Rete delle "menti critiche"

Atomo reticolare delle "menti critiche", impegnato nella trasformazione sociale e "messa in questione del rapporto tra la forma capitalista (intesa come Gestalt, come forma della percezione) e la potenza produttiva concreta delle forze sociali, particolarmente la potenza dell’intelletto generale" - Naked ... nudo, spogliato, svestito; scoperto; sguainato; privo di vegetazione, spoglio; schietto, semplice, disadorno; palese, manifesto; vuoto (???); mancante; indifeso, disarmato ... "Imbarazzi che sollecitano l'animo" . . . "Noi siamo i dirigenti e gli organizzatori della guerra rivoluzionaria e anche i dirigenti e gli organizzatori della vita delle masse. I due nostri compiti sono: organizzare la guerra rivoluzionaria e migliorare le condizioni di vita delle masse" Mao Tsetung



sabato 13 luglio 2013

Progettare la rivoluzione

Sviluppare una riflessione di critica sociale ed emancipazione a partire dalle condizioni attuali delle contraddizioni capitale-lavoro, nella consapevolezza che le dinamiche sociali in corso richiedono un ritorno/approdo consapevole e riflessivo alla nozione di critica e una rinnovata attenzione sulle condizioni che consentono di pensare il progetto di emancipazione collettiva e di rivoluzione sociale. I processi di globalizzazione, infatti, da un lato rendono sempre più manifeste le tensioni create da un capitalismo diversamente aggressivo sul piano economico e omologante sul piano culturale; dall’altro, sembrano poter aprire spazi per una nuova capacità di incrementare i potenziali di liberazione impliciti non solo in una possibile universalizzazione dei diritti umani e dell’autorealizzazione degli individui, ma soprattutto di rivoluzione sistemica.

Ma, al momento, è soprattutto sul primo aspetto che occorre soffermarsi. Le crisi economiche e finanziare internazionali hanno pesanti ripercussioni sociali: mettono a repentaglio le politiche di Welfare nei paesi più industrializzati – che vedono l’emergere di nuove e vecchie forme di povertà, di disoccupazione, di emarginazione sociale, ecc. mentre i giochi di borsa e le acquisizioni multinazionali d'impresa proseguono senza battute d'arresto –, e cercano, d’altro lato, di scaricare gli effetti più pesanti della crisi sui paesi più poveri e in via di industrializzazione e – prioritariamente – sulle classi subalterne presenti in ogni ambito nazionale devastandole, creando un vero e proprio genocidio generazionale. Sul piano culturale, nonostante sia ormai evidente la difficoltà intrinseca di un modello di produzione incentrato sull’idea di uno sviluppo senza limiti finalizzato al profitto d'impresa che risponda a mere esigenze produttive, il modello di una società dei consumi sembra essere senza alternative reali e, nonostante ciò, si impone come unico referente possibile e auspicabile. La stessa fuoriuscita dalla crisi viene così proposta solo nella prospettiva di una ripresa produttiva, dell’aumento del Pil, dei consumi, in una direzione che non può fare altro che riproporre le patologie da cui vorrebbe sfuggire. da questo punto di vista, i sacerdoti del "mercato", gli economisti "di sinistra" e "di destra", non divergono affatto, avanzando "ricette" buone solo per rigenerare il sistema d'appropriazione privata di beni e servizi socialmente prodotti. In questa situazione, la riflessione critico-sociale-politica – ma non solo – deve porsi l'inevitabile questione di quali siano le condizioni, i temi, i soggetti capaci di rompere questa spirale perversa e riaprire il fronte di una prassi sociale non ingenua, bensì lungimirante, rivoluzionaria, efficacemente antisistema. Si possono porre qui almeno tre questioni. 1. La contemporaneità come “luogo di manifestazione” delle contraddizioni capitalistiche, l’unico nella storia dell’umanità nel quale sia stato posto con forza il tema dell’emancipazione antisitema. La prospettiva illuminista di una liberazione sulla scia di uguaglianza, fratellanza e libertà non può dare alcun frutto poiché, tenendo ferma l’idea di una possibile liberazione di massa, non si può evitare la consapevolezza degli errori commessi dalla”sinistra tradeunionistica” in questi secoli di modernità capitalistico-borghese, e va considerato “falso sapere” non solo il fanatismo religioso e l’irrazionalismo mitologico, ma anche – il pronunciamento della Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno è chiaro, in proposito – la presunzione delle classi dominanti di porsi come depositarie di sapere assoluto e definitivo, astorico, presunzione che ha assunto nel Novecento forme diverse e terribili, come le ideologie assolutizzanti, il totalitarismo nazi-fascista, l’assolutizzazione del ruolo sociale dell'impresa, ecc., sia sul piano concreto delle forme e delle esperienze sociali sia sul piano culturale e della formazione e riproduzione delle forme di vita sociali. Nonostante questi aspetti deleteri, e partendo proprio dalla necessità di evitare ogni assolutizzazione, rimane aperto il compito di “una critica della ragione attraverso la ragione” e quello di “stabilire prospettive da cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe” (Adorno). Occorre quindi una ripresa critica della critica interna alla prospettiva borghese, che sappia andare oltre una possibile resa davanti ai drammi che la modernità stessa ha prodotto, oltre il lavacro etico, poiché anche i proletari sono fagocitati e si muovono nell'universo unico dell'esitenza come il capitale vuole sia vissuta. 2. Il mantenimento – critico – delle prospettive di emancipazione presenti nel progetto rivoluzionario antisistema implica in prima battuta il superamento della retorica post-moderna e l'attualizzazione del marxismo-leninismo. La fine delle grandi narrazioni è anch’essa una grande narrazione. E, in quanto tale, ha prodotto essa stessa una “ideologia”. L’idea di un individuo riflessivo, capace di reggere sulle proprie spalle il peso di scelte – e di contraddizioni – che il sistema sociale non sa più affrontare, può costituire la premessa per una nuova fuga dalla libertà, d'una eternizzazione delle forme di vita capitalistiche. La deregolamentazione e la privatizzazione dei compiti e dei doveri propri della Società/Impresa può costituire un onere tragico per la gran parte dei soggetti subalterni e un eccesso di individualizzazione può produrre il peggior conformismo sistemico. Anzi, se finisce con l’essere la base per nuovi modelli sociali e di consumo – per lo più irraggiungibili –, costituisce un nuovo modello di conformismo. Dobbiamo perciò essere consapevoli che queste forme di disintegrazione sociale producono un vuoto alle volte più pericoloso del pieno che lasciano alle loro spalle; che la società dell’effimero e della disgregazione, del momento e della contingenza, è la condizione e il risultato di una nuova forma di potere e di dominio. Nessun rimpianto per un pieno al quale non bisogna assolutamente tornare, ma, al tempo stesso, nessuna indulgenza per un vuoto che annichilisce le stesse capacità di resistenza e di cittadinanza attiva. 3. Un elemento perciò fondamentale di analisi può essere costituito dal concetto di legame sociale. Oggi – sulla base forse di quanto sopra detto – assistiamo ad un ritorno di comunità, ad un nuovo bisogno di appartenenza, ad una rinnovata necessità di radicamento e di radicale trasformazione sociale. La “crisi” è madre di tutto ciò, come opportunità di autentica trasfomazione sociale. Accanto a situazioni di tipo reattivo – come possono essere nuove le forme di comunitarismo religioso, localistico, etnico, ecc. – emergono però al tempo stesso forme di comunità – e di legame sociale – che tentano di costruire momenti di solidarietà sociale non esclusiva e totalizzante, ma soprattutto embrionali forme organizzate di antagonismo anticapitalista. Possiamo fare gli esempi di nuove forme di movimenti sociali per i "beni comuni", di comunità di consumo equo e solidale, di associazioni di quartiere e di volontariato e servizio civile, di partecipazione collettiva, tutte portatrici, in modo più o meno esplicito e consapevole, di momenti di critica sociale e di emancipazione. Accanto ad essi si sta coagulando, aggregando una intenzionalità di lotta rivoluzionaria per il potere politico guidata da coscienti avanguardie comuniste. Una riflessione sulla natura e sulle condizioni del legame sociale nell'attuale situazione storica appare dunque il miglior modo per porre la questione della critica al capitalismo nell'epoca della globalizzazione. In questa prospettiva, non vorremmo riproporre il tema della critica alla prima esperienza stocia dell'accumulazione capitalsistica, che diamo per acquisita. Neppure riproporre una riflessione sul ruolo che vecchi soggetti (partiti, sindacati, ecc.) possono avere in chiave critica. Attualmente, il compito di costruire un ordine sociale nuovo e migliore deve ancora conquistare il centro dell’attuale agenda della maggior parte del mondo antagonista che trascura di “tematizzare” appropriatamente la questione del “potere”. Occorre invece riproporre con forza questa prospettiva in una nuova direzione, consapevoli che nemmeno un’ora del nostro lavoro sarebbe utile se non servisse in qualche modo alla rivoluzione sociale per il comunismo, alla socializzazione comunista.

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