Rete delle "menti critiche"

Atomo reticolare delle "menti critiche", impegnato nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale" - Naked ... nudo, spogliato, svestito; scoperto; sguainato; privo di vegetazione, spoglio; schietto, semplice, disadorno; palese, manifesto; vuoto (???); mancante; indifeso, disarmato ... "Imbarazzi che sollecitano l'animo" . . . "Noi siamo i dirigenti e gli organizzatori della guerra rivoluzionaria e anche i dirigenti e gli organizzatori della vita delle masse. I due nostri compiti sono: organizzare la guerra rivoluzionaria e migliorare le condizioni di vita delle masse" Mao Tsetung



mercoledì 26 dicembre 2012

Sull'insopprimibile natura contraddittoria della condizione umana, agende varie e la Costituzione

Partenza valida. Forza ideale, determinazione, linguaggi diversi che si intendono nelle transcodifiche avviate. Mobilitazioni pubbliche autentiche. Partecipazione serena, allegra. Condivisibili tutti i contenuti del “fare politico” dell'antagonismo sociale, diffuso e cosciente. Ancor più apprezzabile la commozione, ben gestita, di chi sa il fatto suo e non solo “suo”. Volti e biografie a me non note mi confortano, così come la pluralità generazionale. Commistione di corpi e menti ben riuscita. Avevo previsto. Dopo rotture, blasfemie e fluire d’acque carsiche ho il riscontro sociale che l'agire politico, culturale, professionale incontra, ancora una volta, la “sua” comunità. I passaggi, le distanze intervenute, a volte, confluiscono nell’anomalia d’una nuova identità, presente e futura. Insieme, responsabilmente. Solo una nota stonata, benvenuta certo. Allarma un poco. Un reiterato corto circuito che mi distoglie brevemente dalle conferme ottenute fin’ora. Il solito, efficace filosofare dei lavoratori della conoscenza.
Categorie quali “deprivatizzazione”, “cataclisma”, “imprevedibilità” irrompono nei pensieri, in questa circostanza con valenze problematiche. Ci si nterroga e si decide: dovranno diventare “eventi cognitivi” per la comunità antagonista, per una esigenza di chiarezza. Non possono sussistere dimensioni non rischiarate, nell’intrapresa avventura collettiva. L’obamiana democraticista “imprevedibilità” punge assai. Mi domando: cosa dell’imprevedibile ascesa al potere dell’afroamericano ci riguarda ? In che modo la sua affermazione è causa ed effetto di condizioni politiche, difficili da prevedere e, quindi, aleatorie, insicure negli esiti, laddove proprio l’inatteso, l’imprevisto, inaspettato dovrebbero favorirci ? Al netto di becere logiche di marketing sul “ciclo di vita dei prodotti”, secondo le quali nella “fase di introduzione” sul “mercato” si ottiene successo commerciale poiché si afferma una nuova chiara identità e se ne promuove la massima consapevolezza (con fisiologiche successive fasi di maturità e declino), volendo altresì accantonare ipotesi di restyling politico di icone dell’immaginario di massa, in che “forma” la “novità” in quanto tale può divenire duraturo e qualificato orizzonte di nuovi rapporti sociali ? In altri termini: l’impreveduto democraticismo di maniera (“primarie” comprese) cosa disegna di favorevole per il mondo, e perché configurare un’analogia con l’esperienza primigenia dell'atagonismo duale ? La componente di “impensabilità” della vittoria antirazzista e democratica non è sostenibile. L’iperliberismo planetario ha prodotto massacri sociali, ma anche resistenze e contraddizioni. Dunque, quanto accaduto negli U.S.A. è “pensabile”. L’unilaterale lettura imprevidente della “imprevedibilià” ci rende deboli. Il “caso” si accompagna alla “necessità”; è nello sforzo individuale/collettivo di comprensione che si determinano i diversi, aderenti o meno fattualmente, orizzonti della comprensione delle cose. Va riproposta la domanda di un pensiero di qualche tempo fa: Condoleeza Rice non è forse afroamericana ? Lo storico R. Aron pensa che la storia non può essere scritta in anticipo, perché essa è e rimane in buona parte imprevedibile. Imprevedibile come l'uomo stesso, le sue azioni, i risultati a cui esse conducono. Aron sa che gli uomini fanno la storia ma non sanno, perfettamente, la storia che fanno. Aron stesso afferma: “la presunzione di pochi oligarchi di conoscere in modo definitivo la verità sulla storia e sull'avvenire risulta quanto meno insopportabile (cfr. “L'etica della libertà”). C'è da eccepire che la dogmatica esclusione della “necessità” e di quanto è suscettibile di previsione ci può rendere infedeli rispetto ai fatti storici, quindi fallaci in modo pervicacemente miope. La dimensione propriamente umana, quella dell'azione e dell'imprevedibilità, concorre insieme alla materialità dell’esistenza a determinare gli esiti razionalmente concepibili, nell’evoluzione nelle tendenze e negli sbocchi, dei fatti umani. È la “contraddizione”, la categoria utile per intendere e rappresentare la fenomenologia sociale; in realtà, la compensazione menzognera ed astratta di un più che reale dominio economico del capitale costituita dalla chiusura (prevista) di Guantanamo, non mette affatto in discussione il “libero mercato” ne ci immunizza dai disastri umanitari delle “guerre”. Il fenomeno “democraticismo della rappresentanza e della delega ai partiti” è un pò come la ketamina, un farmaco anestetico che, assunto a dosaggi inferiori a quelli necessari per l'anestesia, agisce sul sistema nervoso centrale come un potente psichedelico (molto più dell'LSD) producendo una sensazione di dissociazione tra mente e corpo. La particolarità di queste sostanze non sta tanto nella loro tossicità fisica, quanto – appunto - nell'imprevedibilità dei loro effetti psicologici . . . Si può essere eventualmente in accordo se l’imprevedibilità, risultante dalla condizione di pluralità, è intesa come narratività. Wolfgang Heuer (“Hannah Arendt”, Reinbek, Hamburg 1987, pag. 11 ) ci riferisce del nonno di Hannah Arendt, che lei venerava molto.
La sua abilità nel raccontare le storie le lasciò un’impressione profonda, e lei non solo avvertì molto presto una inesauribile sete di conoscenza, ma anche una passione immensa per le storie che lei stessa raccontava spesso e volentieri. Forse bisogna ringraziare il riferimento della piccola Hannah al nonno per la scoperta che la Arendt fece più tardi, importante: la narratività dell’azione. Hannah Arendt descrive la proprietà narrativa soprattutto in “Vita activa” (Capitolo 25), senza tuttavia usare il sostantivo. La narratività consiste nel fatto che l’azione porta avanti le storie con la stessa naturalezza con cui l’opera produce cose e oggetti vari (pag. 174). Quando si descrivono processi lavorativi o produttivi, si scrivono manuali, non storie. Le storie nascono invece dall’azione, poiché essa si trova in un ordito di relazioni di affari umani (pag. 173). A sua volta, questa rete è composta dalle diverse trame di relazioni che gli uomini tessono fra loro; è composta dalle relazioni che ogni membro della moltitudine umana intrattiene con gli altri. L’insopprimibile natura contraddittoria della condizione umana. Da questo punto di vista generale, scopo ambizioso del progetto antagonista con correlato “assalto al cielo politico-amministrativo” (perché dai contenuti e toni del dibattito innescato dalla mobilitazione pubblica per i “beni comuni”, pare, si tratti) è – nello stesso tempo - di scuotere qualche pseudocertezza e infondere qualche utopia (“ciò che non è ancora realizzato”). Scuotere pseudocertezze: perché troppi, nella “sinistra” di novecentesca memoria sia di movimento che di partito, talmente in modo autoreferenziale (eufemismo) hanno agito che da decenni propongono linee politico-programmatiche e strategiche perdenti, soprattutto per i referenti sociali piuttosto che per il quadro politico dirigente (l’emblematico esito è il colpevole “disastro” elettorale della fuoriuscita dal Parlamento di ogni rappresentanza istituzionale di istanze provenienti dalle lotte di autodifesa sociale), con i risultati che vediamo: 1) la destra – nella nuova dialettica Stato / Impresa – è saldamente al potere e 2) un'irreversibile contaminazione liberale-aziendalisto-videocratica (quelli della “bella politica”) di ogni residuale esperienza politico-amministrativa della “sinistra” (ex PCI, per intenderci) rischiosa per la stessa “tenuta” e coesione interclassista della società italiana, nonostante “democratici” voglio “pensarsi” e “denominarsi” i vertici bersaniani-renziani. La cultura politica del “neocivismo” può fare a meno dell’“alfabeto tricolore”, ma anche dei rossi drappi laddove non sono né le lettere “P” e “D”, né il “logo falce / martello” che fanno delle soggettività antagoniste un'alternativa politica all’attuale riconfigurazione planetaria degli interessi capitalistici. Infondere utopie (“ciò che non è ancora realizzato”): perché con la depressione e la microcosmica gestione individualistica non si va da nessuna parte.
Il mondo è cambiato e il “pensiero unico” frammenta, “competivizza” l’esistenza, separa, nega socialità, imponendo costumi coatti e livelli di coscienza “mass-mediati”: un’anestetizzazione della socialità e caratterizzazione terroristico-repressiva d’ogni fenomeno di insorgenza popolare. I cittadini tutti hanno molto da fare in un necessario cambiamento di rotta. Si tratta di rivendicare e praticare l’autonomia per una “Società Libera”. La metodologia di lavoro si basa su tre assunti: 1) BUSSOLA SOCIALE - Riflettere e discutere in modo non ideologico, senza paura di mettere in discussione luoghi comuni e certezze dell’area politico-sociale di riferimento; 2) IN & OUT - Fondare analisi e confronto sulla realtà materiale, oggettiva e soggettiva, piuttosto che su principi astratti o teorie della società prive di alcun riscontro empirico; in sintesi: dai movimenti alle nuove istituzioni popolari e viceversa 3) POLITICAL INCORRECT – Vuol dire “stare sul pezzo” ed ottenere “consenso” e “partecipazione” organizzando le attività in modo ordinato e rilassato, con una metodologia di lavoro professionale e amichevole al tempo stesso. La partecipazione all'insubordinazione sociale, dunque. Le voci e le mani di tutti, quindi. Quasi a ricordarci le radici biologiche della libertà umana: della coscienza primitiva e di quella autobiografica, della coscienza cognitiva e della coscienza fenomenica. * * * * * Il 2012 volge al termine, ma non sono stati risolti i problemi acuiti nel suo lento trascorrere: lavoro, uguaglianza sociale, democrazia. L'Agenzia di rating Standard & Poors ha declassato un anno fa il debito italiano a BBB+ prefigurando un'adeguta capacità di rimborso in evidente declino. Nei successivi mesi, l'Italia (nella sua espressione politico-governativa) si è adeguata all'austerity europea con provvedimenti “tecnici” adottati sotto dettatura del complesso industrial-finanziario multinazionale, continentale ed internazionale, generando povertà e smantellando il sistema universalistico di protezione sociale (sanità, istruzione, servizi socio-assistenziali) così come il Welfare italiano è stato concepito ed attuato dalla Costituzione della Repubblica italiana, promulgata il 27 Dicembre1947 ed andata in vigore l'1 gennaio 1948.
Vista la propensione al calcolo ragionieristico degli esperti posti alla guida del Paese, in grado di aumentare indistintamente la pressione fiscale e tagliare la spesa sociale per far quadrare i conti dell Stato, l'obiettivo da raggiungere sarebbe stato il ridimensionamento del debito pubblico, traguardo “trasversalmente” condiviso sia dai “progressisti”, sia dai “liberisti” e “conservatori”. Da qui, l'uso della leva delle obbligazioni, quegli strumenti finanziari emessi dal Governo, dalle banche, dalle compagnie per recuperare soldi dal pubblico. Questi soldi sono usati per soddisfare le spese future, per i programmi di espansione delle aziende, per la costruzione di infrastrutture, ed altro, auspicando lo “sviluppo”. Quando il Governo è a corto di liquidi, emette obbligazioni nella valuta locale (obbligazioni governative) o nella valuta internazionale. La popolazione dovrebbe essere più interessata a comprare obbligazioni governative a causa della loro alta affidabilità e perché il ritorno è assicurato. I titolari di tali obbligazioni, strumento a reddito fisso, ricevono nel tempo specificato interessi come rendita. L'ammontare principale è restituito a scadenza maturata caratterizzandosi come government bills (obbligazioni con periodo di maturità inferiore a un anno), government notes (obbligazioni con periodo di maturità da uno a dieci anni), government bonds (obbligazioni con periodo di maturità maggiore di dieci anni). Se questo obiettivo di finanza pubblica, indicato unitariamente da un ceto politico nel complesso pavido, inetto e malfattore, è sufficientemente chiaro, il problema reale è quanto difficile sia sviluppare il piano per ridurre la crisi del debito poiché i “giochi” finanziari sono a base elitaria: nessun cittadino a reddito fisso può “comprare”, bensì solo chi ha speculato sulla “crisi” ed ha liquidità disponibile. Bisognerebbe incrementare l'intero tasso di crescita economica (PIL) per ridurre il fardello del debito. Ciò coinvolge un sacco di misure monetarie e cambiamenti produttivi. Le banche centrali in tutti i paesi hanno la grande responsabilità di accellerare la crescita economica, ma preferriscono speculare. In ogni caso, le politiche governative adottate e da continuare come scritto nelle agende varie, generano diversi modi per ridurre il fardello suddetto: 1. maggior tasso di crescita del PIL; 2. tassi di interesse minori nel debito pubblico; 3. un bailout, che significa sia un pagamento o un trasferimento di capitali dall'estero; 4. un ingente prelievo fiscale, che significa un incremento in tasse e/o tagli nella spesa pubblica; 5. un incremento del ricorso al signoraggio (guadagni dall'emissione di moneta) da parte della banca centrale; 6. default, che include ogni forma di non-accondiscendenza ai termini originali del contratto di debito, includendo ripudio, stasi, moratoria, ristrutturazione, ricontrattazione dei termini di pagamento degli interessi e dell'ammontare principale, ed altro. Incerti sul da farsi, i protagonisti politici sono impegnati a scrivere programmi ed agende, pro memoria per un prossimo Governo che dovrà accentuare il cammino intrapreso creando terra bruciata in campo sociale, ignari di quanto il premio Nobel Krugman ha detto a proposito della politica economica europea e l'esperienza del Governo Monti: un salasso fallimentare contro ogni prospettiva di crescita.
Indaffarati a rideterminare presenza politica in termini di “accesso al potere”, i contendenti partitici sottovalutano la produttività politica di un movimento sociale di ribellione ed ostilità che per lo più non ha fiducia nelle attuali istituzioni e rifiuta di credere nella fattibilità della sua partecipazione nei canali predeterminati o innovativo-virtuali della rappresentanza politica. La negazione della legittimità del ceto politico e la denuncia della sua sottomissione al potere della finanza è un dato di fatto che allude ad un'inedita forma di esercizio del potere ed alla sua titolarità. L'orizzonte entro il quale sperimentare un nuovo approccio sia nelle istituzioni della governance sia nell'organizzazione dell'economia, senza dover passare per un processo di trasformazione sociale traumatico, è superare la discrepanza fra la Costituzione scritta e quella definita “costituzione materiale” con particolare riguardo alla materia degli articoli 42 e 43: il ruolo del lavoro, dei diritti dei lavoratori ad un'eguaglianza non formale e le nazionalizzazioni. Altrimenti ...

sabato 15 dicembre 2012

“Agglomerati leggeri”, “liquidità”, retorica gretto-borghese, “esposizione universale” … Andare dall'altra parte !

L’attacco incessante che da quattro anni il capitalismo globale – nelle espressioni militanti della destra politica liberista, quelli del “massacro sociale”, e della sinistra politica e sindacale socialdemocratica, quelli dell' “agenda sociale”- va conducendo con la riorganizzazione ristrutturativa del comando proprietario sul lavoro con forme autoritarie e repressive del potere nei riguardi delle insorgenze antagoniste, ha definitivamente affossato ogni illusione di dare uno sbocco “riformista” alla crisi in atto nel paese ed a livello internazionale.
Un fatto è che lo Stato/Impresa ha infilato diritta la strada della repressione violenta e sistematica delle lotte e che un generale spostamento a destra si è realizzato all’interno del quadro istituzionale. Le vicende di questi ultimi mesi lo dimostrano ampiamente e le elezioni politiche saranno un ulteriore referendum tra l'imperio dell'imprenditoria capitalista e della finanza e l'idea democraticista della delega, della rappresentanza, della compatibilità tra capitale e lavoro. I voti palesi rubati dai fascisti per conto dai loro mandanti faranno delle elezioni politiche, preparate ad arte come effetto oppiaceo del “cambiamento”, sono solo gli episodi più appariscenti del grande rituale imbroglio e della vomitevole farsa delle “offerte politiche”.
Alla permanenza e all’intensificarsi della resistenza proletaria il capitale globale contrappone un progetto strategico di riorganizzazione reazionaria e neofascista dello stato: il progetto di una grande destra nazionale. Siamo ancora alle prime battute, ma al di là delle contraddizioni tattiche con cui questo progetto deve fare i conti se ne intravedono ormai le linee fondamentali.
Nelle grandi fabbriche e nelle piazze dove il rifiuto dell'austerity e della cancellazione dei diritti cresce fino a diventare rifiuto del potere, le lotte vengono represse con ogni mezzo.
Basta guardarsi in giro per vedere come, sempre più, aumenta l’intransigenza dei padroni pubblici e privati che, decisi a nulla concedere fanno intervenire con sempre maggior frequenza la polizia nelle vertenze operaie e sociali per contrastare l'antagonismo di massa. Poi, c’è l’organizzazione dei crumiri, dei nuovi sindacati padronali e delle squadracce fasciste, queste ultime vere e proprie forze dell’ordine civile che all’occorrenza si uniscono e danno manforte, spiando, provocando, facendo del terrorismo, alle “forze dell’ordine” dello stato.
I grandi giornali padronali, la radio e la TV fanno il resto. Con il pretesto della “lotta alla criminalità” non perdono occasione per confondere le idee presentando e contrabbandando la crescente militarizzazione e fascistizzazione dello stato come “esigenza dell’ordine pubblico” e cioè preparano il terreno per un “attacco finale” in tempi stretti alle avanguardie rivoluzionarie presentate come “minoranze criminali”. Proprio per questo le grandi arre d4el paese e non solo le metropoli del nord sono ormai quotidianamente sottoposte a giganteschi rastrellamenti, a continui posti di blocco, vere e proprie esercitazioni antiguerriglia, con impiego di ingenti forze di polizia e carabinieri. Siamo cioè di fronte ad uno stato “militarizzato” che non riuscendo più ad organizzare per via pacifica il consenso, si prepara ad imporlo con la forza di provvedimenti legislativi e manu militari. I rappresentanti degli interessi nazionali del capitalismo delle multinazionali utilizzano per questo suo progetto tutte le forze politiche disponibili sul mercato, ma la forza trainante in questo momento è il proprio il PD con i suoi satelliti che tenta di “normalizzare” quanto sta accadendo.
Sarebbe dunque un errore ricondurre la questione del neofascismo entro schemi pre-resistenziali. Oggi siamo di fronte ad un tentativo « nuovo » di costruire intorno alle esigenze dello Stato imperialista una “base sociale” stabile. Il neofascismo in altre parole — almeno in questa fase — non mira tanto ad una liquidazione istituzionale dello “stato democratico”, quanto alla repressione ferocissima del movimento delle lotte; non si manifesta come appariscente modifica istituzionale, ma come pratica quotidiana di governo. In questa prospettiva il disegno di una destra nazionale raccolta intorno ad un progetto d’ordine, costruito su misura delle attuali e future necessità produttive e di accumulazione del capitale ristrutturato, ha certamente un respiro più lungo di quel “centro-destra” di mediazione messo su per scopi elettorali da leaders navigati e dell'ultimora.
Non è un caso che molti personaggi, guardando lontano, siano tra i più solerti sostenitori della destra nazionale, tra i più attivi promotori della maggioranza non più “silenziosa”, bensì drogata dall'ideologia della partecipazione e collaborazionista, che, ovviamente, non intende metter in questione il “sistema”. Del resto c’è spazio per tutti in questa prospettiva: sia per chi vuol muoversi sul binario della “legalità”; sia per chi al contrario preferisce la via delle violenze indotte dall'ingiustizia sociale. Ed è proprio nella combinazione del terreno politico di scontro con quello presidiato dalla repressione delle devianze sociali, che va vista la forza attuale del neofascismo aziendalista e finanziario: maggioranza “partecipante e collaborazionista” e comando capitalista non sono realtà contraddittorie, come non lo sono i corpi armati dello stato e le squadracce nazi rianimate sul territorio sguarnito da gruppi di autodifesa proletaria.
A breve termine il blocco neofascista insegue alcuni obiettivi. Primo è quello di organizzare, utilizzando i vari centri anticomunisti, quegli strati piccolo e medio-borghesi esasperati dalla “crisi” o minacciati dallo spettro delle lotte per la rivoluzione come massa di pressione politica anticomunista nel gioco elettorale. Secondo obiettivo è quello dì concretizzare attraverso la cinghia di trasmissione sindacale, una spaccatura all’interno delle masse lavoratrici, puntando sui suoi strati ideologicamente e politicamente più deboli, in modo da arrivare alle vicine scadenze contrattuali con le masse lavoratrici divise ed una “destra” organizzata nei luoghi di lavoro e nell'ambito sociale.
Il liberismo goverativo è al servizio di questa prospettiva.
Gli attacchi economici, sociali e politici servono infatti, facendo leva sulla paura, a immobilizzare la grande massa dei lavoratori e a “staccarla” dagli “estremi” progetti rivoluzionari, oggettivamente in campo, cioè dall'ipotesi ed azioni più incisive di neoistituzionalità popolari che esprimono bene l'estraneità ed ostilità verso il sistema dei partiti e le istituzioni borghesi, Da questo punto di vista le avanguardie rivoluzionarie non intendono farsi calpestare. Terzo obiettivo è quello di creare nei rioni popolari punti di riferimento organizzati per svolgere un intervento “politico” demagogico e qualunquista di disturbo in vista delle elezioni. Infine, ultimo obiettivo è la costruzione — a lato dello stato — di una forza combattere clandestina in grado di sviluppare, secondo le necessità politiche generali, sia una attività terroristica vera e propria, sia una attività di provocazione — in combutta con gli organi della repressione poliziesca — contro le forze che si battono per affermare nel movimento di resistenza popolare la necessità del passaggio alla lotta antagonistico-duale.
Tutti questi obiettivi hanno un elemento comune: la volontà di annientamento della sinistra rivoluzionaria e di neutralizzazione della sinistra istituzionale. Opporsi a questo progetto non basta.
Ciò che va sostenuto è che questa opposizione deve avere un respiro strategico, deve cioè essere una opposizione antagonistico-duale. Lo scontro con il neofascismo è un momento della lotta di classe, è un passaggio obbligato del movimento di resistenza popolare nella sua lunga marcia per edificare un potere proletario e comunista. Come tutte le guerre essa va combattuta oltre che sul piano politico e ideologico anche e soprattutto sul piano antagonistico-duale. Essa è cioè un fronte della lotta per la sopravvivenza civile. Detto questo, si capisce perché, l'obiettivo in questa lotta non è quello del PD o di altre forze democratiche “sinceramente antifasciste”, di denunciare le violenze dell'ingiustizia facendo inchieste e dossier per chiedere allo stato di intervenire a difesa della legalità repubblicana per finire di eternare la condizione di sfruttati. I proletari non hanno stato: lo subiscono! Lo stato per chi lavora non è altro che l’organizzazione della violenza quotidiana. Per questo i proletari non intendono più chiedere autorizzazioni a nessuno per esercitare in modo diretto la loro infinita potenza; per amministrare questa potenza secondo i criteri della giustizia che nasce in mezzo al popolo. L'antagonismo duale al neofascismo e allo stato imperialista è una conseguenza inevitabile della militarizzazione del regime economico-sociale liberista che caratterizza questa fase dello scontro di classe. Essa non avrà tregua né potrà cessare fino a che i l'attuale apparato statale non sarà superato irreversibilmente. C’è chi dice che con le elezioni si possono cambiare le cose, che la “rivoluzione” si può fare anche con la scheda elettorale. Noi non ci crediamo. L’esperienza già fatta dopo la guerra di liberazione partigiana non può essere nascosta. La conosciamo tutti: abbiamo consegnato il fucile e da quel momento ci hanno sparato addosso! Quanti morti nelle piazze dal ‘43? Quale il nostro potere oggi? L’esperienza della lotta di classe nell’epoca dell’imperialismo ci insegna che la classe operaia e le masse lavoratrici non possono sconfiggere la borghesia partecipando al rito democraticista delle lezioni. Questa è una legge marxista, non una opinione. Non siamo astensionisti. Non siamo per la scheda bianca. Ma diciamo a tutti i compagni, con chiarezza, che il voto oggi divide inutilmente la sinistra rivoluzionaria; che il voto non paga la nostra richiesta di potere; che non è col voto che si combatte la controrivoluzione che striscia in tutto il paese. Unire la sinistra rivoluzionaria nella lotta antagonistico-duale contro il neofascismo e contro lo l'imperialismo delle multinazionali che lo produce, è il compito attuale dei militanti comunisti. Liberare le grandi fabbriche ed i rioni popolari dalle carogne fasciste; strappargli di dosso con rapide azioni partigiane le pelli di agnello di cui si ammantano in questi tempi di elezioni; mettere a nudo con fulminee azioni le complicità nascoste, i legami sotterranei, le trame reazionarie che uniscono i padroni, lo stato e l’esercito nero SONO ESIGENZE GIA MATURE NELL’ANIMO DELLE GRANDI MASSE POPOLARI. Ma le forze rivoluzionarie devono, adesso, osare. Osare combattere. Perché nessun nemico è mai stato abbattuto con la carta, con la penna o con la voce; e a nessun padrone è mai stato tolto il suo potere con il voto!

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