lunedì 15 luglio 2013
Vedere la grande quercia nella ghianda
“Vedere la grande quercia nella ghianda”, il sottotitolo di un libro (Intelligenza valorizzativa, Tojo Thatchenkery e Carol Metzker, FrancoAngeli, 2007) che, sulla base degli ultimi non trascurabili risultati della psicolgia cognitiva e delle neuroscienze, scopre la nuova dimensione dell'intelligenza dietro alla creatività e al successo circa le innovazioni non solo produttivo-mercantili, ma anche nei comportamenti sociali. Percorrere nuove vie è (al di là delle intenzioni degli autori), quindi, possibile, rispetto al pensiero omologato, convergente, non in grado di ricontestualizzare la realtà, incapace di rilevare le possibilità non conosciute ed orientato ad abbandonare le situazioni apparentemente meno promettenti. Non si tratta però solo di mettere in valore un talento, di guardare le cose sotto inedite angolazioni o di cogliere intuitivamente opportunità dietro ogni situazione problematica. Piuttosto, la cosiddetta “intelligenza valorizzativa” ricodifica il reale, ne disegna nuovi contorni ed identità, può fondare il linguaggio necessario a definire il senso nuovo: fa concentrare su scale di priorità sociale inespresse storicamente, consente d'affrontare la complessità senza l'ansia della conservazione dello status quo, sollecita l'acquisizione personale e collettiva di modalità espressivo-comportamentali ed abitudini prive dell'annichilente retaggio di arcaiche forme di vita, consente d'imparare a selezionare le informazioni di natura vitale discriminandole dalle distorsioni a manipolazioni, permette d'organizzare lo spazio-tempo sociale secondo inusitate necessità, riacquistando il controllo su di se, testimoniando l'autonomia e autentica collaborazione, estirpando il disvalore di rapporti sociali tutt'uno con attività competitive di business quotidiane.
Agire secondo una vision alternativa all'ideologia vigente in ogni situazione rappresenta quel coinvolgimento ed integrazione di soggettività che affrontano antagonisticamente, dualmente, la relazione con lo stato presente di cose; dalla ricerca del reddito alle espressioni artistiche, dalla soddisfazione dei bisogni alla matura esplosione dei desideri, dall'alienazione alla gestione del potere. Rappresenta un'incombente minaccia per le posizioni politico-culturali negoziali, compromissorie, orientate alle “compatibilità di sistema”, all'eternizzazione delle gerarchie sociali di comado.
Come progettare un percorso di cambiamenti sociali radicali, irreversibili ? Trasformare il modo d'essere, evolvere assertivamente, valutando lo stato attuale del sistema rispetto agli obiettivi di evoluzione, definendo gli ancoraggi ideali futuri, gli stati ottimali cui tendere, valutando i passaggi, stimoli o operations che possono portare alla trasformazione, selezionare gli interventi centrandosi sugli effetti (effect-based operations), evitando la dispersione di azioni asincrone o portatrici di risultati non precisati o poco chiari, aleatori, ma – soprattutto – cercare più angoli d'attacco allo status quo, esercitare focussing depurando il percorso dalle analisi errate e da revisioni degli obiettivi da raggiungere, “ricentrare” le energie umane nel protagonismo antagonistico-duale, senza riserva alcuna. Le condizioni che ne consentono l'esito sono date dalla fuoriuscita da ogni appartenenza sociale preesistente e dall'autonomia politico-culturale che tale soluzione di continuità comporta. L'applicazione dell'intelligenza valorizzativa alla questione sociale comporta un “salto di paradigma”, un protagonismo storico della radicalità operativa centrata sulla volontà di cambiamento e sulla rottura dello schematismo strutturale, economico-produttivo, di riferimento precedente.
L'approccio delle regie d'avanguardia consapevole del ruolo, offre strumenti alle nuove generazioni di antagonisti che intendono agire in modo rivoluzionario, lottare contro prassi statiche demotivanti, proporsi il traguardo del potere, promuovendo esclusivamente strategie organizzative e ripudiando l'idealistica “infinita” teoresi. Pensieri di Giovanni Dursi dedicati ad Antonio Gramsci, morto il 27 Aprile 1937 - … Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico....La cultura è una cosa ben diversa. E' organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri ...
e anche un avviso a tutte le nostre "ghiande":
..Ogni ghianda può pensare di diventare quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi "gravide" di querce.
Ma, nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al più, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella ...
sabato 13 luglio 2013
Progettare la rivoluzione
Sviluppare una riflessione di critica
sociale ed emancipazione a partire dalle condizioni attuali delle contraddizioni capitale-lavoro,
nella consapevolezza che le dinamiche sociali in corso richiedono un
ritorno/approdo consapevole e riflessivo alla nozione di critica e una
rinnovata attenzione sulle condizioni che consentono di pensare il
progetto di emancipazione collettiva e di rivoluzione sociale. I processi di globalizzazione,
infatti, da un lato rendono sempre più manifeste le tensioni create
da un capitalismo diversamente aggressivo sul piano economico e
omologante sul piano culturale; dall’altro, sembrano poter aprire
spazi per una nuova capacità di incrementare i potenziali di
liberazione impliciti non solo in una possibile universalizzazione
dei diritti umani e dell’autorealizzazione degli individui, ma
soprattutto di rivoluzione sistemica.
Ma, al momento, è soprattutto
sul primo aspetto che occorre soffermarsi. Le crisi economiche e
finanziare internazionali hanno pesanti ripercussioni sociali:
mettono a repentaglio le politiche di Welfare nei paesi più
industrializzati – che vedono l’emergere di nuove e vecchie forme
di povertà, di disoccupazione, di emarginazione sociale, ecc. mentre i giochi di borsa e le acquisizioni multinazionali d'impresa proseguono senza battute d'arresto –, e
cercano, d’altro lato, di scaricare gli effetti più pesanti della
crisi sui paesi più poveri e in via di industrializzazione e –
prioritariamente – sulle classi subalterne presenti in ogni ambito
nazionale devastandole, creando un vero e proprio genocidio generazionale. Sul piano culturale, nonostante sia ormai evidente la
difficoltà intrinseca di un modello di produzione incentrato
sull’idea di uno sviluppo senza limiti finalizzato al profitto
d'impresa che risponda a mere esigenze produttive, il modello di una
società dei consumi sembra essere senza alternative reali e,
nonostante ciò, si impone come unico referente possibile e
auspicabile. La stessa fuoriuscita dalla crisi viene così proposta
solo nella prospettiva di una ripresa produttiva, dell’aumento del
Pil, dei consumi, in una direzione che non può fare altro che
riproporre le patologie da cui vorrebbe sfuggire. da questo punto di vista, i sacerdoti del "mercato", gli economisti "di sinistra" e "di destra", non divergono affatto, avanzando "ricette" buone solo per rigenerare il sistema d'appropriazione privata di beni e servizi socialmente prodotti. In questa
situazione, la riflessione critico-sociale-politica – ma non solo –
deve porsi l'inevitabile questione di quali siano le condizioni, i
temi, i soggetti capaci di rompere questa spirale perversa e riaprire
il fronte di una prassi sociale non ingenua, bensì lungimirante,
rivoluzionaria, efficacemente antisistema. Si possono porre qui
almeno tre questioni. 1. La contemporaneità come “luogo di
manifestazione” delle contraddizioni capitalistiche, l’unico
nella storia dell’umanità nel quale sia stato posto con forza il
tema dell’emancipazione antisitema. La prospettiva illuminista di
una liberazione sulla scia di uguaglianza, fratellanza e libertà non
può dare alcun frutto poiché, tenendo ferma l’idea di una
possibile liberazione di massa, non si può evitare la consapevolezza
degli errori commessi dalla”sinistra tradeunionistica” in questi
secoli di modernità capitalistico-borghese, e va considerato “falso
sapere” non solo il fanatismo religioso e l’irrazionalismo
mitologico, ma anche – il pronunciamento della Dialettica
dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno è chiaro, in proposito –
la presunzione delle classi dominanti di porsi come depositarie di
sapere assoluto e definitivo, astorico, presunzione che ha assunto
nel Novecento forme diverse e terribili, come le ideologie
assolutizzanti, il totalitarismo nazi-fascista, l’assolutizzazione
del ruolo sociale dell'impresa, ecc., sia sul piano concreto delle
forme e delle esperienze sociali sia sul piano culturale e della
formazione e riproduzione delle forme di vita sociali. Nonostante
questi aspetti deleteri, e partendo proprio dalla necessità di
evitare ogni assolutizzazione, rimane aperto il compito di “una
critica della ragione attraverso la ragione” e quello di “stabilire
prospettive da cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue
fratture e le sue crepe” (Adorno). Occorre quindi una ripresa
critica della critica interna alla prospettiva borghese, che sappia
andare oltre una possibile resa davanti ai drammi che la modernità
stessa ha prodotto, oltre il lavacro etico, poiché anche i proletari sono fagocitati e si muovono nell'universo unico dell'esitenza come il capitale vuole sia vissuta. 2. Il mantenimento –
critico – delle prospettive di emancipazione presenti nel progetto
rivoluzionario antisistema implica in prima battuta il superamento
della retorica post-moderna e l'attualizzazione del
marxismo-leninismo. La fine delle grandi narrazioni è anch’essa
una grande narrazione. E, in quanto tale, ha prodotto essa stessa una
“ideologia”. L’idea di un individuo riflessivo, capace di
reggere sulle proprie spalle il peso di scelte – e di
contraddizioni – che il sistema sociale non sa più affrontare, può
costituire la premessa per una nuova fuga dalla libertà, d'una
eternizzazione delle forme di vita capitalistiche. La
deregolamentazione e la privatizzazione dei compiti e dei doveri
propri della Società/Impresa può costituire un onere tragico per la
gran parte dei soggetti subalterni e un eccesso di
individualizzazione può produrre il peggior conformismo sistemico.
Anzi, se finisce con l’essere la base per nuovi modelli sociali e
di consumo – per lo più irraggiungibili –, costituisce un nuovo
modello di conformismo. Dobbiamo perciò essere consapevoli che
queste forme di disintegrazione sociale producono un vuoto alle volte
più pericoloso del pieno che lasciano alle loro spalle; che la
società dell’effimero e della disgregazione, del momento e della
contingenza, è la condizione e il risultato di una nuova forma di
potere e di dominio. Nessun rimpianto per un pieno al quale non
bisogna assolutamente tornare, ma, al tempo stesso, nessuna
indulgenza per un vuoto che annichilisce le stesse capacità di
resistenza e di cittadinanza attiva. 3. Un elemento perciò
fondamentale di analisi può essere costituito dal concetto di legame
sociale. Oggi – sulla base forse di quanto sopra detto –
assistiamo ad un ritorno di comunità, ad un nuovo bisogno di
appartenenza, ad una rinnovata necessità di radicamento e di
radicale trasformazione sociale. La “crisi” è madre di tutto
ciò, come opportunità di autentica trasfomazione sociale. Accanto a
situazioni di tipo reattivo – come possono essere nuove le forme di
comunitarismo religioso, localistico, etnico, ecc. – emergono però
al tempo stesso forme di comunità – e di legame sociale – che
tentano di costruire momenti di solidarietà sociale non esclusiva e
totalizzante, ma soprattutto embrionali forme organizzate di
antagonismo anticapitalista. Possiamo fare gli esempi di nuove forme
di movimenti sociali per i "beni comuni", di comunità di consumo equo e solidale, di associazioni di
quartiere e di volontariato e servizio civile, di partecipazione collettiva, tutte
portatrici, in modo più o meno esplicito e consapevole, di momenti
di critica sociale e di emancipazione. Accanto ad essi si sta
coagulando, aggregando una intenzionalità di lotta rivoluzionaria
per il potere politico guidata da coscienti avanguardie comuniste.
Una riflessione sulla natura e sulle condizioni del legame sociale
nell'attuale situazione storica appare dunque il miglior modo per
porre la questione della critica al capitalismo nell'epoca della globalizzazione. In questa
prospettiva, non vorremmo riproporre il tema della critica alla prima
esperienza stocia dell'accumulazione capitalsistica, che diamo per
acquisita. Neppure riproporre una riflessione sul ruolo che vecchi
soggetti (partiti, sindacati, ecc.) possono avere in chiave critica.
Attualmente, il compito di costruire un ordine sociale nuovo e
migliore deve ancora conquistare il centro dell’attuale agenda
della maggior parte del mondo antagonista che trascura di
“tematizzare” appropriatamente la questione del “potere”.
Occorre invece riproporre con forza questa prospettiva in una nuova
direzione, consapevoli che nemmeno un’ora del nostro lavoro sarebbe
utile se non servisse in qualche modo alla rivoluzione sociale per il
comunismo, alla socializzazione comunista.
domenica 2 giugno 2013
«Spazio pubblico e desiderio»
Venerdì 7 Giugno 2013, alle ore 18:00, presso la Libreria LIBERNAUTA di Pescara (Via Teramo 27), verrà presentata, per la collana editoriale “A lume spento”, «Spazio pubblico e desiderio» (Tabula fati, Chieti, Maggio 2013), silloge poetica di Giovanni Dursi. Il volume gode della prefazione dell'artista Pascal Iulianetti. La presentazione del libro sarà introdotta dall'editore, Dott. Marco Solfanelli [http://www.edizionitabulafati.it/ Tel. 0871561806 - Fax 0871446544 edizionitabulafati@yahoo.it]. Il commento critico è del poeta e scrittore, Prof. Giancarlo Giuliani, che “intervisterà” l'autore. Ilaria Federico leggerà alcuni componimenti poetici di «Spazio pubblico e desiderio». Brindisi finale con l’autore che donerà ai presenti un componimento inedito. 65121 Pescara - Via Teramo, 27 - Tel. e Fax 0852056090 – http://librerialibernauta.blogspot.it/ info@libernautalibri.it -
«Spazio pubblico e desiderio» è – in campo poetico - l’opera prima di Giovanni Dursi, nato a Lanciano cinquantasei anni fa, il quale, dopo trentacinque anni di migrazioni metropolitane, torna a vivere e lavorare nella sua terra abruzzese d’origine. «Spazio pubblico e desiderio» contiene componimenti poetici che indagano – tra il dolore avvertito ed il piacere ricercato nel quotidiano e nella storia - il “senso” ed i “sensi”, la “coscienza dell'esistenza” ed il “desiderio di cambiamento”, l'immaginario di massa ed il “simbolico trasformativo”. Ne risulta l’accettazione transeunte della propria identità poiché sottoposta a rigenerazione nel rapporto costante con gli “altri”. Ne risulta, ancora, l'oggettiva necessità d'una ricodifica della realtà umana, originando, tale nuova cifra esistenziale, da una lacerazione.
Per la Collana di poesia "A lume spento" delle Edizioni Tabula fati (Pescara www.edizionitabulafati.it) © Maggio 2013 si presenta la silloge densa di suggestioni "Spazio pubblico e desiderio" di Giovanni Dursi. L'evento avrà luogo presso la Libreria LIBERNAUTA di 65121 Pescara - Via Teramo, 27 - Tel. 085.2056090 - Fax 085.4415547 - info@ libernautalibri.it
[http://librerialibernauta.blogspot.it/] - Nota di presentazione di Pascal Iulianetti.
" È sempre la mente l’alcova dei pensieri espliciti, attoriali, ma anche di pensieri intimi, pregni di sapori.autentici, forse i più arditi, quelli che solo nella prosa poetica si possono descrivere e comunicare. Pensieri che osano danzare nell'immaginario, mai soggettivo, e nella danza svelano l'uomo, l'arcano di universi, non solo linguistici, relazionali, sociali, che ancora possono essere realizzati. Danzano sotto forma di parole, dapprima, per diventare, in seguito, respiro, pulsioni, azioni. Una vera e propria ricostruzione di senso. In un mondo umano cinico come il nostro, queste parole sembrano quasi fuori dall'epoca contemporanea, come se l'autore di “Spazio pubblico e desiderio” fosse riuscito ad "evitare" lo squallore che ci circonda guardandolo negli occhi. A tratti, le parole in uso nella silloge riescono a farci sognare, quindi vivere una vita altra, sono capaci, sollecitando l'onirico, di dormire senza morire (Amleto, Shakespeare), di distanziarci dall'attuale, ma, non per questo, di cadere in un improponibile romanticismo patetico. Piuttosto, s'avverte lo sforzo autentico che riesce ad inventare per sé e per gli altri un altro mondo.
Basta poco, girare l'angolo, all'improvviso. Guardare da un parte altra. Mettere a fuoco la visione con ulteriori tecniche e perizie. Come un umile artigiano, intento a fabbricare parole richieste, quando decide di generare l'inedito resoconto. Ne scaturisce una sorta di nuovo progetto esistenziale, prima ancora che letterario. Concepito da tempo, spesso accantonato, ma non rimosso, il disegno vitale matura, quindi, insopprimibilmente e s'annuncia presente, a volte sommessamente a volte impetuosamente, secondo le circostanze date dai rapporti umani, nei gesti e sguardi quotidianamente prodotti, utilizzati, consumati. Un nuovo definitivo inizio. Un gioco originale, una sfida tra parole preannunciate e quelle inventate.
Giovanni Dursi parla ancora di odori quando oggi l'omologazione olfattiva, anzi, l'insieme stesso della percezione sensoriale umana, è stato privato delle stesse sensazioni descritte. Riesce in un certo senso a far crescere fiori nell'asfalto, vede ancora, meglio, riesce a vedere ancora, spiagge deserte in un epoca che lascia poche speranze, concepisce e parla di desiderio, sente "caldo" e, sopratutto, ottiene di farlo sentire in un momento cosi freddo, cosi buio.
L'autore di “Spazio pubblico e desiderio” è una mente sedotta dalla nascosta e alienata armonia della vita, una mente che richiede di vivere in antitesi alla vita così come essa è comunemente narrata ed inghiottita da ciascuno, attimo dopo attimo, freneticamente ed in modo omologante. La seduzione porta al canto che è controcanto.
Questo controcanto origina dalla mente, calmo, lento, dai toni quasi lievi, ma passando dai sensi alla parola, se ne gusta – quasi preludio sensibile del bene inaccessibile (Filebo, Platone) - il già "dentro" di un'idea corporea (Fedro, Platone). Questo controcanto è tumulto del divenire trasformativo privo di suoni manieristicamente poetici, che non può essere semplicemente ascoltato eppure è un'ode, una creazione, una produzione dall'interno, un parto («tokos», Convito, Platone). Poesia, in fondo, è procreazione, per cui nessun particolare requisito si chiede, eccetto che sia generatrice ed inventrice. Gli aedi di regime sono avvertiti.
Leggendo la raccolta “Spazio pubblico e desiderio” un’eco muta avanza nei nostri pensieri di lettori abbagliati, talmente lenta e silenziosa da stordire cuore e mente, da rigenerare ritmi e indurre a cambiare strada, a fuoriuscire da spazi artefatti, da legami artificiali. Emulando, forse, i tempi della natura piuttosto che della storia umana, la bellezza del testo è compendiata davvero in ciò che piace all'autore che, in un improvviso assalto corpo a corpo, trasparentemente appare facendosi accogliere.
Il testo offerto all'attenzione delle curiosità umane, di per sé testimonianza preziosa di coraggiosi abbandoni di porti sicuri, è fuoco ch’arde nei meandri della memoria. L'opera è un ginepraio di parole dette nel tempo, apparentemente cristallizzate da comode e rassicuranti derive semantiche, che nelle pagine riemerge ora come veleno che ammala ed ammalia, ora come esortazione niente affatto retorica. Immergendosi convinti nella prosa poetica, il silenzio scoppia tra le dilatate grida dell'autore che giungono al lettore. Può accadere che forse in una notte esploda un dolore, allora che importa se muore il cuore e nel contempo il pianto cessa ? In quel momento, più nulla sia da piangere o con-piangere. È attesa, concreta illusione di pace, silente sospensione. Nulla, ora non siamo nulla, solo un corpo che s’illude di non aver ferite in campo di battaglia riportate. Questo è ciò che punge, più delle immagini che trasportano la sofferenza vissuta nelle terapeutiche parole.
Posta la dinamite, il boato annunciò la frammentazione della parola. Così la troviamo, slegata, volutamente nuova perché nuova è la pena che allontana l'autore da consueti suoi muti atteggiamenti di un tempo speso nel credere. Parole. Parole pensate, anelate emergono, echeggiano e vagano nella mente, transitano nello scritto; diventano pietre aguzze, schegge acuminate, spigoli taglienti, frantumi che feriscono. Preamboli di morte sotto un cielo senza voce. In quella fotografia incantata, la confessione biografica si raggela e diventa un grumo di sostanze. Veleno che corrompe la carne e frantuma sul nascere qualsiasi pensiero altro. Il desiderio – ora è detto chiaramente - è il persistente desiderare. Solo parole altre possono proteggere ed emancipare, parole chiare e limpide prive di rumore. Parole quasi sussurrate da un “noi” alla portata di tutti, ma che solo alcuni accettano. Parole accettate, accolte ed inviate a lenire mente e corpi. La parola che salva dalle parole, troppe, incessanti, che saturano. La parola innesca improvviso il fuoco, simbolo di elevazione e saggezza, che tutto arde, tutto sgretola, tutto scioglie e tutto rinnova, a partire dalle sofferenze primigenie, costitutive. L'inizio non può non essere lacerazione. Nel silenzio dei cauti passi di parole nuove si nasconde un ordito, una sottile trama che accoglie ogni pensiero, e prima ancora, ogni sussulto, che sia di ansia, di greve sincera ossessione o di libertà assoluta. È lì nella quiete senza oblio che prende forma la cifra dell'esistenza: un'identità recente, inaspettata, ricavata da un abisso di gesti inconsulti, di insensate speranze, di corteggiate follie, che si ripiegano tutte, mano a mano, in una sola direzione, nell'attonita danza delle parole alla fine trovate. Il silenzio – ci dichiara l'autore - è il nostro primo approdo alla vita activa, e sarà sempre il primo luogo dove covano le nostre risposte: come la notte che inghiotte ogni sospiro di bocche avide per consegnarci poi un dono sul far del mattino. Splendido ascoltare la voce del silenzio che dice !
Come le vigne rosse s’accendono d’ebbrezza e il osto del desiderio si squarcia nei profumi d'autunno, travalicando labbra assetate, così l'autore intende dare peculiare espressione alla bellezza fondandola anacronisticamente sull'inseguita integritas, sulla smarrita proportio, sull'anelata claritas. In alcuni componimenti, tutti senza titoli, inutili recinti nati per confinare e racchiudere, si apprezza l'eros commisto alla generazione creativa (tokos) che danno vita all'entusiasmo lirico (manìa), mai da confondere con bucolica spensieratezza poiché la più funesta sorte del dolore è quando esso si trasforma in riso e commercio. A tal margine spesso altrove, non in questi testi, si giunge se vien meno la voglia di un riscatto o se si cede al sollazzo che compiace. Poco rimane tra le mani quando incombe cupo il curvo cristallo del cielo. Altro è, come l'autore sa fare, entrare come vino nella mente.
Cosa c’è nello sguardo rapito d’un figlio alla madre immediatamente dopo il lutto ? L’assenza ! In quei momenti la natura realizza la sutura e la scissione operata dalla mente si ricompone. Non predomina più il nous, il λόγος e l’animale-uomo primigenio torna intero. Pensiero, figlio, madre e, poi, padre, è un tutt’uno inscindibile. È amore infinito, un sudore condiviso, una sofferenza mai più avvertita come tale quand'anche ci si accorge che gli specchi, oltre che belli, son taglienti. È quella danza che si cheta nella vita desiderata che si realizza. Uno spazio pubblico degno dell'uomo che lo abita ottenendo la salvezza del dettaglio. Come Clinton Eastwood in tutte le recite filmiche, l'autore impara a soppesare non solo le parole, ma gli attimi, in tutti gli estetismi cercati con la coda dell'occhio, sopratutto dei silenzi, finalmente raggiungibili, generabili".
Gennaio 2013 Pascal Iulianetti
NOTA sull'autore - Perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”. E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
La premessa del pensiero è la realtà. Ustionante e viva. Come l’emozione del parto. Cinquantacinque anni or sono. Il corpo accresciuto nella tenzone del precariato cognitivo con lo specchio della realtà. Ciò che colpisce sono i predatori che possano espandere la loro insensata ricchezza inghiottendo risorse materiali ed intellettuali e creare il vuoto, territori programmati per la quiete.
Si tratta di uscire dalla sfera dell’underground e proiettarsi verso l’alto. Si nasce nuovamente, nella semiosfera, per contendere il pensiero all’organizzazione di morte. Lo studio perpetuo delle filosofie, la loro tras-missione costante, proprio nei luoghi ove non arriva. Poi, quasi miracolo, la scrittura, tra la pianura padana ed il litorale adriatico. La scrittura, uno spazio vuoto restituito alla collettività, per evitare quel pieno di denaro che la rende lavoro astratto privo di significato. L’autonoma semioproduzione, unico tassello dell’antialienazione, resistenza e contrasto all’ignoranza ed alla trivialità. Rifiuto permanente, creatività vera.
L'aggressività d’una identità, così facendo, non è più voluta. La relazione tra linguaggio ed appartenenza è scossa. La disidentificazione avanza e si riattiva la sensibilità, il desiderio».
http://edizionitracce1981.blogspot.it/2013/03/giornata-mondiale-della-poesia-giovedi.html#more
http://www.edizionitabulafati.it/spaziopubblico.htm
«Spazio pubblico e desiderio» è – in campo poetico - l’opera prima di Giovanni Dursi, nato a Lanciano cinquantasei anni fa, il quale, dopo trentacinque anni di migrazioni metropolitane, torna a vivere e lavorare nella sua terra abruzzese d’origine. «Spazio pubblico e desiderio» contiene componimenti poetici che indagano – tra il dolore avvertito ed il piacere ricercato nel quotidiano e nella storia - il “senso” ed i “sensi”, la “coscienza dell'esistenza” ed il “desiderio di cambiamento”, l'immaginario di massa ed il “simbolico trasformativo”. Ne risulta l’accettazione transeunte della propria identità poiché sottoposta a rigenerazione nel rapporto costante con gli “altri”. Ne risulta, ancora, l'oggettiva necessità d'una ricodifica della realtà umana, originando, tale nuova cifra esistenziale, da una lacerazione.
Per la Collana di poesia "A lume spento" delle Edizioni Tabula fati (Pescara www.edizionitabulafati.it) © Maggio 2013 si presenta la silloge densa di suggestioni "Spazio pubblico e desiderio" di Giovanni Dursi. L'evento avrà luogo presso la Libreria LIBERNAUTA di 65121 Pescara - Via Teramo, 27 - Tel. 085.2056090 - Fax 085.4415547 - info@ libernautalibri.it
[http://librerialibernauta.blogspot.it/] - Nota di presentazione di Pascal Iulianetti.
" È sempre la mente l’alcova dei pensieri espliciti, attoriali, ma anche di pensieri intimi, pregni di sapori.autentici, forse i più arditi, quelli che solo nella prosa poetica si possono descrivere e comunicare. Pensieri che osano danzare nell'immaginario, mai soggettivo, e nella danza svelano l'uomo, l'arcano di universi, non solo linguistici, relazionali, sociali, che ancora possono essere realizzati. Danzano sotto forma di parole, dapprima, per diventare, in seguito, respiro, pulsioni, azioni. Una vera e propria ricostruzione di senso. In un mondo umano cinico come il nostro, queste parole sembrano quasi fuori dall'epoca contemporanea, come se l'autore di “Spazio pubblico e desiderio” fosse riuscito ad "evitare" lo squallore che ci circonda guardandolo negli occhi. A tratti, le parole in uso nella silloge riescono a farci sognare, quindi vivere una vita altra, sono capaci, sollecitando l'onirico, di dormire senza morire (Amleto, Shakespeare), di distanziarci dall'attuale, ma, non per questo, di cadere in un improponibile romanticismo patetico. Piuttosto, s'avverte lo sforzo autentico che riesce ad inventare per sé e per gli altri un altro mondo.
Basta poco, girare l'angolo, all'improvviso. Guardare da un parte altra. Mettere a fuoco la visione con ulteriori tecniche e perizie. Come un umile artigiano, intento a fabbricare parole richieste, quando decide di generare l'inedito resoconto. Ne scaturisce una sorta di nuovo progetto esistenziale, prima ancora che letterario. Concepito da tempo, spesso accantonato, ma non rimosso, il disegno vitale matura, quindi, insopprimibilmente e s'annuncia presente, a volte sommessamente a volte impetuosamente, secondo le circostanze date dai rapporti umani, nei gesti e sguardi quotidianamente prodotti, utilizzati, consumati. Un nuovo definitivo inizio. Un gioco originale, una sfida tra parole preannunciate e quelle inventate.
Giovanni Dursi parla ancora di odori quando oggi l'omologazione olfattiva, anzi, l'insieme stesso della percezione sensoriale umana, è stato privato delle stesse sensazioni descritte. Riesce in un certo senso a far crescere fiori nell'asfalto, vede ancora, meglio, riesce a vedere ancora, spiagge deserte in un epoca che lascia poche speranze, concepisce e parla di desiderio, sente "caldo" e, sopratutto, ottiene di farlo sentire in un momento cosi freddo, cosi buio.
L'autore di “Spazio pubblico e desiderio” è una mente sedotta dalla nascosta e alienata armonia della vita, una mente che richiede di vivere in antitesi alla vita così come essa è comunemente narrata ed inghiottita da ciascuno, attimo dopo attimo, freneticamente ed in modo omologante. La seduzione porta al canto che è controcanto.
Questo controcanto origina dalla mente, calmo, lento, dai toni quasi lievi, ma passando dai sensi alla parola, se ne gusta – quasi preludio sensibile del bene inaccessibile (Filebo, Platone) - il già "dentro" di un'idea corporea (Fedro, Platone). Questo controcanto è tumulto del divenire trasformativo privo di suoni manieristicamente poetici, che non può essere semplicemente ascoltato eppure è un'ode, una creazione, una produzione dall'interno, un parto («tokos», Convito, Platone). Poesia, in fondo, è procreazione, per cui nessun particolare requisito si chiede, eccetto che sia generatrice ed inventrice. Gli aedi di regime sono avvertiti.
Leggendo la raccolta “Spazio pubblico e desiderio” un’eco muta avanza nei nostri pensieri di lettori abbagliati, talmente lenta e silenziosa da stordire cuore e mente, da rigenerare ritmi e indurre a cambiare strada, a fuoriuscire da spazi artefatti, da legami artificiali. Emulando, forse, i tempi della natura piuttosto che della storia umana, la bellezza del testo è compendiata davvero in ciò che piace all'autore che, in un improvviso assalto corpo a corpo, trasparentemente appare facendosi accogliere.
Il testo offerto all'attenzione delle curiosità umane, di per sé testimonianza preziosa di coraggiosi abbandoni di porti sicuri, è fuoco ch’arde nei meandri della memoria. L'opera è un ginepraio di parole dette nel tempo, apparentemente cristallizzate da comode e rassicuranti derive semantiche, che nelle pagine riemerge ora come veleno che ammala ed ammalia, ora come esortazione niente affatto retorica. Immergendosi convinti nella prosa poetica, il silenzio scoppia tra le dilatate grida dell'autore che giungono al lettore. Può accadere che forse in una notte esploda un dolore, allora che importa se muore il cuore e nel contempo il pianto cessa ? In quel momento, più nulla sia da piangere o con-piangere. È attesa, concreta illusione di pace, silente sospensione. Nulla, ora non siamo nulla, solo un corpo che s’illude di non aver ferite in campo di battaglia riportate. Questo è ciò che punge, più delle immagini che trasportano la sofferenza vissuta nelle terapeutiche parole.
Posta la dinamite, il boato annunciò la frammentazione della parola. Così la troviamo, slegata, volutamente nuova perché nuova è la pena che allontana l'autore da consueti suoi muti atteggiamenti di un tempo speso nel credere. Parole. Parole pensate, anelate emergono, echeggiano e vagano nella mente, transitano nello scritto; diventano pietre aguzze, schegge acuminate, spigoli taglienti, frantumi che feriscono. Preamboli di morte sotto un cielo senza voce. In quella fotografia incantata, la confessione biografica si raggela e diventa un grumo di sostanze. Veleno che corrompe la carne e frantuma sul nascere qualsiasi pensiero altro. Il desiderio – ora è detto chiaramente - è il persistente desiderare. Solo parole altre possono proteggere ed emancipare, parole chiare e limpide prive di rumore. Parole quasi sussurrate da un “noi” alla portata di tutti, ma che solo alcuni accettano. Parole accettate, accolte ed inviate a lenire mente e corpi. La parola che salva dalle parole, troppe, incessanti, che saturano. La parola innesca improvviso il fuoco, simbolo di elevazione e saggezza, che tutto arde, tutto sgretola, tutto scioglie e tutto rinnova, a partire dalle sofferenze primigenie, costitutive. L'inizio non può non essere lacerazione. Nel silenzio dei cauti passi di parole nuove si nasconde un ordito, una sottile trama che accoglie ogni pensiero, e prima ancora, ogni sussulto, che sia di ansia, di greve sincera ossessione o di libertà assoluta. È lì nella quiete senza oblio che prende forma la cifra dell'esistenza: un'identità recente, inaspettata, ricavata da un abisso di gesti inconsulti, di insensate speranze, di corteggiate follie, che si ripiegano tutte, mano a mano, in una sola direzione, nell'attonita danza delle parole alla fine trovate. Il silenzio – ci dichiara l'autore - è il nostro primo approdo alla vita activa, e sarà sempre il primo luogo dove covano le nostre risposte: come la notte che inghiotte ogni sospiro di bocche avide per consegnarci poi un dono sul far del mattino. Splendido ascoltare la voce del silenzio che dice !
Come le vigne rosse s’accendono d’ebbrezza e il osto del desiderio si squarcia nei profumi d'autunno, travalicando labbra assetate, così l'autore intende dare peculiare espressione alla bellezza fondandola anacronisticamente sull'inseguita integritas, sulla smarrita proportio, sull'anelata claritas. In alcuni componimenti, tutti senza titoli, inutili recinti nati per confinare e racchiudere, si apprezza l'eros commisto alla generazione creativa (tokos) che danno vita all'entusiasmo lirico (manìa), mai da confondere con bucolica spensieratezza poiché la più funesta sorte del dolore è quando esso si trasforma in riso e commercio. A tal margine spesso altrove, non in questi testi, si giunge se vien meno la voglia di un riscatto o se si cede al sollazzo che compiace. Poco rimane tra le mani quando incombe cupo il curvo cristallo del cielo. Altro è, come l'autore sa fare, entrare come vino nella mente.
Cosa c’è nello sguardo rapito d’un figlio alla madre immediatamente dopo il lutto ? L’assenza ! In quei momenti la natura realizza la sutura e la scissione operata dalla mente si ricompone. Non predomina più il nous, il λόγος e l’animale-uomo primigenio torna intero. Pensiero, figlio, madre e, poi, padre, è un tutt’uno inscindibile. È amore infinito, un sudore condiviso, una sofferenza mai più avvertita come tale quand'anche ci si accorge che gli specchi, oltre che belli, son taglienti. È quella danza che si cheta nella vita desiderata che si realizza. Uno spazio pubblico degno dell'uomo che lo abita ottenendo la salvezza del dettaglio. Come Clinton Eastwood in tutte le recite filmiche, l'autore impara a soppesare non solo le parole, ma gli attimi, in tutti gli estetismi cercati con la coda dell'occhio, sopratutto dei silenzi, finalmente raggiungibili, generabili".
Gennaio 2013 Pascal Iulianetti
NOTA sull'autore - Perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”. E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
La premessa del pensiero è la realtà. Ustionante e viva. Come l’emozione del parto. Cinquantacinque anni or sono. Il corpo accresciuto nella tenzone del precariato cognitivo con lo specchio della realtà. Ciò che colpisce sono i predatori che possano espandere la loro insensata ricchezza inghiottendo risorse materiali ed intellettuali e creare il vuoto, territori programmati per la quiete.
Si tratta di uscire dalla sfera dell’underground e proiettarsi verso l’alto. Si nasce nuovamente, nella semiosfera, per contendere il pensiero all’organizzazione di morte. Lo studio perpetuo delle filosofie, la loro tras-missione costante, proprio nei luoghi ove non arriva. Poi, quasi miracolo, la scrittura, tra la pianura padana ed il litorale adriatico. La scrittura, uno spazio vuoto restituito alla collettività, per evitare quel pieno di denaro che la rende lavoro astratto privo di significato. L’autonoma semioproduzione, unico tassello dell’antialienazione, resistenza e contrasto all’ignoranza ed alla trivialità. Rifiuto permanente, creatività vera.
L'aggressività d’una identità, così facendo, non è più voluta. La relazione tra linguaggio ed appartenenza è scossa. La disidentificazione avanza e si riattiva la sensibilità, il desiderio».
http://edizionitracce1981.blogspot.it/2013/03/giornata-mondiale-della-poesia-giovedi.html#more
http://www.edizionitabulafati.it/spaziopubblico.htm
domenica 28 aprile 2013
Dare altre risposte alla "morte sociale"
Abbiamo assistito a tanti episodi simili, causati dal massacro sociale in corso indotto dalla “crisi” del sistema capitalistico di produzione: persone che si suicidano. Lavoratori disoccupati, piccoli imprenditori senza “mercato”, pensionati logorati dalla povertà, studenti senza presente né futuro, in modo autolesionistico, mettono fine alla dolente esistenza, afferrati dal letale vortice dell'ingiustizia sociale, in preda al depauperamento materiale e relazionale. Si precipita nella condizione d'anomia nella società occidentale ove l'opulenza dei pochi è a discapito dei molti sfruttati, resi indigenti ed isolati nella vicenda tragica che piace definire “privato” e che, in realtà, rappresenta l'altra faccia della coatta socialità capitalistico-borghese.
Quando anche oggi si compie il previsto rito autodistruttivo, impattando con i custodi in divisa del potere costituito, lambendolo, la ristrutturazione capitalistica arma la mano individuale del designato kamikaze, dando modo alla sovrastruttura politico-istituzionale di riprendere forza organizzativa nel rideterminare forme di dominio a difesa. Il dominio assume le sembianze del “nuovo Governo” pronto a recepire gli ordini provenienti da istanza superiore. Infatti, negli stessi istanti dei colpi di pistola esplosi ad altezza d'uomo per andare oltre, per colpire altri, i “politici”, e saldare il conto immolandosi, l'attore salito alla ribalta d'una narrazione cronachistica distorcente, è sovrastato dal diktat del gran regista dello spettacolo, il potente coacervo di imprese e finanza multinazionali che detta il copione agli Stati nazionali: migliorare il PIL e la “crescita” della produzione e del consumo garantendo la sostenibilità del debito pubblico. Come se nulla fosse accaduto nel secolo intercorso dal 1929.
Quando anche oggi si compie il previsto rito autodistruttivo, impattando con i custodi in divisa del potere costituito, lambendolo, la ristrutturazione capitalistica arma la mano individuale del designato kamikaze, dando modo alla sovrastruttura politico-istituzionale di riprendere forza organizzativa nel rideterminare forme di dominio a difesa. Il dominio assume le sembianze del “nuovo Governo” pronto a recepire gli ordini provenienti da istanza superiore. Infatti, negli stessi istanti dei colpi di pistola esplosi ad altezza d'uomo per andare oltre, per colpire altri, i “politici”, e saldare il conto immolandosi, l'attore salito alla ribalta d'una narrazione cronachistica distorcente, è sovrastato dal diktat del gran regista dello spettacolo, il potente coacervo di imprese e finanza multinazionali che detta il copione agli Stati nazionali: migliorare il PIL e la “crescita” della produzione e del consumo garantendo la sostenibilità del debito pubblico. Come se nulla fosse accaduto nel secolo intercorso dal 1929.
martedì 2 aprile 2013
Per una società senza capitalismo, per una “democrazia” senza parlamento
Il concetto di “democrazia” tout court, dal greco δῆμος (démos, popolo) e κράτος (cràtos, potere), che etimologicamente significa “governo del popolo”, non solo di “democrazia diretta”, consiste in una negazione ed in una affermazione: la negazione che il “potere” possa essere delegato e l'affermazione che le “masse” (popolari, operaie, studentesche) possano esercitarlo in quanto organizzata in forme assembleari ove la partecipazione di tutte e tutti sia la fisiologia istituzionale di uno Stato sedicente democratico.
Il concetto di democrazia sembra dunque in primo luogo attenere all'idea non tanto della “titolarità”, quanto dell'“esercizio del potere”. Infatti, alla sua base è la convinzione che l'esercizio non possa essere separato dalla titolarità; quando ciò avviene – l'esercizio delegato - la titolarità viene meno, mistificata e/o sublimata nella mera ritualità della “rappresentanza” e riconfigurata come esproprio della potestà popolare circa le decisioni politiche orientate ai “beni comuni”.
Inoltre, approfondendo la riflessione risulta evidente come “democrazia” contine in sé un concetto specifico della titolarità del potere – specificità non solo indotta dall'indissolubile nesso fra titolarità ed esercizio – che deriva dall'intensità della definizione della qualità democratica del “corpo sovrano”. Questa qualità specifica, positiva, del corpo sovrano che allude ad un potere creativo della comunità come tale, si rintraccia in forma primordiale, tipicizzando l'evo moderno (città svizzere o scozzesi della prima Riforma), nella forma sacrale nel quale il potere dell'assemblea è raffigurato nel pensiero delle sette protestanti. Successivamente, la concezione illuministica rousseauiana chiarisce sul piano teorico la distinzione fra “volontà generale” e “volontà di tutti”, laddove la negazione della rappresentanza si traduce positivamente nella manifestazione della interiore qualità politica della volontà generale, del suo modo di esprimersi. Della “volontà di tutti”, d'altra parte, non è tanto caratteristica la “rappresentanza”, quanto la precarietà del suo costituirsi, essendo il “corpo sovrano” cui la volontà di tutti fa riferimento, interiormente scisso e atomisticamente disgregato.
Nei paesi capitalistici occidentali ben presto il potenziale eversivo delle istituzioni statuali moderneche la “democrazia” contiene, è isolato, contrastato, sterilizzato. Questo non pare tanto derivare dalla forza di antichi regimi in via di irreversibile sfaldamento, quanto dalla stessa crisi interna della borghesia al potere la quale, dopo aver misurato gli effetti mobilitativi dell'esercizio democratico (da questo punto di vista, l'originario impatto antagonistico del cosiddetto “quarto stato” e le stesse modalità di produzione industriale che fornivano identità politico-culturale al “proletariato”, sono state emblematici) e l'eterogenesi dei fini da questa mobilitazione storica determinata, ne rifiuta, con le conseguenze di apprezzare la “variabile dittatura”, l'esperienza stessa.
Solo nei primi decenni del Novecento, la natura della “democrazia storica” (realizzata dalla borghesia al potere), si chiarisce definitivamente. Lenin, in “Stato e rivoluzione” (scritto nell'agosto-settembre 1917, pubblicato per la prima volta in opuscolo nello stesso anno), scrive: «La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che “hanno ben altro pel capo che la democrazia”, “che la politica”, sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale. Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei “minuti”, nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i “poveri”!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!».
Ciò nondimeno, il concetto di democrazia vive nella storia del pensiero politico borghese e, soprattutto, nelle vicende della lotta tra le classi, come tentazione nel controllo sociale, come ideale contrabbandato come risolutivo, se realizzato, delle contraddizioni sociali, come nostalgia dell'età periclea (460 – 429 a. C.), vagheggiamento restaurativo della polis considerata esempio di democrazia radicale dimenticando che essa prevedeva, nel corpo sociale, la presenza di schiavi.
L'deale democratico diviene momento insopprimibile dell'ideologia “progressista” borghese e, nella sua apparizione negli ordinamenti concreti fino ai giorni attuali, universo di riferimento, unico ed indiscutibile, della conflittualità sociale e dell'eserzio del poetere, forzosamente traslando dalla “partecipazione” alla “rappresentanza”.
Le “costituzioni liberali” negano totalmente la determinatezza progressista della democrazia, come già Karl Marx, in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, ne denunciava la tendenza e preventivamente ne sollecitava l'antidoto.
Di fronte alle nuove esigenze di controllo che la “democrazia di massa” nell'epoca capitalistica dell'industrializzazione maturapropone, di fronte alle minacce rivoluzionarie che le nuove forze proletarie (transitando dal trade-unonismo all'organizzazione politica) esprimono, il costituzionalismo borgehse gioca la carta della retorica democraticista recependo alcuni dettami del cosiddetto “governo del popolo”. Tali sono istituti come il referendum o la concessione dell'iniziativa popolare in materia di proposta di legge (per esempio, nella Costituzione di Weimar ed in quella italiana), di fatto sottoposti a limiti sostanziali e praticamente inefficaci. In altri termini, le esigenze di concentrazione del potere hanno avuto la meglio su ogni ipotesi di reale dialettica democratica tra le classi, finendo con il funzionalizzare strumenti ed istituti della democrazia alla conservazione del potere da parte delle elite capitalistico-borghesi ed alla repressione dell'autonomia di classe e delle iniziative dei gruppi sociali esclusi anche dalle forme di rappresentanza istitutzionale.
È ancora Lenin che, con lucidità, chiarisce: «Gli Scheidemann e i Kautsky parlano di "democrazia pura" o di "democrazia" in generale per ingannare le masse e per nascondere loro il carattere borghese della democrazia attuale. Continui la borghesia a detenere nelle sue mani tutto l'apparato del potere statale, continui un pugno di sfruttatori a servirsi della vecchia macchina statale borghese! Va da sé che la borghesia si compiace di definire "libere", "eguali", "democratiche", "universali" le elezioni effettuate in queste condizioni, poiché tali parole servono a nascondere la verità, servono a occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione e il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che è quindi impossibile parlare di effettiva libertà, di effettiva eguaglianza per gli sfruttati, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione. Per la borghesia è vantaggioso e necessario nascondere al popolo il carattere borghese della democrazia attuale, presentare questa democrazia come una democrazia in generale o come una "democrazia pura", e gli Scheidemann, nonché i Kautsky, ripetendo queste cose, abbandonano di fatto le posizioni del proletariato e si schierano con la borghesia.» (brano tratto da Democrazia e dittatura, scritto a Mosca il 23 dicembre 1918 e pubblicato sulla Pravda n° 2 del 3 gennaio 1919).
Profondaemente innovata dalla prassi rivoluzionaria operaia (l'esperienza sovietica), la “democrazia” diventa strumento di riappropriazione, da parte delle masse sfruttate, della proprietà dei mezzi di produzione e – contestualmente - della sovrastruttura politica istituzionale che ne amministra le risorse, relegando sullo sfondo della conflittualità antagonistico-duale capitale-lavoro la negazione del formalismo borghese della rappresentanza comunque “soggettivamente” espressa che tanti danni ha procurato e continua a procurare al proletariato.
È nella prassi rivoluzionaria, dalla Comune del 1871 all'insorgenza europea del “movimento dei Consigli”, identificabile sostanzialmente con la rivoluzione sovietica del 1917, che si apre un orizzonte concreto per fuoriuscire dalle nocive logiche democratico-borghesi, presidio politico-culturale posto a salvaguardia della vigente gerarchia sociale che intende determinrea subalternità epocali.
I Soviet russi, i Ràte tedeschi, i Consigli italiani, gli shop stewards inglesi sono realtà di un'unica sostanza: il “governo del popolo”. Controllo dei lavoratori sulle attività produttive e sulla vita politico-sociale, incarichi su base di mandato e revocabilità dello stesso sono i perni intorno ai quali ruota la partecipazione proletaria responsabile e la necessità della costruzione della base materiale del comunismo consentendo un corretto ed inedito rapporto fra funzione delle avanguardie e controllo di massa delle medesime. La “dittatura del proletariato” è la inevitabile forma transitoria di gestione del potere – la cui direzione politica è affidata al partito - utile per porre le basi sistemiche della sconfitta storica del capitalismo.
Per Lenin, infatti, «1. Lo sviluppo del movimento rivoluzionario del proletariato in tutti i paesi ha suscitato gli sforzi convulsi della borghesia e dei suoi agenti nelle organizzazioni operaie al fine di trovare gli argomenti politici e ideologici per difendere il dominio degli sfruttatori. Tra questi argomenti vengono messi in particolare rilievo la condanna della dittatura e la difesa della democrazia. La falsità e l'ipocrisia di quest'argomentazione, ripetuta in tutti i toni sulla stampa capitalistica e alla conferenza dell'Internazionale gialla, tenutasi a Berna nel febbraio 1919, sono evidenti per chiunque non voglia tradire i postulati fondamentali del socialismo. 2. Prima di tutto, in quest'argomentazione, si opera con i concetti di "democrazia in generale" e di "dittatura in generale", senza che ci si domandi di quale classe si tratta. Impostare così il problema, al di fuori o al di sopra delle classi, come si trattasse di tutto il popolo, significa semplicemente prendersi giuoco della dottrina fondamentale del socialismo, cioè appunto della dottrina della lotta di classe, che viene riconosciuta a parole ma dimenticata nei fatti da quei socialisti che sono passati alla borghesia. In effetti, in nessun paese civile capitalistico esiste la "democrazia in generale", ma esiste soltanto la democrazia borghese, e la dittatura di cui si parla non è la "dittatura in generale", ma la dittatura della classe oppressa, cioè del proletariato, sugli oppressori e sugli sfruttatori, cioè sulla borghesia, allo scopo di spezzare la resistenza che gli sfruttatori oppongono nella lotta per il loro dominio. 3. La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta e ha potuto accedere al dominio senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della resistenza più furiosa, più disperata, che non arretra dinanzi a nessun delitto, quale è quella che hanno sempre opposto gli sfruttatori. La borghesia, il cui dominio è difeso oggi dai socialisti che si scagliano contro la "dittatura in generale" e si fanno in quattro per esaltare la "democrazia in generale", ha conquistato il potere nei paesi progrediti a prezzo di una serie di insurrezioni e guerre civili, con la repressione violenta dei re, dei feudatari, dei proprietari di schiavi e dei loro tentativi di restaurazione. I socialisti di tutti i paesi, nei loro libri e opuscoli, nelle risoluzioni dei loro congressi, nei loro discorsi d'agitazione, hanno illustrato al popolo migliaia e milioni di volte il carattere di classe di queste rivoluzioni borghesi, di questa dittatura borghese. E pertanto, quando oggi si difende la democrazia borghese con discorsi sulla "democrazia in generale", quando oggi si grida e si strepita contro la dittatura del proletariato fingendo di gridare contro la "dittatura in generale", non si fa che tradire il socialismo, passare di fatto alla borghesia, negare al proletariato il diritto alla propria rivoluzione proletaria, difendere il riformismo borghese nel momento storico in cui esso è fallito in tutto il mondo e la guerra ha creato una situazione rivoluzionaria» (brano tratto da Lenin, Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato, 6 marzo 1919, Opere complete, vol. 28, pagg. 461-462).
Aprile 2013
Il concetto di democrazia sembra dunque in primo luogo attenere all'idea non tanto della “titolarità”, quanto dell'“esercizio del potere”. Infatti, alla sua base è la convinzione che l'esercizio non possa essere separato dalla titolarità; quando ciò avviene – l'esercizio delegato - la titolarità viene meno, mistificata e/o sublimata nella mera ritualità della “rappresentanza” e riconfigurata come esproprio della potestà popolare circa le decisioni politiche orientate ai “beni comuni”.
Inoltre, approfondendo la riflessione risulta evidente come “democrazia” contine in sé un concetto specifico della titolarità del potere – specificità non solo indotta dall'indissolubile nesso fra titolarità ed esercizio – che deriva dall'intensità della definizione della qualità democratica del “corpo sovrano”. Questa qualità specifica, positiva, del corpo sovrano che allude ad un potere creativo della comunità come tale, si rintraccia in forma primordiale, tipicizzando l'evo moderno (città svizzere o scozzesi della prima Riforma), nella forma sacrale nel quale il potere dell'assemblea è raffigurato nel pensiero delle sette protestanti. Successivamente, la concezione illuministica rousseauiana chiarisce sul piano teorico la distinzione fra “volontà generale” e “volontà di tutti”, laddove la negazione della rappresentanza si traduce positivamente nella manifestazione della interiore qualità politica della volontà generale, del suo modo di esprimersi. Della “volontà di tutti”, d'altra parte, non è tanto caratteristica la “rappresentanza”, quanto la precarietà del suo costituirsi, essendo il “corpo sovrano” cui la volontà di tutti fa riferimento, interiormente scisso e atomisticamente disgregato.
Nei paesi capitalistici occidentali ben presto il potenziale eversivo delle istituzioni statuali moderneche la “democrazia” contiene, è isolato, contrastato, sterilizzato. Questo non pare tanto derivare dalla forza di antichi regimi in via di irreversibile sfaldamento, quanto dalla stessa crisi interna della borghesia al potere la quale, dopo aver misurato gli effetti mobilitativi dell'esercizio democratico (da questo punto di vista, l'originario impatto antagonistico del cosiddetto “quarto stato” e le stesse modalità di produzione industriale che fornivano identità politico-culturale al “proletariato”, sono state emblematici) e l'eterogenesi dei fini da questa mobilitazione storica determinata, ne rifiuta, con le conseguenze di apprezzare la “variabile dittatura”, l'esperienza stessa.
Solo nei primi decenni del Novecento, la natura della “democrazia storica” (realizzata dalla borghesia al potere), si chiarisce definitivamente. Lenin, in “Stato e rivoluzione” (scritto nell'agosto-settembre 1917, pubblicato per la prima volta in opuscolo nello stesso anno), scrive: «La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che “hanno ben altro pel capo che la democrazia”, “che la politica”, sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale. Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei “minuti”, nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i “poveri”!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!».
Ciò nondimeno, il concetto di democrazia vive nella storia del pensiero politico borghese e, soprattutto, nelle vicende della lotta tra le classi, come tentazione nel controllo sociale, come ideale contrabbandato come risolutivo, se realizzato, delle contraddizioni sociali, come nostalgia dell'età periclea (460 – 429 a. C.), vagheggiamento restaurativo della polis considerata esempio di democrazia radicale dimenticando che essa prevedeva, nel corpo sociale, la presenza di schiavi.
L'deale democratico diviene momento insopprimibile dell'ideologia “progressista” borghese e, nella sua apparizione negli ordinamenti concreti fino ai giorni attuali, universo di riferimento, unico ed indiscutibile, della conflittualità sociale e dell'eserzio del poetere, forzosamente traslando dalla “partecipazione” alla “rappresentanza”.
Le “costituzioni liberali” negano totalmente la determinatezza progressista della democrazia, come già Karl Marx, in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, ne denunciava la tendenza e preventivamente ne sollecitava l'antidoto.
Di fronte alle nuove esigenze di controllo che la “democrazia di massa” nell'epoca capitalistica dell'industrializzazione maturapropone, di fronte alle minacce rivoluzionarie che le nuove forze proletarie (transitando dal trade-unonismo all'organizzazione politica) esprimono, il costituzionalismo borgehse gioca la carta della retorica democraticista recependo alcuni dettami del cosiddetto “governo del popolo”. Tali sono istituti come il referendum o la concessione dell'iniziativa popolare in materia di proposta di legge (per esempio, nella Costituzione di Weimar ed in quella italiana), di fatto sottoposti a limiti sostanziali e praticamente inefficaci. In altri termini, le esigenze di concentrazione del potere hanno avuto la meglio su ogni ipotesi di reale dialettica democratica tra le classi, finendo con il funzionalizzare strumenti ed istituti della democrazia alla conservazione del potere da parte delle elite capitalistico-borghesi ed alla repressione dell'autonomia di classe e delle iniziative dei gruppi sociali esclusi anche dalle forme di rappresentanza istitutzionale.
È ancora Lenin che, con lucidità, chiarisce: «Gli Scheidemann e i Kautsky parlano di "democrazia pura" o di "democrazia" in generale per ingannare le masse e per nascondere loro il carattere borghese della democrazia attuale. Continui la borghesia a detenere nelle sue mani tutto l'apparato del potere statale, continui un pugno di sfruttatori a servirsi della vecchia macchina statale borghese! Va da sé che la borghesia si compiace di definire "libere", "eguali", "democratiche", "universali" le elezioni effettuate in queste condizioni, poiché tali parole servono a nascondere la verità, servono a occultare il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione e il potere politico rimangono nelle mani degli sfruttatori e che è quindi impossibile parlare di effettiva libertà, di effettiva eguaglianza per gli sfruttati, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione. Per la borghesia è vantaggioso e necessario nascondere al popolo il carattere borghese della democrazia attuale, presentare questa democrazia come una democrazia in generale o come una "democrazia pura", e gli Scheidemann, nonché i Kautsky, ripetendo queste cose, abbandonano di fatto le posizioni del proletariato e si schierano con la borghesia.» (brano tratto da Democrazia e dittatura, scritto a Mosca il 23 dicembre 1918 e pubblicato sulla Pravda n° 2 del 3 gennaio 1919).
Profondaemente innovata dalla prassi rivoluzionaria operaia (l'esperienza sovietica), la “democrazia” diventa strumento di riappropriazione, da parte delle masse sfruttate, della proprietà dei mezzi di produzione e – contestualmente - della sovrastruttura politica istituzionale che ne amministra le risorse, relegando sullo sfondo della conflittualità antagonistico-duale capitale-lavoro la negazione del formalismo borghese della rappresentanza comunque “soggettivamente” espressa che tanti danni ha procurato e continua a procurare al proletariato.
È nella prassi rivoluzionaria, dalla Comune del 1871 all'insorgenza europea del “movimento dei Consigli”, identificabile sostanzialmente con la rivoluzione sovietica del 1917, che si apre un orizzonte concreto per fuoriuscire dalle nocive logiche democratico-borghesi, presidio politico-culturale posto a salvaguardia della vigente gerarchia sociale che intende determinrea subalternità epocali.
I Soviet russi, i Ràte tedeschi, i Consigli italiani, gli shop stewards inglesi sono realtà di un'unica sostanza: il “governo del popolo”. Controllo dei lavoratori sulle attività produttive e sulla vita politico-sociale, incarichi su base di mandato e revocabilità dello stesso sono i perni intorno ai quali ruota la partecipazione proletaria responsabile e la necessità della costruzione della base materiale del comunismo consentendo un corretto ed inedito rapporto fra funzione delle avanguardie e controllo di massa delle medesime. La “dittatura del proletariato” è la inevitabile forma transitoria di gestione del potere – la cui direzione politica è affidata al partito - utile per porre le basi sistemiche della sconfitta storica del capitalismo.
Per Lenin, infatti, «1. Lo sviluppo del movimento rivoluzionario del proletariato in tutti i paesi ha suscitato gli sforzi convulsi della borghesia e dei suoi agenti nelle organizzazioni operaie al fine di trovare gli argomenti politici e ideologici per difendere il dominio degli sfruttatori. Tra questi argomenti vengono messi in particolare rilievo la condanna della dittatura e la difesa della democrazia. La falsità e l'ipocrisia di quest'argomentazione, ripetuta in tutti i toni sulla stampa capitalistica e alla conferenza dell'Internazionale gialla, tenutasi a Berna nel febbraio 1919, sono evidenti per chiunque non voglia tradire i postulati fondamentali del socialismo. 2. Prima di tutto, in quest'argomentazione, si opera con i concetti di "democrazia in generale" e di "dittatura in generale", senza che ci si domandi di quale classe si tratta. Impostare così il problema, al di fuori o al di sopra delle classi, come si trattasse di tutto il popolo, significa semplicemente prendersi giuoco della dottrina fondamentale del socialismo, cioè appunto della dottrina della lotta di classe, che viene riconosciuta a parole ma dimenticata nei fatti da quei socialisti che sono passati alla borghesia. In effetti, in nessun paese civile capitalistico esiste la "democrazia in generale", ma esiste soltanto la democrazia borghese, e la dittatura di cui si parla non è la "dittatura in generale", ma la dittatura della classe oppressa, cioè del proletariato, sugli oppressori e sugli sfruttatori, cioè sulla borghesia, allo scopo di spezzare la resistenza che gli sfruttatori oppongono nella lotta per il loro dominio. 3. La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta e ha potuto accedere al dominio senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della resistenza più furiosa, più disperata, che non arretra dinanzi a nessun delitto, quale è quella che hanno sempre opposto gli sfruttatori. La borghesia, il cui dominio è difeso oggi dai socialisti che si scagliano contro la "dittatura in generale" e si fanno in quattro per esaltare la "democrazia in generale", ha conquistato il potere nei paesi progrediti a prezzo di una serie di insurrezioni e guerre civili, con la repressione violenta dei re, dei feudatari, dei proprietari di schiavi e dei loro tentativi di restaurazione. I socialisti di tutti i paesi, nei loro libri e opuscoli, nelle risoluzioni dei loro congressi, nei loro discorsi d'agitazione, hanno illustrato al popolo migliaia e milioni di volte il carattere di classe di queste rivoluzioni borghesi, di questa dittatura borghese. E pertanto, quando oggi si difende la democrazia borghese con discorsi sulla "democrazia in generale", quando oggi si grida e si strepita contro la dittatura del proletariato fingendo di gridare contro la "dittatura in generale", non si fa che tradire il socialismo, passare di fatto alla borghesia, negare al proletariato il diritto alla propria rivoluzione proletaria, difendere il riformismo borghese nel momento storico in cui esso è fallito in tutto il mondo e la guerra ha creato una situazione rivoluzionaria» (brano tratto da Lenin, Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato, 6 marzo 1919, Opere complete, vol. 28, pagg. 461-462).
Aprile 2013
sabato 9 marzo 2013
Tra Umstülpung, Umkehrung e Hybris – Nota di sconnessione dal dibattito M5S, Wu Ming, “Bifo” ed altri
Il termine – rovesciamento – appartiene al lessico filosofico hegeliano: indica il passaggio dall'idea all'esistenza. Nella marxiana Critica della filosofia hegeliana del diritto (1843), “rovesciamento” è denotato negativamente ed indica uno scambio tra reale e ideale. L'esempio del rapporto tra idea di Stato (come autodeterminazione della volontà) e monarca chiarisce la connotazione negativa; «in primo luogo – scrive Karl Marx – il rovesciamento del fine rappresentato in esistenza è qui immediato, magico. In secondo luogo, il soggetto è qui la pura autodeterminazione della volontà, il semplice concetto stesso; è l'essenza della volontà che è determinata come soggetto mistico; non è alcun volere reale; individuale, cosciente, è l'astrazione della volontà, che si rovescia in esserci naturale, è l'idea pura che s'incarna in un individuo». In direzione feuerbachiana, Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, sottolinea come il “rovesciamento” soggetto-predicato rappresenti il centro teorico della dialettica hegeliana. In essa il soggetto concreto, rappresentato dall'uomo e dalla natura reale, diviene il semplice predicato (un'attribuzione oggettuale) del vero soggetto astratto. Quest'ultimo si svela al termine del processo dialettico, dopo aver negato come alienato, cioè come predicato esteriore, il soggetto reale (l'uomo e la natura). «Il soggetto e il predicato si trovano quindi fra loro nel rapporto di un rovesciamento assoluto, mistico soggetto-oggetto o soggettività prevaricante l'oggetto». Il rovesciamento soggetto-predicato conferma quindi, secondo Marx, l'omogeneità della filosofia di Hegel all'alienazione dell'uomo reale.
Viene scambiato il “concreto” con l'”astratto”: l'allontanamento dell'uomo dalla natura e viceversa viene concettualmente oggettivato nella negatività del loro ruolo in quanto esteriori rispetto ad un principio assoluto. Sarà la loro negazione (negazione della negazione) a sopprimere l'alienazione.
Il tema del “rovesciamento”, solo assimilandosi al tema teorico-politico della dialettica materialistica, può esprimere il significato autentico. Infatti, nel poscritto alla seconda edizione del Capitale, Marx rivendica la necessità di operare un rovesciamento della dialettica hegeliana per liberarla dalla sua religiosità di fondo: «La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel … » di mostra che essa è capovolta; pertanto, «bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico».
La legge economica, interna alla storia umana, inesorabile o meno, non può essere soppressa, né sottovalutata. Se una forza predomina sulle altre, nasce una “crisi” che ha una funzione positiva in sé perché può portare a quell'equilibrio esigibile ed attuabile solo fuoriuscendo dalla precedente contraddizione insita nella formazione economico-sociale generatrice della “crisi”. Non esistono “mani invisibili”, tanto meno “eccessi sostenibili”; esistono contraddizioni.
Non considerare Hybris, figura divina che incarna la violenza, qualsiasi pratica che ecceda rispetto all'equilibrio voluto da Zeus e ritenuto da tanti inevitabile condizione umana retta da Dike, significa trascurare la natura ontologica della “crisi” attardandosi ad osservare il deretano di chi sembra correre più veloce divertendosi a commentarne le movenze.
Non sono gli scandali a far crollare le istituzioni, lo Stato capitalistico-borghese, altrettanto esiziale la presunta “eticoterapia” somministrata, alle stesse Istituzioni, da una pattuglia di “rappresentanti del popolo” che hanno invaso le trincee ormai sguarnite del potere dedito al laido conservatorismo. Il sentimento irreversibile antipartito non ha nelle sue previsioni il rinnovamento, quella rifondazione necessaria della società capace di destrutturarne la contraddizione principale, non codifica la novitas, unica ed indispensabile, della rivoluzione politica, non sa parlare della prospettiva. Trattasi di un inedito capitolo d'una favola archetipa, d'una narrazione che esprime con linguaggio rinnovato un vecchio copione.
Viene scambiato il “concreto” con l'”astratto”: l'allontanamento dell'uomo dalla natura e viceversa viene concettualmente oggettivato nella negatività del loro ruolo in quanto esteriori rispetto ad un principio assoluto. Sarà la loro negazione (negazione della negazione) a sopprimere l'alienazione.
Il tema del “rovesciamento”, solo assimilandosi al tema teorico-politico della dialettica materialistica, può esprimere il significato autentico. Infatti, nel poscritto alla seconda edizione del Capitale, Marx rivendica la necessità di operare un rovesciamento della dialettica hegeliana per liberarla dalla sua religiosità di fondo: «La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel … » di mostra che essa è capovolta; pertanto, «bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico».
La legge economica, interna alla storia umana, inesorabile o meno, non può essere soppressa, né sottovalutata. Se una forza predomina sulle altre, nasce una “crisi” che ha una funzione positiva in sé perché può portare a quell'equilibrio esigibile ed attuabile solo fuoriuscendo dalla precedente contraddizione insita nella formazione economico-sociale generatrice della “crisi”. Non esistono “mani invisibili”, tanto meno “eccessi sostenibili”; esistono contraddizioni.
Non considerare Hybris, figura divina che incarna la violenza, qualsiasi pratica che ecceda rispetto all'equilibrio voluto da Zeus e ritenuto da tanti inevitabile condizione umana retta da Dike, significa trascurare la natura ontologica della “crisi” attardandosi ad osservare il deretano di chi sembra correre più veloce divertendosi a commentarne le movenze.
Non sono gli scandali a far crollare le istituzioni, lo Stato capitalistico-borghese, altrettanto esiziale la presunta “eticoterapia” somministrata, alle stesse Istituzioni, da una pattuglia di “rappresentanti del popolo” che hanno invaso le trincee ormai sguarnite del potere dedito al laido conservatorismo. Il sentimento irreversibile antipartito non ha nelle sue previsioni il rinnovamento, quella rifondazione necessaria della società capace di destrutturarne la contraddizione principale, non codifica la novitas, unica ed indispensabile, della rivoluzione politica, non sa parlare della prospettiva. Trattasi di un inedito capitolo d'una favola archetipa, d'una narrazione che esprime con linguaggio rinnovato un vecchio copione.
lunedì 28 gennaio 2013
Per la scuola pubblica e i beni comuni di e per tutte e tutti
Il movimento delle scuole dello scorso autunno ha reclamato il diritto ad un'istruzione di qualità per tutte e tutti, contrastando l'ennesimo progetto di tagli alla scuola, attraverso l'aumento dell'orario di lavoro a parità di salario, avanzato dal governo Monti e di aziendalizzazione degli istituti, attraverso la cancellazione degli organi collegiali avanzata nel Ddl Aprea-Ghizzoni. Il governo Monti e il parlamento uscente, sconfessato in piazza e nelle scuole da milioni di insegnanti, studenti e cittadini, prova a far passare la privatizzazione attraverso la discriminazione tra scuole più o meno meritevoli di ricevere i finanziamenti pubblici, che secondo quanto previsto dalla legge di stabilità dovrebbe essere applicata dal 2014.
La scuola pubblica è un bene comune, che garantisce un diritto fondamentale, proprio come lo sono la sanità pubblica e la gestione pubblica dell'acqua. Ci sentiamo vicini alle lavoratrici e ai lavoratori della sanità, come la scuola tagliata e ridotta ai minimi termini, e alla cittadinanza che ha chiesto con forza di ripubblicizzare la gestione del servizio idrico e che vede oggi inattuato il risultato referendario. Chiediamo: Il rifinanziamento della scuola pubblica statale, restituendo gli otto miliardi di euro indebitamente sottratti dal governo Berlusconi e portando il finanziamento in linea con i paesi Ocse. Basta finanziamenti alle scuole private! Questo consentirebbe di rilanciare la qualità dell’istruzione pubblica, diminuendo il numero degli alunni per classe, provvedendo agli interventi edilizi di messa in sicurezza e di adeguamento dimensionale degli istituti, aumentando gli stipendi degli insegnanti e dei lavoratori e garantendo l’accesso a percorsi di formazione permanente. L’assunzione dei precari a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti, ottemperando alla normativa europea che impone la stabilizzazione dei lavoratori che lavorano da oltre tre anni a tempo determinato nelle scuole. Il blocco dei progetti di privatizzazione e aziendalizzazione degli istituti scolastici, a partire dal disegno di legge Aprea – Ghizzoni, per una scuola pubblica democratica, laica e pluralista, che garantisca a tutte e tutti una formazione di base e specialistica critica e indipendente dagli interessi del profitto privato.
La disdetta del patto sulla produttività e la sua non applicazione al pubblico impiego. Tale accordo scellerato è la via attraverso cui si vuole reintrodurre quello che il movimento ha già rigettato, cioè l’aumento dell’orario di lavoro a parità di salario.
L'abrogazione dell'articolo 1, comma 149 della legge di stabilità che vorrebbe differenziare in base al "merito" i finanziamenti alle scuole, lasciando ancora più indietro le situazioni di disagio sociale, ed imponendo sistemi di valutazione che nulla hanno a che vedere con il ruolo istituzionale del - la scuola pubblica. Difendiamo i nostri diritti contro le politiche di austerità!
Manifestazione Roma 2 febbraio - Partenza alle ore 14 da piazza dell'Esquilino
Coordinamento Nazionale Scuola - http://coordinamentonazionalescuola.net/
mercoledì 26 dicembre 2012
Sull'insopprimibile natura contraddittoria della condizione umana, agende varie e la Costituzione
Partenza valida. Forza ideale, determinazione, linguaggi diversi che si intendono nelle transcodifiche avviate. Mobilitazioni pubbliche autentiche. Partecipazione serena, allegra. Condivisibili tutti i contenuti del “fare politico” dell'antagonismo sociale, diffuso e cosciente. Ancor più apprezzabile la commozione, ben gestita, di chi sa il fatto suo e non solo “suo”. Volti e biografie a me non note mi confortano, così come la pluralità generazionale. Commistione di corpi e menti ben riuscita. Avevo previsto. Dopo rotture, blasfemie e fluire d’acque carsiche ho il riscontro sociale che l'agire politico, culturale, professionale incontra, ancora una volta, la “sua” comunità. I passaggi, le distanze intervenute, a volte, confluiscono nell’anomalia d’una nuova identità, presente e futura. Insieme, responsabilmente. Solo una nota stonata, benvenuta certo. Allarma un poco. Un reiterato corto circuito che mi distoglie brevemente dalle conferme ottenute fin’ora. Il solito, efficace filosofare dei lavoratori della conoscenza. Categorie quali “deprivatizzazione”, “cataclisma”, “imprevedibilità” irrompono nei pensieri, in questa circostanza con valenze problematiche. Ci si nterroga e si decide: dovranno diventare “eventi cognitivi” per la comunità antagonista, per una esigenza di chiarezza. Non possono sussistere dimensioni non rischiarate, nell’intrapresa avventura collettiva. L’obamiana democraticista “imprevedibilità” punge assai. Mi domando: cosa dell’imprevedibile ascesa al potere dell’afroamericano ci riguarda ? In che modo la sua affermazione è causa ed effetto di condizioni politiche, difficili da prevedere e, quindi, aleatorie, insicure negli esiti, laddove proprio l’inatteso, l’imprevisto, inaspettato dovrebbero favorirci ? Al netto di becere logiche di marketing sul “ciclo di vita dei prodotti”, secondo le quali nella “fase di introduzione” sul “mercato” si ottiene successo commerciale poiché si afferma una nuova chiara identità e se ne promuove la massima consapevolezza (con fisiologiche successive fasi di maturità e declino), volendo altresì accantonare ipotesi di restyling politico di icone dell’immaginario di massa, in che “forma” la “novità” in quanto tale può divenire duraturo e qualificato orizzonte di nuovi rapporti sociali ? In altri termini: l’impreveduto democraticismo di maniera (“primarie” comprese) cosa disegna di favorevole per il mondo, e perché configurare un’analogia con l’esperienza primigenia dell'atagonismo duale ? La componente di “impensabilità” della vittoria antirazzista e democratica non è sostenibile. L’iperliberismo planetario ha prodotto massacri sociali, ma anche resistenze e contraddizioni. Dunque, quanto accaduto negli U.S.A. è “pensabile”. L’unilaterale lettura imprevidente della “imprevedibilià” ci rende deboli. Il “caso” si accompagna alla “necessità”; è nello sforzo individuale/collettivo di comprensione che si determinano i diversi, aderenti o meno fattualmente, orizzonti della comprensione delle cose. Va riproposta la domanda di un pensiero di qualche tempo fa: Condoleeza Rice non è forse afroamericana ? Lo storico R. Aron pensa che la storia non può essere scritta in anticipo, perché essa è e rimane in buona parte imprevedibile. Imprevedibile come l'uomo stesso, le sue azioni, i risultati a cui esse conducono. Aron sa che gli uomini fanno la storia ma non sanno, perfettamente, la storia che fanno. Aron stesso afferma: “la presunzione di pochi oligarchi di conoscere in modo definitivo la verità sulla storia e sull'avvenire risulta quanto meno insopportabile (cfr. “L'etica della libertà”). C'è da eccepire che la dogmatica esclusione della “necessità” e di quanto è suscettibile di previsione ci può rendere infedeli rispetto ai fatti storici, quindi fallaci in modo pervicacemente miope. La dimensione propriamente umana, quella dell'azione e dell'imprevedibilità, concorre insieme alla materialità dell’esistenza a determinare gli esiti razionalmente concepibili, nell’evoluzione nelle tendenze e negli sbocchi, dei fatti umani. È la “contraddizione”, la categoria utile per intendere e rappresentare la fenomenologia sociale; in realtà, la compensazione menzognera ed astratta di un più che reale dominio economico del capitale costituita dalla chiusura (prevista) di Guantanamo, non mette affatto in discussione il “libero mercato” ne ci immunizza dai disastri umanitari delle “guerre”. Il fenomeno “democraticismo della rappresentanza e della delega ai partiti” è un pò come la ketamina, un farmaco anestetico che, assunto a dosaggi inferiori a quelli necessari per l'anestesia, agisce sul sistema nervoso centrale come un potente psichedelico (molto più dell'LSD) producendo una sensazione di dissociazione tra mente e corpo. La particolarità di queste sostanze non sta tanto nella loro tossicità fisica, quanto – appunto - nell'imprevedibilità dei loro effetti psicologici . . . Si può essere eventualmente in accordo se l’imprevedibilità, risultante dalla condizione di pluralità, è intesa come narratività. Wolfgang Heuer (“Hannah Arendt”, Reinbek, Hamburg 1987, pag. 11 ) ci riferisce del nonno di Hannah Arendt, che lei venerava molto. La sua abilità nel raccontare le storie le lasciò un’impressione profonda, e lei non solo avvertì molto presto una inesauribile sete di conoscenza, ma anche una passione immensa per le storie che lei stessa raccontava spesso e volentieri. Forse bisogna ringraziare il riferimento della piccola Hannah al nonno per la scoperta che la Arendt fece più tardi, importante: la narratività dell’azione. Hannah Arendt descrive la proprietà narrativa soprattutto in “Vita activa” (Capitolo 25), senza tuttavia usare il sostantivo. La narratività consiste nel fatto che l’azione porta avanti le storie con la stessa naturalezza con cui l’opera produce cose e oggetti vari (pag. 174). Quando si descrivono processi lavorativi o produttivi, si scrivono manuali, non storie. Le storie nascono invece dall’azione, poiché essa si trova in un ordito di relazioni di affari umani (pag. 173). A sua volta, questa rete è composta dalle diverse trame di relazioni che gli uomini tessono fra loro; è composta dalle relazioni che ogni membro della moltitudine umana intrattiene con gli altri. L’insopprimibile natura contraddittoria della condizione umana. Da questo punto di vista generale, scopo ambizioso del progetto antagonista con correlato “assalto al cielo politico-amministrativo” (perché dai contenuti e toni del dibattito innescato dalla mobilitazione pubblica per i “beni comuni”, pare, si tratti) è – nello stesso tempo - di scuotere qualche pseudocertezza e infondere qualche utopia (“ciò che non è ancora realizzato”). Scuotere pseudocertezze: perché troppi, nella “sinistra” di novecentesca memoria sia di movimento che di partito, talmente in modo autoreferenziale (eufemismo) hanno agito che da decenni propongono linee politico-programmatiche e strategiche perdenti, soprattutto per i referenti sociali piuttosto che per il quadro politico dirigente (l’emblematico esito è il colpevole “disastro” elettorale della fuoriuscita dal Parlamento di ogni rappresentanza istituzionale di istanze provenienti dalle lotte di autodifesa sociale), con i risultati che vediamo: 1) la destra – nella nuova dialettica Stato / Impresa – è saldamente al potere e 2) un'irreversibile contaminazione liberale-aziendalisto-videocratica (quelli della “bella politica”) di ogni residuale esperienza politico-amministrativa della “sinistra” (ex PCI, per intenderci) rischiosa per la stessa “tenuta” e coesione interclassista della società italiana, nonostante “democratici” voglio “pensarsi” e “denominarsi” i vertici bersaniani-renziani. La cultura politica del “neocivismo” può fare a meno dell’“alfabeto tricolore”, ma anche dei rossi drappi laddove non sono né le lettere “P” e “D”, né il “logo falce / martello” che fanno delle soggettività antagoniste un'alternativa politica all’attuale riconfigurazione planetaria degli interessi capitalistici. Infondere utopie (“ciò che non è ancora realizzato”): perché con la depressione e la microcosmica gestione individualistica non si va da nessuna parte. Il mondo è cambiato e il “pensiero unico” frammenta, “competivizza” l’esistenza, separa, nega socialità, imponendo costumi coatti e livelli di coscienza “mass-mediati”: un’anestetizzazione della socialità e caratterizzazione terroristico-repressiva d’ogni fenomeno di insorgenza popolare. I cittadini tutti hanno molto da fare in un necessario cambiamento di rotta. Si tratta di rivendicare e praticare l’autonomia per una “Società Libera”. La metodologia di lavoro si basa su tre assunti: 1) BUSSOLA SOCIALE - Riflettere e discutere in modo non ideologico, senza paura di mettere in discussione luoghi comuni e certezze dell’area politico-sociale di riferimento; 2) IN & OUT - Fondare analisi e confronto sulla realtà materiale, oggettiva e soggettiva, piuttosto che su principi astratti o teorie della società prive di alcun riscontro empirico; in sintesi: dai movimenti alle nuove istituzioni popolari e viceversa 3) POLITICAL INCORRECT – Vuol dire “stare sul pezzo” ed ottenere “consenso” e “partecipazione” organizzando le attività in modo ordinato e rilassato, con una metodologia di lavoro professionale e amichevole al tempo stesso. La partecipazione all'insubordinazione sociale, dunque. Le voci e le mani di tutti, quindi. Quasi a ricordarci le radici biologiche della libertà umana: della coscienza primitiva e di quella autobiografica, della coscienza cognitiva e della coscienza fenomenica.
* * * * *
Il 2012 volge al termine, ma non sono stati risolti i problemi acuiti nel suo lento trascorrere: lavoro, uguaglianza sociale, democrazia. L'Agenzia di rating Standard & Poors ha declassato un anno fa il debito italiano a BBB+ prefigurando un'adeguta capacità di rimborso in evidente declino. Nei successivi mesi, l'Italia (nella sua espressione politico-governativa) si è adeguata all'austerity europea con provvedimenti “tecnici” adottati sotto dettatura del complesso industrial-finanziario multinazionale, continentale ed internazionale, generando povertà e smantellando il sistema universalistico di protezione sociale (sanità, istruzione, servizi socio-assistenziali) così come il Welfare italiano è stato concepito ed attuato dalla Costituzione della Repubblica italiana, promulgata il 27 Dicembre1947 ed andata in vigore l'1 gennaio 1948. Vista la propensione al calcolo ragionieristico degli esperti posti alla guida del Paese, in grado di aumentare indistintamente la pressione fiscale e tagliare la spesa sociale per far quadrare i conti dell Stato, l'obiettivo da raggiungere sarebbe stato il ridimensionamento del debito pubblico, traguardo “trasversalmente” condiviso sia dai “progressisti”, sia dai “liberisti” e “conservatori”. Da qui, l'uso della leva delle obbligazioni, quegli strumenti finanziari emessi dal Governo, dalle banche, dalle compagnie per recuperare soldi dal pubblico. Questi soldi sono usati per soddisfare le spese future, per i programmi di espansione delle aziende, per la costruzione di infrastrutture, ed altro, auspicando lo “sviluppo”. Quando il Governo è a corto di liquidi, emette obbligazioni nella valuta locale (obbligazioni governative) o nella valuta internazionale. La popolazione dovrebbe essere più interessata a comprare obbligazioni governative a causa della loro alta affidabilità e perché il ritorno è assicurato. I titolari di tali obbligazioni, strumento a reddito fisso, ricevono nel tempo specificato interessi come rendita. L'ammontare principale è restituito a scadenza maturata caratterizzandosi come government bills (obbligazioni con periodo di maturità inferiore a un anno), government notes (obbligazioni con periodo di maturità da uno a dieci anni), government bonds (obbligazioni con periodo di maturità maggiore di dieci anni).
Se questo obiettivo di finanza pubblica, indicato unitariamente da un ceto politico nel complesso pavido, inetto e malfattore, è sufficientemente chiaro, il problema reale è quanto difficile sia sviluppare il piano per ridurre la crisi del debito poiché i “giochi” finanziari sono a base elitaria: nessun cittadino a reddito fisso può “comprare”, bensì solo chi ha speculato sulla “crisi” ed ha liquidità disponibile. Bisognerebbe incrementare l'intero tasso di crescita economica (PIL) per ridurre il fardello del debito. Ciò coinvolge un sacco di misure monetarie e cambiamenti produttivi. Le banche centrali in tutti i paesi hanno la grande responsabilità di accellerare la crescita economica, ma preferriscono speculare. In ogni caso, le politiche governative adottate e da continuare come scritto nelle agende varie, generano diversi modi per ridurre il fardello suddetto: 1. maggior tasso di crescita del PIL; 2. tassi di interesse minori nel debito pubblico; 3. un bailout, che significa sia un pagamento o un trasferimento di capitali dall'estero; 4. un ingente prelievo fiscale, che significa un incremento in tasse e/o tagli nella spesa pubblica; 5. un incremento del ricorso al signoraggio (guadagni dall'emissione di moneta) da parte della banca centrale; 6. default, che include ogni forma di non-accondiscendenza ai termini originali del contratto di debito, includendo ripudio, stasi, moratoria, ristrutturazione, ricontrattazione dei termini di pagamento degli interessi e dell'ammontare principale, ed altro. Incerti sul da farsi, i protagonisti politici sono impegnati a scrivere programmi ed agende, pro memoria per un prossimo Governo che dovrà accentuare il cammino intrapreso creando terra bruciata in campo sociale, ignari di quanto il premio Nobel Krugman ha detto a proposito della politica economica europea e l'esperienza del Governo Monti: un salasso fallimentare contro ogni prospettiva di crescita. Indaffarati a rideterminare presenza politica in termini di “accesso al potere”, i contendenti partitici sottovalutano la produttività politica di un movimento sociale di ribellione ed ostilità che per lo più non ha fiducia nelle attuali istituzioni e rifiuta di credere nella fattibilità della sua partecipazione nei canali predeterminati o innovativo-virtuali della rappresentanza politica. La negazione della legittimità del ceto politico e la denuncia della sua sottomissione al potere della finanza è un dato di fatto che allude ad un'inedita forma di esercizio del potere ed alla sua titolarità. L'orizzonte entro il quale sperimentare un nuovo approccio sia nelle istituzioni della governance sia nell'organizzazione dell'economia, senza dover passare per un processo di trasformazione sociale traumatico, è superare la discrepanza fra la Costituzione scritta e quella definita “costituzione materiale” con particolare riguardo alla materia degli articoli 42 e 43: il ruolo del lavoro, dei diritti dei lavoratori ad un'eguaglianza non formale e le nazionalizzazioni. Altrimenti ...
sabato 15 dicembre 2012
“Agglomerati leggeri”, “liquidità”, retorica gretto-borghese, “esposizione universale” … Andare dall'altra parte !
L’attacco incessante che da quattro anni il capitalismo globale – nelle espressioni militanti della destra politica liberista, quelli del “massacro sociale”, e
della sinistra politica e sindacale socialdemocratica, quelli dell'
“agenda sociale”- va conducendo con la riorganizzazione
ristrutturativa del comando proprietario sul lavoro con forme
autoritarie e repressive del potere nei riguardi delle insorgenze
antagoniste, ha definitivamente affossato ogni illusione di dare uno
sbocco “riformista” alla crisi in atto nel paese ed a livello
internazionale. Un fatto è che lo Stato/Impresa ha infilato diritta la strada della repressione violenta e sistematica delle lotte e che un generale spostamento a destra si è realizzato
all’interno del quadro istituzionale. Le vicende di questi ultimi
mesi lo dimostrano ampiamente e le elezioni politiche saranno un
ulteriore referendum tra l'imperio dell'imprenditoria capitalista e
della finanza e l'idea democraticista della delega, della
rappresentanza, della compatibilità tra capitale e lavoro. I voti
palesi rubati dai fascisti per conto dai loro mandanti faranno delle
elezioni politiche, preparate ad arte come effetto oppiaceo del
“cambiamento”, sono solo gli episodi più appariscenti del grande
rituale imbroglio e della vomitevole farsa delle “offerte
politiche”.
Alla permanenza e all’intensificarsi della resistenza proletaria il capitale globale contrappone un progetto strategico di riorganizzazione reazionaria e neofascista dello stato: il progetto di una grande destra nazionale. Siamo ancora alle prime battute, ma al di là delle contraddizioni tattiche con cui questo progetto deve fare i conti se ne intravedono ormai le linee fondamentali.
Nelle grandi fabbriche e nelle piazze dove il rifiuto dell'austerity e della cancellazione dei diritti cresce fino a diventare rifiuto del potere, le lotte vengono represse con ogni mezzo. Basta guardarsi in giro per vedere come, sempre più, aumenta l’intransigenza dei padroni pubblici e privati che, decisi a nulla concedere fanno intervenire con sempre maggior frequenza la polizia nelle vertenze operaie e sociali per contrastare l'antagonismo di massa. Poi, c’è l’organizzazione dei crumiri, dei nuovi sindacati padronali e delle squadracce fasciste, queste ultime vere e proprie forze dell’ordine civile che all’occorrenza si uniscono e danno manforte, spiando, provocando, facendo del terrorismo, alle “forze dell’ordine” dello stato.
I grandi giornali padronali, la radio e la TV fanno il resto. Con il pretesto della “lotta alla criminalità” non perdono occasione per confondere le idee presentando e contrabbandando la crescente militarizzazione e fascistizzazione dello stato come “esigenza dell’ordine pubblico” e cioè preparano il terreno per un “attacco finale” in tempi stretti alle avanguardie rivoluzionarie presentate come “minoranze criminali”. Proprio per questo le grandi arre d4el paese e non solo le metropoli del nord sono ormai quotidianamente sottoposte a giganteschi rastrellamenti, a continui posti di blocco, vere e proprie esercitazioni antiguerriglia, con impiego di ingenti forze di polizia e carabinieri. Siamo cioè di fronte ad uno stato “militarizzato” che non riuscendo più ad organizzare per via pacifica il consenso, si prepara ad imporlo con la forza di provvedimenti legislativi e manu militari. I rappresentanti degli interessi nazionali del capitalismo delle multinazionali utilizzano per questo suo progetto tutte le forze politiche disponibili sul mercato, ma la forza trainante in questo momento è il proprio il PD con i suoi satelliti che tenta di “normalizzare” quanto sta accadendo.
Sarebbe dunque un errore ricondurre la questione del neofascismo entro schemi pre-resistenziali. Oggi siamo di fronte ad un tentativo « nuovo » di costruire intorno alle esigenze dello Stato imperialista una “base sociale” stabile. Il neofascismo in altre parole — almeno in questa fase — non mira tanto ad una liquidazione istituzionale dello “stato democratico”, quanto alla repressione ferocissima del movimento delle lotte; non si manifesta come appariscente modifica istituzionale, ma come pratica quotidiana di governo. In questa prospettiva il disegno di una destra nazionale raccolta intorno ad un progetto d’ordine, costruito su misura delle attuali e future necessità produttive e di accumulazione del capitale ristrutturato, ha certamente un respiro più lungo di quel “centro-destra” di mediazione messo su per scopi elettorali da leaders navigati e dell'ultimora.
Non è un caso che molti personaggi, guardando lontano, siano tra i più solerti sostenitori della destra nazionale, tra i più attivi promotori della maggioranza non più “silenziosa”, bensì drogata dall'ideologia della partecipazione e collaborazionista, che, ovviamente, non intende metter in questione il “sistema”. Del resto c’è spazio per tutti in questa prospettiva: sia per chi vuol muoversi sul binario della “legalità”; sia per chi al contrario preferisce la via delle violenze indotte dall'ingiustizia sociale. Ed è proprio nella combinazione del terreno politico di scontro con quello presidiato dalla repressione delle devianze sociali, che va vista la forza attuale del neofascismo aziendalista e finanziario: maggioranza “partecipante e collaborazionista” e comando capitalista non sono realtà contraddittorie, come non lo sono i corpi armati dello stato e le squadracce nazi rianimate sul territorio sguarnito da gruppi di autodifesa proletaria.
A breve termine il blocco neofascista insegue alcuni obiettivi. Primo è quello di organizzare, utilizzando i vari centri anticomunisti, quegli strati piccolo e medio-borghesi esasperati dalla “crisi” o minacciati dallo spettro delle lotte per la rivoluzione come massa di pressione politica anticomunista nel gioco elettorale. Secondo obiettivo è quello dì concretizzare attraverso la cinghia di trasmissione sindacale, una spaccatura all’interno delle masse lavoratrici, puntando sui suoi strati ideologicamente e politicamente più deboli, in modo da arrivare alle vicine scadenze contrattuali con le masse lavoratrici divise ed una “destra” organizzata nei luoghi di lavoro e nell'ambito sociale.
Il liberismo goverativo è al servizio di questa prospettiva. Gli attacchi economici, sociali e politici servono infatti, facendo leva sulla paura, a immobilizzare la grande massa dei lavoratori e a “staccarla” dagli “estremi” progetti rivoluzionari, oggettivamente in campo, cioè dall'ipotesi ed azioni più incisive di neoistituzionalità popolari che esprimono bene l'estraneità ed ostilità verso il sistema dei partiti e le istituzioni borghesi, Da questo punto di vista le avanguardie rivoluzionarie non intendono farsi calpestare. Terzo obiettivo è quello di creare nei rioni popolari punti di riferimento organizzati per svolgere un intervento “politico” demagogico e qualunquista di disturbo in vista delle elezioni. Infine, ultimo obiettivo è la costruzione — a lato dello stato — di una forza combattere clandestina in grado di sviluppare, secondo le necessità politiche generali, sia una attività terroristica vera e propria, sia una attività di provocazione — in combutta con gli organi della repressione poliziesca — contro le forze che si battono per affermare nel movimento di resistenza popolare la necessità del passaggio alla lotta antagonistico-duale.
Tutti questi obiettivi hanno un elemento comune: la volontà di annientamento della sinistra rivoluzionaria e di neutralizzazione della sinistra istituzionale. Opporsi a questo progetto non basta.
Ciò che va sostenuto è che questa opposizione deve avere un respiro strategico, deve cioè essere una opposizione antagonistico-duale. Lo scontro con il neofascismo è un momento della lotta di classe, è un passaggio obbligato del movimento di resistenza popolare nella sua lunga marcia per edificare un potere proletario e comunista. Come tutte le guerre essa va combattuta oltre che sul piano politico e ideologico anche e soprattutto sul piano antagonistico-duale. Essa è cioè un fronte della lotta per la sopravvivenza civile. Detto questo, si capisce perché, l'obiettivo in questa lotta non è quello del PD o di altre forze democratiche “sinceramente antifasciste”, di denunciare le violenze dell'ingiustizia facendo inchieste e dossier per chiedere allo stato di intervenire a difesa della legalità repubblicana per finire di eternare la condizione di sfruttati. I proletari non hanno stato: lo subiscono! Lo stato per chi lavora non è altro che l’organizzazione della violenza quotidiana. Per questo i proletari non intendono più chiedere autorizzazioni a nessuno per esercitare in modo diretto la loro infinita potenza; per amministrare questa potenza secondo i criteri della giustizia che nasce in mezzo al popolo. L'antagonismo duale al neofascismo e allo stato imperialista è una conseguenza inevitabile della militarizzazione del regime economico-sociale liberista che caratterizza questa fase dello scontro di classe. Essa non avrà tregua né potrà cessare fino a che i l'attuale apparato statale non sarà superato irreversibilmente. C’è chi dice che con le elezioni si possono cambiare le cose, che la “rivoluzione” si può fare anche con la scheda elettorale. Noi non ci crediamo. L’esperienza già fatta dopo la guerra di liberazione partigiana non può essere nascosta. La conosciamo tutti: abbiamo consegnato il fucile e da quel momento ci hanno sparato addosso! Quanti morti nelle piazze dal ‘43? Quale il nostro potere oggi? L’esperienza della lotta di classe nell’epoca dell’imperialismo ci insegna che la classe operaia e le masse lavoratrici non possono sconfiggere la borghesia partecipando al rito democraticista delle lezioni. Questa è una legge marxista, non una opinione. Non siamo astensionisti. Non siamo per la scheda bianca. Ma diciamo a tutti i compagni, con chiarezza, che il voto oggi divide inutilmente la sinistra rivoluzionaria; che il voto non paga la nostra richiesta di potere; che non è col voto che si combatte la controrivoluzione che striscia in tutto il paese. Unire la sinistra rivoluzionaria nella lotta antagonistico-duale contro il neofascismo e contro lo l'imperialismo delle multinazionali che lo produce, è il compito attuale dei militanti comunisti. Liberare le grandi fabbriche ed i rioni popolari dalle carogne fasciste; strappargli di dosso con rapide azioni partigiane le pelli di agnello di cui si ammantano in questi tempi di elezioni; mettere a nudo con fulminee azioni le complicità nascoste, i legami sotterranei, le trame reazionarie che uniscono i padroni, lo stato e l’esercito nero SONO ESIGENZE GIA MATURE NELL’ANIMO DELLE GRANDI MASSE POPOLARI. Ma le forze rivoluzionarie devono, adesso, osare. Osare combattere. Perché nessun nemico è mai stato abbattuto con la carta, con la penna o con la voce; e a nessun padrone è mai stato tolto il suo potere con il voto!
Alla permanenza e all’intensificarsi della resistenza proletaria il capitale globale contrappone un progetto strategico di riorganizzazione reazionaria e neofascista dello stato: il progetto di una grande destra nazionale. Siamo ancora alle prime battute, ma al di là delle contraddizioni tattiche con cui questo progetto deve fare i conti se ne intravedono ormai le linee fondamentali.
Nelle grandi fabbriche e nelle piazze dove il rifiuto dell'austerity e della cancellazione dei diritti cresce fino a diventare rifiuto del potere, le lotte vengono represse con ogni mezzo. Basta guardarsi in giro per vedere come, sempre più, aumenta l’intransigenza dei padroni pubblici e privati che, decisi a nulla concedere fanno intervenire con sempre maggior frequenza la polizia nelle vertenze operaie e sociali per contrastare l'antagonismo di massa. Poi, c’è l’organizzazione dei crumiri, dei nuovi sindacati padronali e delle squadracce fasciste, queste ultime vere e proprie forze dell’ordine civile che all’occorrenza si uniscono e danno manforte, spiando, provocando, facendo del terrorismo, alle “forze dell’ordine” dello stato.
I grandi giornali padronali, la radio e la TV fanno il resto. Con il pretesto della “lotta alla criminalità” non perdono occasione per confondere le idee presentando e contrabbandando la crescente militarizzazione e fascistizzazione dello stato come “esigenza dell’ordine pubblico” e cioè preparano il terreno per un “attacco finale” in tempi stretti alle avanguardie rivoluzionarie presentate come “minoranze criminali”. Proprio per questo le grandi arre d4el paese e non solo le metropoli del nord sono ormai quotidianamente sottoposte a giganteschi rastrellamenti, a continui posti di blocco, vere e proprie esercitazioni antiguerriglia, con impiego di ingenti forze di polizia e carabinieri. Siamo cioè di fronte ad uno stato “militarizzato” che non riuscendo più ad organizzare per via pacifica il consenso, si prepara ad imporlo con la forza di provvedimenti legislativi e manu militari. I rappresentanti degli interessi nazionali del capitalismo delle multinazionali utilizzano per questo suo progetto tutte le forze politiche disponibili sul mercato, ma la forza trainante in questo momento è il proprio il PD con i suoi satelliti che tenta di “normalizzare” quanto sta accadendo.
Sarebbe dunque un errore ricondurre la questione del neofascismo entro schemi pre-resistenziali. Oggi siamo di fronte ad un tentativo « nuovo » di costruire intorno alle esigenze dello Stato imperialista una “base sociale” stabile. Il neofascismo in altre parole — almeno in questa fase — non mira tanto ad una liquidazione istituzionale dello “stato democratico”, quanto alla repressione ferocissima del movimento delle lotte; non si manifesta come appariscente modifica istituzionale, ma come pratica quotidiana di governo. In questa prospettiva il disegno di una destra nazionale raccolta intorno ad un progetto d’ordine, costruito su misura delle attuali e future necessità produttive e di accumulazione del capitale ristrutturato, ha certamente un respiro più lungo di quel “centro-destra” di mediazione messo su per scopi elettorali da leaders navigati e dell'ultimora.
Non è un caso che molti personaggi, guardando lontano, siano tra i più solerti sostenitori della destra nazionale, tra i più attivi promotori della maggioranza non più “silenziosa”, bensì drogata dall'ideologia della partecipazione e collaborazionista, che, ovviamente, non intende metter in questione il “sistema”. Del resto c’è spazio per tutti in questa prospettiva: sia per chi vuol muoversi sul binario della “legalità”; sia per chi al contrario preferisce la via delle violenze indotte dall'ingiustizia sociale. Ed è proprio nella combinazione del terreno politico di scontro con quello presidiato dalla repressione delle devianze sociali, che va vista la forza attuale del neofascismo aziendalista e finanziario: maggioranza “partecipante e collaborazionista” e comando capitalista non sono realtà contraddittorie, come non lo sono i corpi armati dello stato e le squadracce nazi rianimate sul territorio sguarnito da gruppi di autodifesa proletaria.
A breve termine il blocco neofascista insegue alcuni obiettivi. Primo è quello di organizzare, utilizzando i vari centri anticomunisti, quegli strati piccolo e medio-borghesi esasperati dalla “crisi” o minacciati dallo spettro delle lotte per la rivoluzione come massa di pressione politica anticomunista nel gioco elettorale. Secondo obiettivo è quello dì concretizzare attraverso la cinghia di trasmissione sindacale, una spaccatura all’interno delle masse lavoratrici, puntando sui suoi strati ideologicamente e politicamente più deboli, in modo da arrivare alle vicine scadenze contrattuali con le masse lavoratrici divise ed una “destra” organizzata nei luoghi di lavoro e nell'ambito sociale.
Il liberismo goverativo è al servizio di questa prospettiva. Gli attacchi economici, sociali e politici servono infatti, facendo leva sulla paura, a immobilizzare la grande massa dei lavoratori e a “staccarla” dagli “estremi” progetti rivoluzionari, oggettivamente in campo, cioè dall'ipotesi ed azioni più incisive di neoistituzionalità popolari che esprimono bene l'estraneità ed ostilità verso il sistema dei partiti e le istituzioni borghesi, Da questo punto di vista le avanguardie rivoluzionarie non intendono farsi calpestare. Terzo obiettivo è quello di creare nei rioni popolari punti di riferimento organizzati per svolgere un intervento “politico” demagogico e qualunquista di disturbo in vista delle elezioni. Infine, ultimo obiettivo è la costruzione — a lato dello stato — di una forza combattere clandestina in grado di sviluppare, secondo le necessità politiche generali, sia una attività terroristica vera e propria, sia una attività di provocazione — in combutta con gli organi della repressione poliziesca — contro le forze che si battono per affermare nel movimento di resistenza popolare la necessità del passaggio alla lotta antagonistico-duale.
Tutti questi obiettivi hanno un elemento comune: la volontà di annientamento della sinistra rivoluzionaria e di neutralizzazione della sinistra istituzionale. Opporsi a questo progetto non basta.
Ciò che va sostenuto è che questa opposizione deve avere un respiro strategico, deve cioè essere una opposizione antagonistico-duale. Lo scontro con il neofascismo è un momento della lotta di classe, è un passaggio obbligato del movimento di resistenza popolare nella sua lunga marcia per edificare un potere proletario e comunista. Come tutte le guerre essa va combattuta oltre che sul piano politico e ideologico anche e soprattutto sul piano antagonistico-duale. Essa è cioè un fronte della lotta per la sopravvivenza civile. Detto questo, si capisce perché, l'obiettivo in questa lotta non è quello del PD o di altre forze democratiche “sinceramente antifasciste”, di denunciare le violenze dell'ingiustizia facendo inchieste e dossier per chiedere allo stato di intervenire a difesa della legalità repubblicana per finire di eternare la condizione di sfruttati. I proletari non hanno stato: lo subiscono! Lo stato per chi lavora non è altro che l’organizzazione della violenza quotidiana. Per questo i proletari non intendono più chiedere autorizzazioni a nessuno per esercitare in modo diretto la loro infinita potenza; per amministrare questa potenza secondo i criteri della giustizia che nasce in mezzo al popolo. L'antagonismo duale al neofascismo e allo stato imperialista è una conseguenza inevitabile della militarizzazione del regime economico-sociale liberista che caratterizza questa fase dello scontro di classe. Essa non avrà tregua né potrà cessare fino a che i l'attuale apparato statale non sarà superato irreversibilmente. C’è chi dice che con le elezioni si possono cambiare le cose, che la “rivoluzione” si può fare anche con la scheda elettorale. Noi non ci crediamo. L’esperienza già fatta dopo la guerra di liberazione partigiana non può essere nascosta. La conosciamo tutti: abbiamo consegnato il fucile e da quel momento ci hanno sparato addosso! Quanti morti nelle piazze dal ‘43? Quale il nostro potere oggi? L’esperienza della lotta di classe nell’epoca dell’imperialismo ci insegna che la classe operaia e le masse lavoratrici non possono sconfiggere la borghesia partecipando al rito democraticista delle lezioni. Questa è una legge marxista, non una opinione. Non siamo astensionisti. Non siamo per la scheda bianca. Ma diciamo a tutti i compagni, con chiarezza, che il voto oggi divide inutilmente la sinistra rivoluzionaria; che il voto non paga la nostra richiesta di potere; che non è col voto che si combatte la controrivoluzione che striscia in tutto il paese. Unire la sinistra rivoluzionaria nella lotta antagonistico-duale contro il neofascismo e contro lo l'imperialismo delle multinazionali che lo produce, è il compito attuale dei militanti comunisti. Liberare le grandi fabbriche ed i rioni popolari dalle carogne fasciste; strappargli di dosso con rapide azioni partigiane le pelli di agnello di cui si ammantano in questi tempi di elezioni; mettere a nudo con fulminee azioni le complicità nascoste, i legami sotterranei, le trame reazionarie che uniscono i padroni, lo stato e l’esercito nero SONO ESIGENZE GIA MATURE NELL’ANIMO DELLE GRANDI MASSE POPOLARI. Ma le forze rivoluzionarie devono, adesso, osare. Osare combattere. Perché nessun nemico è mai stato abbattuto con la carta, con la penna o con la voce; e a nessun padrone è mai stato tolto il suo potere con il voto!
sabato 24 novembre 2012
Il Gattopardo disse: Much ado about nothing !
Desidero chiarire pubblicamente – nel vivo di manifestazioni sociali importanti contro le politiche governative neoliberiste – che, in tutta Italia, i comunisti non devono partecipare alla giostra impazzita delle cosiddette elezioni primarie nazionali del centrosinistra del prossimo 25 novembre e invitare le soggettività antagoniste e militanti a non andare a votare, né in questa occasione, né alle elezioni politiche del 2013. Intanto le “primarie” si svolgeranno all’interno del recinto dell’accettazione dei trattati europei e quindi delle politiche neoliberiste. Le forze che vi hanno aderito (compreso SEL) sono perfettamente consapevoli che dovranno ripercorrere in toto l’unica via tracciata dal governo Monti, ossia le politiche ultraliberiste e fomentatrici di una gravissima ingiustizia sociale attuate da questo esecutivo di “tecnici” al servizio del capitalismo delle multinazionali, FMI, BCE. Chiunque vincerà le primarie sarà schiavo dei binari del montismo e dovrà comunque e in ogni caso rendere conto al pensiero unico di un’economia finanziaria dominatrice incontrastata sugli stati, sulla democrazia e sulla vita dei cittadini e dei lavoratori. La battaglia referendaria sulla difesa dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, che si sta attuando in questi mesi per cancellare le scandalose “riforme” su articolo 18 e pensioni realizzate dal ministro Fornero, sarebbero in assoluta contraddizione se si partecipasse al banchetto di chi queste “riforme” non solo le ha votate, ma le ha anche appoggiate in pieno, ossia, il Partito Democratico infarcito di ex democristiani e di neo aziendalismi alla Renzi, tutti insieme nel “club dei progressisti” che annovera personaggi come D’Alema, fiero di pensarla sui flussi migratori e le politiche d’accoglienza come Fini. Per questo si propone la costruzione di un Comitato popolare per la resistenza e la cittadinanza attiva (CPRCA) contro il neoliberismo ed i suoi agenti di “destra” e di “sinistra”, per un progetto di alternativa popolare allo Stato/Impresa e per la riforma radicale delle politiche sociali. La proposta politica si rivolge agli attivisti dei movimenti antagonisti, lavoratori di fabbrica, ai disoccupati, alle forze che hanno partecipato alla manifestazione del no Monti day del 27 ottobre, al complesso delle forze associazionistiche, sociali, culturali e di movimento disponibili, ed è finalizzata a costruire un ampia mobilitazione sociale permanente che si ponga l’obiettivo di rivoluzionare l’attuale orizzonte del conflitto su un programma antitetico a quello imposto da Monti e dalle politiche europee, di impianto marxista-leninista. In questo quadro riteniamo che l’appello “Cambiare si può”, promosso da una serie di autorevoli personalità della “sinistra”, Luciano Gallino (professore sociologia, Università di Torino), Livio Pepino (magistrato, responsabile Edizioni Gruppo Abele), Marco Revelli (professore di scienza della politica, Università del Piemonte orientale), don Marcello Cozzi (vicepresidente nazionale Libera), Antonio Di Luca (operaio, Fiom, Pomigliano), Chiara Sasso (scrittrice, Coordinamento Rete dei Comuni Solidali), Vittorio Agnoletto (medico), non deve registrare una consonanza di proposta perché l’appello ricade dentro la logica di “compatibilità di sistema”. A partire da questa presa di posizione, si propone il NO VOTO piuttosto che dare ancora adito all’equivoco fatale di confondere la “partecipazione” con l’aderire alle iniziative quali l’assemblea convocata per il 1° dicembre al fine di concretizzare un percorso di costruzione della lista unitaria di sinistra. Parimenti le posizioni del sindaco di Napoli De Magistris, la dialettica aperta all’interno dell’Italia dei Valori, come anche posizioni presenti territorialmente e nazionalmente all’interno di Sinistra Ecologia e Libertà. Il rifiuto di tutto ciò conferma la possibilità di costituire il CPRCA distanziandosi dall’ipotesi in campo di allargare le forze che possono essere coinvolte nella costruzione di un polo della sinistra di alternativa. Il polo che vogliono costruire è pura sommatoria elettorale, non un progetto politico di ricostruzione aperta e partecipata di una soggettività proletaria che si oppone al montismo di oggi e a quello di lungo periodo, determinato dall’accettazione dei vincoli europei e del Fiscal Compact. La partecipazione all’assemblea prevista per il 15 dicembre in continuità con la manifestazione del No Monti day deve essere vissuta nella consapevolezza che la costruzione di un processo inclusivo e partecipato, quello del CPRCA, allarghi il terreno del coinvolgimento politico popolare, che porti alla realizzazione in Italia del progetto di CPRCA piuttosto che emulare la costruzione in Italia del corrispettivo di Syriza (Grecia), del Front de Gauche (Francia), di Izquierda Unida (Spagna), della Linke (Germania). L’obiettivo fondante del progetto politico del CPRCA, è subordinare ogni percorso antagonista al rifiuto della mediazione politico-sindacale e statuale, ed alla esplicazione della lotta tra le classi in tutte le sue dirompenti forme, creendo nuove istituzionalità autogestite.Novembre 2012 Consultare: - http://www.globalproject.info/it/community/e-il-gattopardo-disse-much-ado-about-nothing-/12883 - http://www.globalproject.info/it/community/impasse-nella-pubblica-distruzione/12882
lunedì 12 novembre 2012
Dal 14 Novembre internazionalista, un percorso verso il “campo base”
I proletari devono perdere la brutta abitudine, contratta con la frequentazione dei partiti revisionisti e dei sindacati confederali, del “far politica” e cominciare a pensare e ad agire nei termini di “rivoluzione”. Questo vuol dire che vita privata e vita pubblica, dimensione interiore e dimensione esteriore del proprio essere sociale devono essere composti e riarmonizzati. La rivoluzione non si può fare part time e per i proletari non c'è neppure la settimana corta; vuol dire ancora che ci si responsabilizza in prima persona rispetto agli atteggiamenti e ai comportamenti omologanti di subalternità classista, e ci si rende conto delle scelte che si riterranno più opportune per moficare radicalmente ed irreversibilmente lo stato presente di cose. Inoltre, la “calamità occorsa nel 1989” avrà pure una sua “ragione”; comunque, bisogna farsene una “ragione” piuttosto che rimenere ancora ad “osservare inorriditi gli effetti devastanti” del crollo murario. I punti di riferimento dei proletari coscienti della propria condizione e della situazione economico-sociale sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e l'esperienza in atto dei movimenti antagonisti metropolitani; in una parola la tradizione scientifica del movimento operaio e rivoluzionario internazionale. È necessario capire bene la seguente affermazione: “per favorire il processo rivoluzionario, occorre riappropriarsi delle esperienze del passato, a cominciare dall’organizzazione politica per finire nell’edificazione reale del socialismo, dove il proletariato ha dimostrato di aver affrontato correttamente le questioni poste all’ordine del giorno dal progresso umano”. Questo vuol dire anche che non vanno accettati in blocco gli schemi che hanno guidato le organizzazioni operaie ed i partiti comunisti europei nella fase otto-novecentesca della loro storia soprattutto per quanto riguarda la questione del rapporto tra organizzazione politica di massa e organizzazione pratica della rivoluzione, secondo la concezione di Lenin e le prassi che è stato in grado d'adottare per vincere. Con la crisi del capitalismo globale ed il massacro sociale, spacciato dai governi in carica per “risanamento” dei debiti sovrani degli Stati – attestati mediamente intorno al 120% del PIL -, con il permanente ricatto “democraticista” di nuove elezioni politiche foriere di chissà quali sorti magnifiche e progressive, la dittatura borghese del capitale nazionale e multinazionale cerca di frenare lo sviluppo delle lotte proletarie e delle soggettività antagoniste. Ora, vuole ottenere la “pace sociale” per rideterminare forme di dominio assoluto, per organizzare “territori programmati per la quiete” non più attraverso un progetto “riformista” e “socialdemocratico”, ma con il progetto della restaurazione integrale del “comando capitalista” guidato della “destra liberista”, braccio armato delle multinazionali e dei direttori finanziari sovranazionali. Per quanto abituati al linguaggio criptico degli agenti politici del capitale globale, la resistenza popolare all'incedere delle crisi ristrutturativa dell'impresa multinazionale non si perde in quel fiume di parole nelle quali i destinatari possono oggi scorgere amare menzogne, intenti manopolatori e inibizione dell'immaginario trasformativo. Nel parlamento italiano, con l'unione delle forze che hanno determinato l'operare del governo Monti, si è realizzata l'evidenziazione del contrasto sociale tra classi contrapposte, del conflitto tra Stato e popolo, tra direzione capitalistico-borghese dell'economia ed antagonismo delle forme delle moltitudini in rivolta. Nei tribunali, con i magistrati che amministrano la “giustizia” perseguendo i senza denaro. Nei quartieri, con la polizia e con i fascisti che collaborano sempre più strettamente per stroncare il movimento di resistenza popolare. Nelle fabbriche, con i padroni che licenziano e discriminano gli operai d'avanguardia; con la polizia e i fascisti armati che attaccano i picchetti; con i sindacati collaborazionisti. Di fronte a questo progetto, che ha come base la repressione del conflitto, la risposta dei comunisti e resistenti non può essere il voto. Compito fondamentale è ora organizzarsi e organizzare la lotta di classe per schiacciare tutti i nemici del popolo. La crisi irreversibile che l'imperialismo sta attraversando mentre accelera la disgregazione del suo potere e del suo dominio tradizionale basato sulla “mediazione politico-partitica”, innesca nello stesso tempo i meccanismi di una profonda ristrutturazione che dovrebbe ricondurre il paese sotto il controllo totale delle centrali del capitale multinazionale e soggiogare definitivamente il proletariato. La trasformazione nell'area europea degli Stati-nazione di stampo liberale in Stati imperialisti delle multinazionali (Sim) è un processo in pieno svolgimento anche in Italia. Il Sim, ristrutturandosi, si predispone a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione degli interessi economico-strategici globali dell'imperialismo, e allo stesso tempo ad essere organizzazione della contro rivoluzione preventiva rivolta ad annichilire ogni “velleità” rivoluzionaria del proletariato. Per trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora disperso e disorganizzato, in una offensiva generale, diretta da un disegno unitario, è necessario sviluppare e unificare il movimento di resistenza proletario offensivo costruendo l'organizzazione politica del proletariato rivoluzionario, il “campo base” proprio. Movimento e partito non vanno però confusi. Tra essi opera una relazione dialettica, non un rapporto di identità. Ciò vuol dire che è dalla classe che provengono le spinte, gli impulsi, le indicazioni, gli stimoli, i bisogni che l'avanguardia comunista deve raccogliere, centralizzare, sintetizzare, rendere teoria e organizzazione stabile e infine, riportare nella classe sotto forma di linea strategica di combattimento, programma, strutture di massa del potere proletario. Agire da partito vuol dire collocare la propria iniziativa politica generale all'interno e al punto più alto dell'offensiva proletaria, cioè sulla contraddizione principale e sul suo aspetto dominante in ogni congiuntura, ad essere, così, di fatto, il punto di unificazione del dell'antagonismo diffuso, la sua prospettiva di potere. Milioni di lavoratori e i comunisti che hanno vissuto le lotte, i travagli e anche le contraddizioni di questi anni non possono più aver fiducia nella “mediazione politico-sindacale” che ha creato intenzionalemente le condizioni di confusione e distorsione degli interessi di classe da parte degli anticomunisti di destra e di sinistra. Per le masse l'organizzazione politica metropolitana vorrebbe dire estensione quantitativa del modello e della pratica della lotta politica per il comunismo, perché consentirebbe di affondare la progettualità del programma e delle pratiche rivoluzionarie nel cuore pulsante della classe. L'arma della critica non è mai stata sufficiente a gestire il salto al contropotere proletario, bensì ha anestetizzato essenzialmente una pratica sociale unitaria di coscientizzazione. L'agire da partito irradia la consapevolezza, la conformità degli scopi, la progettualità del programma lungo tutto l'arco delle contraddizioni di classe all'interno di tutte le figure della composizione di classe e in tutte le determinazioni dell'antagonismo diffuso. Il tutto non in maniera pedagogica o nostalgica, ma dirigendo sempre più estese e profonde pratiche di contropotere e trasformazione sociale; è in questo modo che la classe si renderebbe sempre più consapevole della sua missione storica e dell'immane opera di autentica rivoluzione globale cui deve attendere. Il salto politico-organizzativo in seno alle masse significherebbe dar corso, attuazione e sviluppo a questa opera di rivoluzione globale nel divenire delle contraddizioni di classe; col dischiudersi di orizzonti così ampi, il soggettivismo, lo spontaneismo, il “delirio comunicativo” indotto dagli stessi social network e l'organizzativismo plateale sarebbero definitivamente spiazzati. Concludendo, questo procedere intenzionale verso la rivoluzione proletaria è un patrimonio incancellabile della lotta di classe e della storia delle organizzazioni comuniste. Viene affermato che lo sviluppo della lotta di classe ha storicamente affinato e perfezionato la teoria-prassi e la metodologia politico-organizzativa di costruzione del partito. Questa teoria-prassi e questa metodologia sono, insieme, un caposaldo da cui non è possibile prescindere. Ci si riferisce ai principi strategici unità-crisi-unità e lotta-critica-trasformazione. La battaglia politica così condotta chiarisce in termini di unità-crisi-unità e di lotta-critica-trasformazione la linea corretta e quella sbagliata. Isola la linea errata e la sconfigge e dunque recupera, riunifica e assesta tutta l'organizzazione sulla linea corretta. La battaglia politica serve a determinare nuove unità a un livello superiore, dentro sintesi generali che rideterminano, congiuntura dopo congiuntura, il programma strategico dell'organizzazione comunista.
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