua, in Ecuador. Tutti questi sono movimenti di più lunga data, con una tradizione di lotta e resistenza sedimentata atraverso le loro precedenti azioni di confronto ed autoconfigurazione, con un grado minore di eterogeneità interna e situati, chiaramente, dentro un canone nazionale di azione politica, senza per questo negare le sue possibilità e capacità -- soprattutto nel caso zapatista -- di aprirsi ad altre problematiche, e di relazionarsi con una molteplicità di lotte di resistenza in altri paesi, con un contenuto molto meno "nazionale".

La virtù di questi movimenti, che in certa misura operano per stabilizzare fluttuazioni e rotture sociali precedenti, è che costruiscono ambiti di resistenza collettiva suscettibili di dispiegarsi, anche ad intermittenza, in azioni più dirompenti che tendono a modificare le correlazioni di forze non in forma convulsa e spasmodica, ma a più lunga scadenza. Intanto occupano territori demarcati con nitidezza, e in essi dispiegano energie che strutturano nuove relazioni sociali che, in maniera completa, trasformano, superano e annullano tendenzialmente certe relazioni di dominio e sfruttamento, o le fanno rivivere sotto nuove funzioni.

Tesi 3

Nei movimenti di insubordinazione del primo tipo, i più volatili e incendiari, non è il successo di una finalità prestabilita che permette di valutarli obiettivamente. Piuttosto, se l'intento è intravedere i tratti emancipativi nel dispiegarsi medesimo dell'azione sociale di insubordinazione, è importante comprendere come i molteplici mosaici mobili del conflitto sociale sfuggano ai diagrammi del potere che li hanno costituiti -- o cercato di costituire -- in frammenti controllabili. Come cooperano tra sé per risovere i problemi comuni. Come i collettivi e i gruppi umani disobbedienti inventano linee di fuga e flussi di forza che destabilizzano e pongono in dubbio l'andamento statale vigente nei suoi aspetti nomativi e istituzionali. Come si appropriano di e ricostituiscono spazi pubblici. Questa prospettiva ci permette di leggere nuovi insegnamenti in un'infinità di esperienze particolari di conflitto contro il capitale per scrutare nella grammatica della emancipazione. Cioè, ci permette di apprendere dalla lotta sociale e non assumere una sterile posizione di "valutazione dogmatica" degli evidenti limiti di cui questo tipo di movimenti soffre.

Tesi 4

In alcuni paesi -- a partire dalla espansione e generalizzazione di un conflitto su risorse naturali decisive -- si produce uno sviluppo di contenuti e significati degli obiettivi iniziali della insubordinazione sociale. Il caso del gas boliviano è paradigmatico: da "NO alla vendita del gas" come idea mobilizzatrice da prima del 2003, si è passati all'idea di "riappropriazione sociale delle risorse naturali" e all'impostazione della "nazionalizzazione del gas" e dell'"Assemblea Costituente -- originaria e sovrana". Inoltre, l'esperienza boliviana recente ci colloca nella problematica del transito dall'esistenza di capacità di mobilitazione e intervento collettivo nelle tematiche comuni, sufficienti per bloccare i piani dei governi, uno dopo l'altro, alla questione di come questa "moltitudine in atto" si erige sovrana oltre i limiti del conflitto. Cioè, la questione del potere.

In generale, lo sviluppo degli obiettivi del movimento nella Bolivia di oggi, gira intorno ai vari modi in cui si soddisfano le necessità, aprendo spazi a nuovi conflitti e dando luogo a paradossi. Il caso del gas e dell'acqua in Bolivia è il più chiaro su questa questione. Il paradosso, qui, riguarda il soggetto dell'azione sovrana di recupero di ciò che è stato dato via, cioè, chi è tenuto a nazionalizzare, a riappropriarsi della riccheza comune: è alle popolazioni, alle comuntà locali, ai comuneros, ai lavoratori, ai cittadini politicizzati in senso antiliberista, che corrisponde la prerogativa di far valere la proprietà della ricchezza comune, includendo la potestà di decidere su tutto lo spettro dell' attività produttiva, della sua gestione, destino e usufrutto... o è lo Stato, cioè la rappresentazione illusoria della totalità sociale, che deve esercitare la decisione sovrana sul patrimonio comune lasciando al movimento sociale la pressione perché lo faccia? Qui c'è un limite per il primo tipo di movimenti che, nella Bolivia del 2005, rimane pericolosamente aperto come un vortice che minaccia di aspirare la forza sociale destrutturante sgorgata negli utlimi cinque anni.

Tesi 5

Nei movimenti di insubordinazione del secondo tipo, i più stabili e duraturi, è decisivo il consolidarsi di spazi di autonomia, nella progressiva costruzione, lenta e difficile, di nuove relazioni sociali di "resistenza" che non riproducano nè le gerarchie nè le segmentazioni e divisioni sociali precedentemente esperite, nei molteplici sforzi di sottrarsi ai paradigmi e dispositivi della dominazione e dello sfruttamento.

Tesi 6

Il problema più difficile per questo secondo tipo di movimenti è in primo luogo nel riuscire ad evitare una possibile autarchia che possa condurli all'isolamento e alla minaccia di scomposizione. Cioè: come possono questo tipo di movimenti di insubordinazione, una volta ricomposta una certa stabilità sociale dopo la loro irruzione, dedicarsi a tendere i propri vincoli interni e dotarsi di nuovi obiettivi di confronto con l'ordine del capitale? In secondo luogo, all'interno delle proprie costruzioni autonome c'è anche un possibile paradosso: la riconfigurazione di ordini statali -- cristallizzati -- di dominazione dentro le sue politiche e pratiche quotidiane.

Per questo tipo di movimenti, stabilizzati nel tempo come corpo di relazioni sociali territorialmente localizzato si presenta, inoltre, la questione della difficoltà di trovare alleanze, per stabilire rapporti con altri movimenti e altre lotte: come riesce un gruppo sociale di resistenza già consolidato -- e impegnato nel suo proprio auto-consolidamento -- a stabilire vincoli orizzontali di cooperazione per la lotta con altri conglomerati sociali distinti, come riesce a stabilire relazioni di reciprocità?

Tesi 7

La capacità emancipativa dei movimenti di insubordinazione che tendono a soddisfare le necessità quotidiane in altra maniera, si può misurare a partire dalle loro possibilità di passare con maggiore o minore fluidità dalla autogestione della vita quotidiana all'antagonismo e viceversa.

In generale si è qui presentata una classificazione tra i movimenti di insubordinazione sociale dei due tipi qui distinti: il consolidamento dei progressi in termini di modificazione della relazione generale di forze mediante la costruzione esplicita di relazioni sociali e della gestione degli ambiti di vita a partire dall'autonomia; oppure, privilegio delle azioni e compiti di confronto e di dispiegamento dell'antagonismo, nel mezzo del quale si abilitano forme di coordinamento temporale con altri gruppi, collettivi e settori di lotta e resistenza. In certa misura, questa classificazione fissa il paradigma di una strategia ciclica in due tempi, che si possono chiamare "accerchiare e costruire". La difficoltà consiste nel fatto che, in generale, e nella misura in cui ogni tempo suole presentarsi come opzione escludente e/o complessa e difficilmente concordante con l'altro tempo che configura la coppia "accerchiamento e costruzione"; si è presentata finora una relativa carenza di coordinazione configurante -- nazionale e globale -- dell'insieme dei movimenti di insubordinazione.

I movimenti di insubordinazione che privilegiano il consolidamento autonomo e territoriale di relazioni sociali distinte hanno frequentemente incontrato difficoltà a funzionare come organismi di conflitto e ad unirsi con altri movimenti sociali di insubordinazione, in maniera tale da "cedere" terreno e tempo -- per esprimerci in qualche modo -- a favore di governi, stati e imprese multinazionali che stabilizzeranno le linee della dominazione e dello sfruttamento.

Da parte loro, i movimenti che privilegiano il conflitto, il momento antagonistico ma che nn sono riusciti a consolidare spazi e territori di costruzione e difesa esplicita delle proprie pratiche autonome, quotidiane e politiche, sebbene tracciano le linee e gli spazi delle trasformazioni in una società data, non riescono tuttavia a sedimentare nè dare forma all'energia che generano con le proprie azioni e, in genere, sono riusciti solo ad essere forza destrutturante che la forza dello Stato e del capitale assorbe, introducendola nelle proprie finalità -- in certa misura è ciò che è successo in Ecuador e può ancora succedere in Bolivia.

In base alle idee precedenti, deboli per il loro livello di generalizzazione dei ricchissimi dettagli di ogni singolo evento, forti perché tendono a ridurre la complessità rendendo intellegibili e comparabili fatti diversi, avanzo le seguenti ipotesi:

L'idea di una strategia del "poter fare" dei movimenti sociali passa per l'articolazione e comprensione e il dispiegamento della molteplicità di azioni collettive per l'emancipazione, nei suoi aspetti costruttivi ed antagonistici.

In questo senso, l'emacipazione deve essere vista come una trasformazione di relazioni sociali che si produce a partire dalla disarticolazione dell'ordine del capitale e della sua dominazione. A questo scopo sono ugualmente decisivi sia i movimenti di antagonismo che di consolidamento-costruzione delle relazioni sociali basate sulla reciprocità e il riconoscimento dell'autonomia. Finora, quello che fanno i movimenti di insubordinazione è introdurre energia destabilizzatrice nel sistema dominante, sia costruendo nicchie di autonomia, sia dispiegando azioni di conflitto. A partire da qui, la questione della emancipazione dipende dal nostro dotarci di strumentazione teorica per pensare alle possibilità di un "cambio di stato", per servire simultaneamente al problema di introdurre fluttuazioni e deconfigurare l'ordine dominante, così come il problema di stabilizzare sotto diversi lineamenti e forme sociali l'energia sociale così dispiegata.

Enunciarlo è relativamente semplice, contribuire alla sua realizzazione pratica è una sfida gigantesca."

Link: http://proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=619

mercoledì 8 giugno 2011

Quello che conta

Quello che conta - di Francesco Marchianò
Il successo della sinistra nelle recenti elezioni amministrative è stato accompagnato, come spesso accade, da numerosi commenti di politici, giornalisti e osservatori. Uno dei refrain più gettonati è stato che la sinistra ha vinto grazie alle primarie e ai leader. Ma è stato davvero così? Dire che sono le primarie a far vincere un sindaco, un presidente di regione o, addirittura, un un presidente del consiglio è di per sé un’affermazione indimostrabile. In diversi Paesi si stanno diffondendo, o sono utilizzate da anni, le primarie e, com’è ovvio che sia, il candidato da essi selezionato può vincere o perdere. Per esempio, lo sfidante di Obama, McCain ha vinto le primarie del Partito Repubblicano, eppure è stato sconfitto. In Europa, sia Walter Veltroni che Ségoléne Royal hanno vinto le primarie, eppure sono stati sconfitti. Pertanto non c’è un nesso che lega le selezione per mezzo delle primarie con la vittoria, anzi, come nel caso delle amministrative di Napoli, esse possono essere la causa di una prematura e mortificante sconfitta. L’elogio delle primarie è accompagnato da un corollario, anch’esso discutibile, quello dell’effetto leader. La vittoria nelle amministrative da molti è stata spiegata con l’apporto del leader. Anche qui però non tutto è lineare. Se nelle recenti amministrative vi è stato effetto leader, questo è avvenuto prevalentemente nella città di Napoli, dove il voto per De Magistris al primo turno ha di gran lunga superato, quasi doppiandolo, quello delle liste che lo appoggiavano. Nel secondo turno vi è stato, sì, un vero e proprio plebiscito, ma senza l’apporto dell’altra coalizione di sinistra e del Terzo polo, questo risultato non si sarebbe raggiunto. Al primo turno, infatti, De Magistris, aveva raccolto 128.303 voti; l’altro sfidante di centrosinistra Morcone, 89.280, e il candidato del Terzo Polo Pasquino, 45.449. Sommando questi tre candidati si arriva a 263.032 voti, ossia qualche centinaio in meno dei 264.730 che De Magitris ha conquistato al ballottaggio. Senza i voti della coalizione sarebbe dura anche per Masaniello. Se, invece, guardiamo al Nord, più che effetto leader, dovremmo parlare di effetto partito. A Torino e Milano, infatti, ciò che ha contribuito alla vittoria è stato l’esito del Partito Democratico che ha conquistato ovunque dei risultati ben più grandi delle previsioni. Si pensi che i sondaggi davano il Pd a Torino al 28%, e invece ha raccolto il 34,5%, e a Milano tra il 21% e il 23%, e invece ha conquistato il 28,6%. I due candidati sindaci, che comunque hanno avuto i loro meriti, hanno raccolto certamente dei voti in più delle liste che li appoggiavano (com’è naturale che sia in elezioni dirette) ma non in maniera rilevante. Pisapia e Fassino presentano entrambi indici di personalizzazione positivi ma contenuti, anzi, stando ai dati, Piero Fassino ha un effetto leader (indice di personalizzazione: 0,128) maggiore di quello di Pisapia (indice di personalizzazione: 0,122). Un vittoria è sempre il frutto di più fattori, ma, in questo caso, il successo del Pd non può passare inosservato, anche perché è la prima volta, da quando è nato, che riesce a vincere. I leader hanno il loro peso e la loro influenza, ma da soli non bastano. Per questo occorre guardare con più realismo all’apporto sostanziale che partiti e coalizioni riescono a dare. Francesco Marchianò - 8 Giugno 2011

http://www.centroriformastato.org/crs2/spip.php?article249

sabato 4 giugno 2011

Un Altro Mondo Possibile - Grecia 2011 - Italia 2012 ? Uscire dalla crisi con la decrescita, con il fascismo o con la rivoluzione ?

Oggi i mercati festeggiano il nuovo prestito alla Grecia che porterà nuovi tagli, impoverimento, disoccupazione ... nuovo debito! La società greca continua a scendere in piazza, a contestare il "sistema" ... mentre i nostri media (per evitare di darci "cattivi esempi"?) la ignorano ... senza alcuna eccezione. Non possiamo aspettarci che chi è causa della crisi sia in grado anche solo di pensare a delle soluzioni ... mentre è benissimo in grado di manipolare l'opinione pubblica, reprimere con la forza chi vuole un vero cambio, infiltrare provocatori e fomentare la violenza. La Grecia di oggi è simile all'Argentina del 2001 e potrebbe essere molto simile all'Italia del 2012 (con o senza Berlusconi) .... e allora osserviamo ciò che succede in Grecia, ascoltiamo chi propone soluzioni "rivoluzionarie" e pacifiche per opporsi a soluzioni violente ed autoritarie.
Osserviamo la Grecia di oggi, leggiamo la storia Argentina, Boliviana e Islandese di ieri... e ORGANIZZIAMO la RESISTENZA nelle nostre singole vite, nei nostri nuclei famigliari, nelle nostre città. Cerchiamo di "fare" qualcosa, piuttosto che - solo - in dignarci. Uno degli slogan "NoGlobal" era "un mondo migliore è possibile "... ieri questo slogan non aveva "appeal" perchè in molti eravamo convinti di vivere nel mondo migliore possibile. Oggi ne siamo ancora così convinti? Da megachip.info
La Grecia in cerca di un nuovo agorà di Karin Munck.
Un piccolo gruppo di studiosi e sostenitori della decrescita ha accompagnato Serge Latouche in un giro di conferenze a Creta e ad Atene. L’idea nasce dall’architetto e archeologo di passione Piero Meogrossi di Roma, che da alcuni anni cerca di portare Latouche in Grecia per coinvolgerlo in un affascinante progetto sulla decrescita a Lentas, paesino affacciato su un mare splendido, dimenticato dal mondo.
In fondo si tratta di riportare le idee della decrescita a Creta, dove in qualche modo quei temi hanno avuto origine. La decrescita è infatti da molti considerata come figlia dalla «phronesis», la saggezza greca che, nel corso della storia, è stata violentata dal «logos», cioè dalla razionalità e dal calcolo economico, che ne hanno fatto perdere le radici.
Prima di definire le date del viaggio, riceviamo varie messaggi da parte di Giorgos Kallis [greco, ricercatore all’Università autonoma di Barcellona] e collaboratore di Giorgos Lieros [veterinario, impegnato in vari movimenti ambientalisti ad Atene], che propongono una conferenza sulla decrescita al Politecnico di Atene. Insomma, non solo Creta, ma anche il centro del paese – ci spiegano – cerca soluzioni alla crisi attraverso i temi della decrescita. Un po’ sorpreso da tanta insistenza, Serge Latouche accetta la proposta.
Già all’aeroporto di Atene incontriamo i primi attivisti in compagnia di alcuni giornalisti e fotografi. Vogliono intervistare Latouche, in modo da poter uscire subito con articoli e servizi per far precedere la conferenza al Politecnico con un vasto «tam tam» informativo. Ripartiamo quindi per Heraklion, la capitale di Creta, dove ci aspetta Costas Manidakis con alcuni amici. Volti noti, sorridenti, degni di un film di Pier Paolo Pasolini. A parte il solito «kalimera, kalimera», molti ci dicono qualche parola in italiano. Costas ha studiato geologia a Modena, parla perfettamente italiano ed è da sempre un sostenitore della decrescita. Durante la dittatura dei colonnelli, da giovane si è ritirato in uno dei luoghi più abbandonati di Creta, Lentas. È lui ad aver organizzato con altri gli incontri conviviali con la società civile cretese, la conferenza all’università ! di Heraklion e una passeggiata con esperti di archeologia. La sera siamo invitati a cena con alcuni intellettuali cretesi in una casa tipica della media borghesia europea. Molti parlano italiano, anche loro hanno studiato a Modena, Bologna e Roma e si respira un’atmosfera di «solidarietà mediterranea». Le donne, attivissime, architetti e urbanisti, hanno preparato una cena profumatissima con le specialità dell’isola. Senza tanti preamboli si entra subito nel vivo del tema della serata, che poi sarà il tema centrale di tutti gli incontri pubblici e privati: il debito e il disastro sociale ed economico della Grecia. Un debito complessivo di 110 miliardi di euro: tutti pensano che il governo non abbia saputo difendere il paese dal gioco al massacro imposto da banche, Fondo monetario internazionale e Unione europea. La maggior parte della popolazione valuta la politica economica di Papandreou negativamente e molti sono convinti che il Fondo mone! tario dovrebbe essere cacciato dal paese. Ci dicono che solo un quarto della popolazione vuole ripagare il debito, mentre l’altra parte chiede di ritrattarlo. Quasi tutti sono convinti che la Banca centrale europea abbia molte responsabilità nel disastro economico greco e una parte della popolazione è favorevole alla fuoruscita dall’euro e un ritorno alla Dracme.
Il debito di Islanda e Ungheria
Latouche cita subito l’esempio dell’Islanda, di cui nessuno parla. Spiega come l’Islanda abbia deciso attraverso due referendum popolari di non rimborsare più il suo debito. «Non è vero che il debito deve essere ripagato per forza – dice Latouche – Una politica nuova, che purtroppo spesso viene proposta soltanto dalla destra, come in Ungheria, ha deciso di far pagare il debito alla banche. Non sarà né facile e né indolore, ma rispetto alla barbarie che stanno preparando i nostri governi sarà forse necessaria». Di fronte alla preoccupazione per l’euro, Latouche parla anche dell’Argentina che per superare la crisi ha usato le monete locali, i creditos o patacones, che hanno funzionato per assicurare la sopravivenza attraverso un’economia locale. Qualcuno accenna addirittura della possibilità di una fuoruscita della Grecia dall’Ue. Le analis! i e le parole di Latouche sembrano in qualche modo attese e sperate. Non pagare il debito, no alla austerità imposta, sì alla moneta nazionale e sì all’uscita dall’Ue, sembravano idee troppo radicali, ma alla luce degli ultimi avvenimenti saranno probabilmente le uniche proposte concrete per ritrovare il senso della cittadinanza ed evitare il collasso e la dissoluzione della società. Ci lasciamo quindi incuriositi: quale sarà la reazione del pubblico greco a queste proposte radicali della decrescita? Ci diamo appuntamento con i nostri nuovi amici alla prima conferenza pubblica ad Heraklion.
Noi intanto partiamo per Lentas, il piccolo villaggio di Costas, dalla parte opposta dell’isola. Creta sembra il paradiso terrestre. Una vegetazione rigogliosa, piccoli campi di ortaggi ben curati, vigneti, antichi olivi e nella montagna pecore arrampicate ovunque si confondono con le spoglie rocce. Paesi piccoli un po’ melanconici, nascosti in vallate, abbandonati da uomini e donne, in cerca di «fortuna» altrove. Con Piero, nostro amico archeologo e Costas, visitiamo Cnosso, Festo e Gortyna, tre siti archeologici di un fascino sconvolgente. La passeggiata ci distrae per qualche ora dalla Grecia disastrata e abbandonata dai mercati finanziari internazionali, anche se le rovine degli imperi passati potrebbero essere una bella metafora del crollo del mondo al quale stiamo assistendo.
Latouche è stato invitato ad Heraklion dal rettore Janis Pallikaris, un personaggio unico. È un medico oculista, inventore dell’uso del laser per la correzione della miopia, diffuso oggi in tutto il mondo, un candidato premio Nobel. Dice di essere un grande stimatore delle idee di Latouche ed è felice di introdurlo al pubblico. La sala è gremita: ambientalisti, amministratori pubblici, docenti dell’università, in prima fila anche l’arcivescovo di Creta. Tutti seguono attenti e preoccupati la relazione che comincia con l’analisi della società della crescita, «una società che vive soltanto per la crescita economica», cioè l’aumento del Pil. «La cosa peggiore che possa accadere a questa società è la non crescita, o la crescita negativa, nella quale oggi ci troviamo». La situazione della Grecia è l’ultimo esempio evide! nte. I governi si sono indebitati con le banche straniere per proseguire le loro opere faraoniche e adesso decidono di far pagare al popolo il debito obbedendo alle ingiunzioni dei mercati finanziari internazionali.
Le otto «R» della decrescita
Latouche propone quindi il progetto della decrescita, come via possibile per uscire dalla crisi e per evitare che la società cada nella disperazione e nella dissoluzione. Il progetto della decrescita viene raccontato attraverso le «otto R», tutte ugualmente importanti per entrare in un vero circolo virtuoso di cambiamento. Le tre «R» più strategiche sono quello della «rivalutazione» , la «R» della riduzione e la «R» della «rilocalizazione» [perché riguarda direttamente e da subito la vita quotidiana e il lavoro di milioni di persone]. Latouche dice che la decrescita rinnova la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. Se infatti l’utopia della decrescita implica un pensiero globale, la sua realizzazione può essere avviata a livello locale. Il progetto di decrescita locale comprende due elementi interdipendenti: l&rsq! uo;innovazione politica e l’autonomia economica. Tutti intuiscono che la decrescita è si una provocazione, ma anche una trama per una nuova concezione della politica per una società alternativa, la politica dell’«abbondanza frugale» che permette di ricostruire una società fondata sulla riduzione della dipendenza dal mercato.
Latouche alla fine propone anche per la Grecia la reinvenzione dei commons [i beni comuni, spazio comunitario] e dell’autorganizzazione di «bioregioni» o ecoregioni, entità spaziale omogenee che potranno coincidere con le realtà geografiche, sociali e storiche, rurale o urbane. Dalle domande del pubblico e dai tanti dibattiti con persone della società civile, è evidente come anche in Grecia si stia formando una vera propria resistenza di sinistra, che mette insieme trasversalmente movimenti, pezzi dei partiti di sinistra e verdi. Una resistenza che abbraccia gli operai delle fabbriche, le insegnanti delle scuole pubbliche, docenti universitari e dipendenti pubblici, ma anche pensionati e casalinghe: una rete costruita su grande battaglie civili per la difesa del bene comune.
Tutto questo è ancora più evidente ad Atene. Giorgos Lieros, tra i promotori dell’incontro, dice che loro «sono ben consapevoli che in Grecia non si tratta soltanto di una crisi per il debito e di una crisi finanziaria, ma piuttosto del fallimento dell’idea di sviluppo che il paese persegue da trent’ anni. Per questo chiediamo il cambiamento del paradigma economico e sociale». Di certo, sono sempre di più quelli che in Grecia conoscono le idee della decrescita e sono convinti che il paese è maturo per questa sfida.
Atene, tra crisi e decrescita
Ci avviciniamo ad Atene. Dall’alto la città resta bellissima, sembra una grande tovaglia ricamata nei colori della sabbia che si stende sul Mediterraneo, larga, solare, apparentemente tranquilla. A differenza di molte altre città europee, non ci sono i grattacieli delle compagnie petrolifere e delle banche, nulla fa sembrare Atene dall’alto al centro del dibattito mondale per il disastro economico. Ma già all’aeroporto i colori cambiano: veniamo subito accompagnati da un gruppo di militanti verdi che cercano di trasformare il vecchio aeroporto in un bioparco per la popolazione con orti e spazi pubblici verdi, dal momento che Atene è una delle città con meno verde pro capite al mondo. La costruzione del nuovo aeroporto, costruito in occasione delle Olimpiadi del 2004, oltre a essere una delle cause del grande debito pubblico della Grecia, ha lasciato un enorme deserto di cemento qua! si nel centro della città. Si resta davvero shoccati visitando questa immensa area dell’aeroporto abbandonata da quasi dieci anni, in balia dei politici indecisi, che adesso dicono di aspettare i soldi degli emirati Arabi per costruirci il Las Vegas di Atene. Progetti folli, decisi naturalmente sulla testa dei cittadini, nonostante il sindaco di Atene sia stato eletto grazie ai voti delle liste civiche di sinistra. L’area é supersorvegliata, sembra di entrare a Chernobyl, e non appena cerchiamo di fare qualche foto, nonostante fossimo accompagnati anche da un parlamentare, siamo cacciati brutalmente dalla sorveglianza. Nel centro storico si nota la presenza della polizia un po’ ovunque. Giorgos Kallis dice che il debito creato dal governo «giustifica oggi qualsiasi politica di tagli alla cultura, alla sanità e ai servizi sociali». Via libera alla distruzione dei contratti di lavoro, i sindacati e riduzione del salario fino al quaranta percento. Privatizzazione di edifici pubblici e svendita di proprietà dello stato. Aumentano le tariffe dei servizi e dei trasporti. Tagli ai contributi alle famiglie bisognose, taglio agli aiuti ai disoccupati, licenziamenti nella pubblica amministrazione, la disoccupazione reale è già più del venti percento. «Si è ormai entrato in una recessione permanente, una dichiarazione di guerra continua verso gli strati più deboli – aggiunge Giorgos – Il popolo risponde con scioperi e manifestazioni».
Il rischio di una svolta a destra
Secondo Giorgos Kallis e altri oggi il pericolo di una svolta a destra in Grecia è di nuovo presente. Molti gruppi di estrema destra danno la caccia ai migranti. Lo schema è diffuso in tutta Europa. Anche ad Atene lo straniero è il nemico. Si cerca di scatenare la guerra tra poveri per distrarre attenzione «dai veri responsabili, le banche e il governo, incapace e corrotto. Si cerca di denigrare i movimenti della società civile, i verdi e il Partito comunista, che in Grecia hanno ben individuato nel capitalismo globale la prima causa del dissesto sociale ed economico del paese. In futuro la violenza dei fascisti potrà giustificare un colpo di stato, se il parlamento non riuscirà a garantire la convivenza democratica», avverte Giorgos.
Per l’incontro con Latouche presso il mitico Politecnico di Atene [dove cominciò la rivolta nel 14 novembre 1973 contro i colonnelli], ci sono molte persone. Scritte ovunque, qualche bandiera, qualche banchetto di solidarietà con i popoli insorti del Nord Africa. Il Politecnico sembra un grande centro sociale. Una sala a forma di anfiteatro, già gremito di giovani e anziani, seduti su vecchi banchi sgangherati, ormai pronti per nuove rivoluzioni. Ci sentiamo subito a casa.
Prende parola Giorgos Kallis. Improvvisamente una ragazza si alza e se ne va urlando. Dopo ci spiegheranno che aveva proposto lo spostamento dell’assemblea in strada, in solidarietà con un altro ragazzo migrante aggredito nel pomeriggio da un gruppo di fascisti. «La crisi è stata uno shock, ma non è solo finanziaria ed economica – dice Latouche nel suo intervento – Siamo di fronte a una crisi ecologica, sociale, culturale, una vera crisi di civiltà, cominciata in realtà negli anni Settanta. Finirà solo nel 2050, quando avverrà l’esaurimento delle risorse energetiche fossili. Quindi la sola possibilità auspicabile è la costruzione di una società di sobrietà condivisa, di decrescita, che passa attraverso un cambiamento dei paradigmi, una nuova spartizione della ricchezza, insomma per l’uscita dal capitalismo». Per questi motivi, Latou! che dice che la crisi può aiutare anche la Grecia: «L’alternativa esiste già, ma è spesso poco visibile. L’alternativa non è l’austerità né il rilancio tradizionale dell’economia ma l’uscita della società della crescita. Siamo sotto la minaccia di una deflazione mondiale, e la speculazione contro gli stati soffoca continuamente l’emergere di una vera alternativa». In un secondo momento, Latouche descrive una possibile filosofia della decrscita e accenna brevemente ad alcune idee per un programma politico, per soffermarsi su un punto importante, il lavoro. Dice Latouche: «Non è vero che lo sviluppo produce e crea lavoro, anzi la concorrenza e l’automazione distruggono i posti di lavoro. Bisogna trovare una via d’uscita dato che non ci sarà una ripresa del lavoro, diventerà una risorsa scarsa, dobbiamo condividerlo. Lavorare meno per lavorare tutti. Dobbiamo pretendere il reddito di cittadinanza. Bisogna fare pressione sugli stati, attraverso programmi politici. Dobbiamo chiedere anche la riduzione dell’orario di lavoro per dare occupazione a tutti». La proposta di lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio viene accolta con un grande applauso.
Latouche parla anche, brevemente, dell’Europa: «L’euro è pilotato dalla Bce, e non lascia alcuna possibilità per attuare una autonoma politica monetaria e di bilancio. Gli stati europei si sono lanciati in una concorrenza fiscale al ribasso, senza attuare vere riforme e oggi sono vittime dei propri numerosi errori, difficilmente riparabili. L’Europa sta già crollando. I governi si affannano a varare molti piani per salvare i propri paesi ma non esiste un piano per salvare l’Europa». Chiude, infine, proponendo l’idea dell’«abbondanza frugale, l’unica via d’uscita, dato che la nostra società di oggi, non è una società di abbondanza vera, ma soltanto una società di frustrazioni. L’unica possibilità per creare abbondanza vera è la frugalità. Se sappiamo tutti limitare i nostri bisogni allora possiamo s! oddisfarli. Dobbiamo combattere la mercantilizzazione del mondo, l’arricchimento di pochi a spese di milioni di poveri. Il mercato globale non sta distruggendo solo il tessuto sociale ma anche la natura e gli ecosistemi al livello mondiale. La società della crescita nega l’essere umano stesso, la sua condizione umana». Il dibattito prosegue con diverse domande e altri interventi. Quando usciamo dal Politecnico è quasi mezzanotte. Una signora ci lascia un biglietto, in cui si legge: «Grazie per averci portato la Speranza».
Lo sciopero generale dell’11 maggio
Il giorno dopo, l’11 maggio, è in programma il viaggio di ritorno a casa. Siamo dispiaciuti di non poter partecipare al grande sciopero generale nazionale, previsto proprio quel giorno. Ma arriva la buona notizia: la partenza del nostro aereo è rimandata a causa dello sciopero. Decidiamo subito di sostenere i compagni greci del Workers militant front, promotori della sciopero. Il corteo parte proprio nel nostro quartiere di fronte al museo di arte antica. Arrivano decine di miglia di persone con striscioni, di tutti i colori, enormi, in sui si legge: «No al debito! No alla privatizzazione! No alla disoccupazione! Burocrati andate a casa!». «Più servizi sociali!». «No alle misure anti-operaie del governo!». «No all’Unione Europea dei capitalisti! No al Fondo Monetario Internazionale! No alla BCE, la plutocrazia del paese!». «No al terrorismo dei padroni! No al cap! italismo, No all’Imperialismo!». «No alla flessibilità e alla precarietà! No ai sindacati corrotti che trattano con i padroni sulla nostre pelle!». «L’Operaio può fare a meno dei padroni!». «La barbarie non può essere umanizzata! Si alla resistenza! Si alla salute! Si al autonomia! Si alla vita!». «Noi la crisi non la paghiamo!». «Vogliamo una società senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo». Dopo pochi giorni dalla Grecia ci arriva un messaggio di Giorgos: dice che la giornata dello sciopero generale si è conclusa male per colpa di alcuni infiltrati che hanno provocato l’attacco da parte delle forze speciali della polizia. Ci sono stati molti feriti gravi. Nel centro di Atene ci sono di nuovo i gruppi di fascisti in azione, sono responsabili di veri pogrom, con i quali vengono aggrediti i migranti e chi solidarizza con loro. E dai giornali leggiamo che i progetti di privatizzazione continuano per permettere una ristrutturazione soft della Grecia…

[Karin Munck, «obiettrice della crescita», medico, è stata per molti anni direttrice artistica e scientifica del Prix Leonardo, festival internazionale del film scientifico e ambientale. Dal 2003 accompagna Serge Latouche documentando la nascita del movimento internazionale della decrescita].

Fonte: http://www.carta.org/2011/05/la-grecia-in-cerca-di-un-nuovo-agora/.

mercoledì 25 maggio 2011

REFERENDUM 12 e il 13 giugno 2011

Il 12 e il 13 giugno 2011 si terrà in Italia un referendum suddiviso in 4 quesiti: uno riguarda il legittimo impedimento, istituto giuridico che permette all'imputato, in alcuni casi, di giustificare la propria assenza in aula, due riguardano la privatizzazione dell’acqua e uno ruota attorno al ritorno dell’energia nucleare in Italia.
Trattandosi di referendum abrogativo, ai cittadini verrà chiesto di abrogare o meno alcune norme esistenti, o loro parti, riguardanti le tematiche di cui sopra.

Più semplicemente, ogni quesito sarà del tipo “vuoi abrogare la norma x?”. Rispondendo “No” si esprimerà la proprio volontà affinché la norma rimanga vigente, al contrario, rispondendo “SI’”, si opterà per la sua abrogazione. Affinché le votazioni siano valide si deve raggiungere il quorum: è necessario, cioè, che vada a votare il “50% + 1” degli aventi diritto (circa 25 milioni di italiani).

Cos’è il referendum
La parola referendum riprende il gerundio latino del verbo refero, "riferisco" (nella frase ad referendum, "[chieder dei documenti, ecc.] per riferire")[1], e indica comunemente lo strumento attraverso cui il corpo elettorale viene consultato direttamente su temi specifici; esso è uno strumento di democrazia diretta, consente cioè agli elettori di fornire - senza intermediari - il proprio parere, o la propria decisione, su un tema oggetto di discussione.

I referendum in Italia
I referendum in Italia sono di numerose forme.
Solo le tipologie contemplate dalla Costituzione italiana ammontano a quattro: il referendum abrogativo di leggi e atti aventi forza di legge (articolo 75), quello sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale (articolo 138), quello riguardante la fusione di regioni esistenti o la creazione di nuove regioni (articolo 132 comma 1), quello riguardante il passaggio da una Regione ad un'altra di Province o Comuni (articolo 132 comma 2). Inoltre è previsto, all'articolo 123 comma 1, che gli statuti regionali regolino l'esercizio del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della regione.
Nel 1989 una legge costituzionale ha consentito che, in occasione delle elezioni del Parlamento europeo, si votasse anche per un referendum consultivo sul rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie.
Altri referendum a livello comunale e provinciale sono poi previsti da fonti sub-costituzionali.
Il 2 giugno 1946 si svolse in Italia il primo referendum istituzionale con il quale i cittadini furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia.

Quando, come e dove si vota
I referendum si terranno in tutta Italia Domenica 12 giugno dalle 8 alle 22 e Lunedì 13 giugno dalle 7 alle 15.

Si voterà nel proprio Comune di residenza, nella sezione elettorale indicata sulla propria tessera elettorale.

Gli elettori dovranno esibire al presidente del seggio la tessera elettorale ed un documento di riconoscimento e riceveranno da un componente del seggio 4 schede di diverso colore ognuna con un quesito e due caselle con su scritto “SI’” e “NO” sulle quali bisognerà apporre una croce: per votare “SI’”, e quindi per abrogare la norma oggetto del quesito, bisogna barrare la casella del “SI’”. Viceversa, per votare “NO” e mantenere la norma già esistente, bisogna barrare la casella del “NO”.

Calendarizzazione e critiche
La legge vuole che i referendum abrogativi si tengano in una data compresa il 15 aprile e il 15 giugno e comunque non prima che siano passati almeno 365 giorni dallo svolgimento dell'ultimo suffragio nazionale.

In un primo momento, era stato proposto l'accorpamento del referendum al primo o al secondo turno delle elezioni amministrative del 15-16 maggio 2011, poi, il Ministro degli Interni Roberto Maroni ha optato per la divisione delle due consultazioni dichiarando che il referendum si sarebbe svolto il 12 e 13 giugno “secondo una tradizione italiana che ha sempre distinto le due date”.

La scelta è stata critica dai comitati promotori e dall’opposizione sia per l’evitabile spesa che va dai 300 ai 400 milioni di euro, sia perché vista come un tentativo di non fare raggiungere il quorum necessario, 50% + 1 degli aventi diritto al voto, vista lo collocazione del referendum poco distante dalle elezioni amministrative che inoltre, in alcune parti d’Italia dove si andrà al ballottaggio, si svolgeranno in due turni.


Primo quesito (Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione)
Volete voi che sia abrogato l'art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall'art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante «Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia», e dall'art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante «Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea», convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?

Viene chiesto se abrogare del tutto la norma sulla privatizzazione dell’acqua.

Votare “SI’” per abrogare la norma (lo Stato prenderebbe di nuovo in mano la gestione dei servizi idrici, togliendola ai privati).

Votare “NO” se si desidera che rimanga vigente l’attuale normativa.


Secondo quesito (Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma)
Volete voi che sia abrogato il comma 1 dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla seguente parte: «dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito»?

Viene chiesto se abrogare o meno una norma limitatamente alla parte riguardante la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito.

Votare “SI’” per abrogare questa parte della norma che permette il profitto/guadagno, e non soltanto il recupero dei costi di gestione e di investimenti, nell’erogazione del bene Acqua potabile.

Votare “NO” se si desidera che rimanga vigente l’attuale normativa e che chi eroga il servizio idrico ne tragga un profitto.


Terzo quesito (Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme)
“Volete voi che sia abrogato il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, recante Diposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributarla, limitatamente alle seguenti parti: art. 7, comma 1, lettera d: realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare?”.

Il quesito è stato abbreviato in quanto molto lungo e articolato. Anche qui si tratta di abrogazione parziale di una parte del Decreto Legge n. 112 del 25 giugno 2008 recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, convertito poi con modificazioni nella Legge n. 133 del 6 agosto 2008.

Votare “SI’” per abrogare questa parte della norma che consente il ritorno delle centrali nucleari in Italia.

Votare “NO” se si desidera che rimanga vigente l’attuale normativa che non consente la costruzione di tali impianti sul territorio nazionale.

La costruzione di centrali nucleari in Italia era consentita fino al 1987, anno successivo al tristemente noto disastro di Cernobyl e nel quale si tennero referendum sull’argomento. In quell’occasione circa l’80% dei votanti si di rivelò contrario all’utilizzo dell’energia atomica, le 3 centrali funzionanti vennero chiuse e altre non ne vennero più costruite.


Quarto quesito (Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale)
Volete voi che siano abrogati l'art. 1, commi 1, 2, 3, 5 e 6, e l'art. 2 della legge 7 aprile 2010, n. 51, recante «Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza», quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 13-25 gennaio 2011 della Corte costituzionale?

Come anticipato prima, il quesito è stato proposto dall’IdV ed è stato autorizzato dalla Corte di Cassazione dopo la dichiarazione di parziale incostituzionalità della norma in questione.

Votare “SI’” per abrogare i sopracitati articoli e se si è contrari, quindi, al fatto che alte cariche dello Stato, come Presidente del Consiglio e Ministri, per esempio, possano. Laddove citati, non presentarsi in Tribunale adducendo a impegni di governo.

Votare “NO” se si desidera che rimanga vigente l’attuale normativa-scudo nei confronti del sistema giudiziario.


Qualunque sia la nostra posizione sugli argomenti oggetto dei 4 quesiti referendari, l’importante è ANDARE A VOTARE per adempiere al proprio DOVERE e per esercitare il proprio DIRITTO.